DALLO STRETTO DI HORMUZ A PRATICA DI MARE: SE VUOI CAPIRE LA VERITÀ, GUARDA MACRON… E FAI IL CONTRARIO
Un tempo si diceva: “Segui i soldi e troverai la verità”. Oggi, invece, potremmo dire: “Segui Macron… e fai l’opposto per capire qual è la soluzione”.
È proprio così che il presidente Trump – spesso liquidato come “pazzo” o incompetente – ha sferrato una zampata inaspettata, alla maniera del Pinturicchio di agnelliana memoria: imprevedibile, precisa, risolutiva.
Con una sola mossa ha spiazzato tutti, proponendo l’unica via realmente praticabile per disinnescare l’escalation tra Israele e Iran: coinvolgere la Russia di Putin in un processo di mediazione.
E guarda caso, l’unico a opporsi con fermezza è stato proprio Emmanuel Macron: il solito regista da salotto, fatto solo di dichiarazioni altisonanti e soluzioni inefficaci, più attento a difendere se stesso e gli interessi dei suoi “circoletti” che a risolvere davvero i conflitti.
Dunque, il principio resta valido: segui Macron, se vuoi sapere dove NON andare. Fai il contrario, e troverai la verità.
E la verità, anche stavolta – come nel caso dell’Ucraina – è che la guerra la vuole soprattutto l’Europa, mentre gli Stati Uniti sembrano puntare sempre più a un nuovo “condominio” russo-americano.
Se la Russia riuscisse nell’impresa, non solo verrebbe riammessa ai tavoli che contano, ma sarebbe inevitabilmente coinvolta anche nel processo di pace a Gaza. Di conseguenza, il conflitto in Ucraina verrebbe derubricato a una disputa interna russa, con buona pace dell’UE e di tutti coloro che fino a ieri hanno finanziato e armato Kiev.
Una mazzata geopolitica che rischia di segnare la fine dell’esperienza europea, oggi più che mai isolata e marginale.
Non è un caso che questa proposta arrivi dalla Casa
Bianca proprio mentre si svolge il G7 in Canada, così come non è un caso
che la bocciatura venga dalla Francia: quarta potenza atomica al mondo,
prima nel Mediterraneo e in Medio Oriente, dove detiene più del doppio delle
testate di Israele.
Una posizione che spiega anche la preoccupazione francese nel vedere messo in
discussione il proprio ruolo strategico in quello scacchiere. E così, quasi
per ripicca, Macron ha pensato bene di inviare sé stesso in Groenlandia, come
a voler rivendicare una centralità che esiste solo nella sua testa.
Sta di fatto che, dato il peso degli USA, il vertice in Canada sembra il preludio a un ritorno alla formula di Pratica di Mare: da G7 a G8, con la Russia di nuovo al tavolo e la Francia ulteriormente depotenziata.
Ma cosa dovrebbe mediare la Russia? E perché proprio lei?
L’Iran, ricordiamolo, è uno dei principali partner strategici della Federazione Russa. Ha collaborato con Mosca nella difesa del regime di Bashar al-Assad in Siria e oggi è – e soprattutto – il primo fornitore di droni alla Russia nella guerra in Ucraina.
La Russia, da sempre, ha cercato influenza in quel quadrante: dal “Grande Gioco” contro l’Impero britannico, alla seconda guerra mondiale, fino a oggi. Non a caso, dallo Stretto di Hormuz transita il 20% del commercio globale di liquidi petroliferi, oltre il 20% del GNL e fino al 30% del commercio energetico marittimo mondiale (EIA).
Una posta in gioco enorme – energetica, strategica, diplomatica – su cui si gioca molto più di una tregua tra Israele e Iran.
D’altronde, il regime degli ayatollah, dopo 46 anni di vita, è oggettivamente in crisi:
- meno del 40% degli aventi diritto ha votato al primo turno delle presidenziali del 2024;
- circa il 20% degli uomini in età di leva tenta di evitare il servizio militare;
- e la seconda generazione dei Pasdaran vorrebbe sbarazzarsi dell’elemento religioso per tornare allo spirito rivoluzionario – e in parte socialista – delle origini.
Sono probabilmente proprio questi settori ad aver funto da quinte colonne per il Mossad: non per simpatia verso l’Occidente, ma perché desiderano un Iran forte, ma diverso, non teocratico.
Le premesse per un cambio di regime ci sono tutte. Le rassicurazioni ricevute da Ali Asghar Hejazi, vice capo di gabinetto di Khamenei, da parte di Mosca – circa una evacuazione sicura per alcuni funzionari e le loro famiglie in caso di collasso – vanno esattamente in questa direzione.
Non dimentichiamo che la Russia, dal 1817 al 1953, esercitò un “condominio” in Persia, prima con la Gran Bretagna e poi, indirettamente, con gli Stati Uniti.
E oggi, tutto torna: con ogni probabilità, si tornerà a quella formula, forse con una rintronizzazione dei Pahlavi, nella persona di Ciro (Reza Cyrus), uomo d’affari californiano e poco carismatico, ma certamente portatore di un cognome simbolico.
Del resto, fu proprio Mohammad Reza Pahlavi a iniziare il programma nucleare iraniano, formalmente nell’ambito dell’“Atoms for Peace” americano, ma con l’ambizione mai nascosta di fare dell’Iran la prima potenza atomica del Medio Oriente.
Il suo progetto strategico – “fare dell’Iran la quarta potenza militare mondiale, dopo USA, URSS e Cina” – spaventò non pochi alleati occidentali, e non è azzardato pensare che anche questo concorse alla sua deposizione.
Lo stesso Khomeini, dopo la rivoluzione del 1979, sospese il programma nucleare per alcuni anni, considerandolo “occidentale e immorale”.
Quindi, cari lettori, tutto torna. Nulla è casuale.
Nemmeno l’attacco di Israele, che ha fatto passare in secondo piano la questione di Gaza e ha praticamente fatto dimenticare l’imminente offensiva russa in Ucraina.
Non ci resta che attendere. Vedremo se i fatti daranno ragione a questa mia lettura.
Lorenzo Valloreja













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