QUANTA IPOCRISIA ATTORNO AL ROGO DI NOTRE DAME, SIMBOLO DEL TRAMONTO DELL’EUROPA CRISTIANA.

Qualcosa è terribilmente coerente, nel rogo spaventoso che da un crepuscolo a una notte fonda dopo la Domenica delle Palme e prima delle giornate pasquali, appare simbolo della fine dell’Europa cristiana, o meglio delle sue vestigia ridotte ad archeologia religiosa acchiappaturisti. Come dimenticare che proprio dinanzi a quell’altare probabilmente ridotto a un pietroso tizzone, l’intellettuale dissidente Dominique Venner si tolse qualche anno fa la vita (vedi nostro articolo di qualche mese fa sulla “disperazione dei liberi”)? E come ignorare il giubilo degli islamisti radicali (viva la sincerità)?

Anche questa volta, dobbiamo fare la parte degli inguaribili gustafeste (e guastafunerali). Nonostante i rituali dolori e costernazioni globali, la realtà testimonia la idiosincrasia della Repubblica erede della gloriosa Rivoluzione, che di Notre Dame de Paris infatti fece non so se magazzino o granaio. Certo, ripeto, l’opportunità commerciale è stata sempre ben colta e valorizzata ma da qui a esser generosi verso “una chiesa” qualche problema, forse, vi era, in fondo legittimamente, considerata l’ideologia del “regime di Parigi” (l’espressione è apparentemente provocatoria, ma non vedo perché da quelle parti qualcuno possa tranquillamente usarla verso Mosca).

Sul Sito Internet diocesano si leggeva “Le condizioni della cattedrale sono ormai giunte a un punto in cui presto le strutture non saranno più in grado di svolgere il loro compito, minacciando la stabilità dell’edificio stesso, senza parlare della perdita definitiva delle decorazioni scolpite”. “Ogni anno – spiegava il portavoce della cattedrale, André Finot, citato da Le Figaro – raccogliamo circa 5 milioni di euro tra offerte e donazioni; da parte sua, lo Stato attribuisce 2 milioni di euro per la manutenzione. Abbiamo capito che bisogna cambiare paradigma, se vogliamo salvare la cattedrale, bisogna partire a caccia di fondi privati”.

Il povero ma glorioso, maestoso e santo edificio stava cadendo a pezzi come i bizzarri, celebri diavoletti delle sue mura esterne. E la Repubblica o forse la Ville de Paris si arricchiva con i biglietti di ingresso alle torri, retrocedendone solo una parte alla Cattedrale.

L’antifona è chiara, ma basta con la polemica e concentriamoci, a ridosso del Venerdì di Passione, su quella Croce misteriosamente intatta e svettante sull’altare, persino (almeno in foto) luccicante.

Antonio Martino

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