VANITAS VANITATUM

Il torrido Luglio del 2025 è stato funestato da una tragedia che ha letteralmente annichilito il mondo del calcio e non solo.

Sto parlando della morte del noto giocatore portoghese, ma in forza al Liverpool, Diogo Jota.

E se la morte prematura di un giovane ventottenne è già di per sé dolorosa al solo pensarci, questa tragica dipartita è resa ancora più dolorosa dalle modalità e dal contesto in cui essa è avvenuta.

Infatti Jota è deceduto alla guida della propria Lamborghini. Pare che lo scoppio di un pneumatico abbia fatto perdere il controllo dell’autovettura all’atleta portoghese. Di conseguenza il bolide è finito fuori strada. E dopo aver divelto il guard rail ha preso fuoco. Purtroppo all’interno dell’abitacolo c’era anche il ventiseienne André Jota, fratello di Diogo. Deceduto anch’egli.

E se la morte violenta di due fratelli in contemporanea potrebbe bastare a sciogliere un cuore di pietra la tragedia non si conclude qui.

Infatti Diogo Jota lascia pure una moglie e tre figli di 1, 2 e 4 anni. Tra l’altro il matrimonio di Jota si era svolto appena 10 giorni prima dell’incidente mortale. E con la futura moglie erano fidanzati praticamente da ragazzini…

In poche parole una tragedia nella tragedia.

Ma di episodi simili ne sono già accaduti in passato e ne accadranno ancora in futuro.

E dico ciò con cognizione di causa poiché si dà il caso che il sottoscritto abbia lavorato per 15 anni nel settore funebre e posso dire di averne viste di tutti i colori.

Infatti qualche tempo fa mi capitò di prestare servizio in seguito ad un pauroso incidente stradale capitato in un paese a 70 km da Cagliari. In quell’occasione due autovetture si schiantarono l’una contro l’altra lasciando tre vittime sull’asfalto. E, come nel caso di Diogo Jota, in una delle due macchine coinvolte viaggiavano due fratelli.

Devo dire che dal punto di vista psicologico non fu semplice lavorare e rimanere impassibili in quell’occasione. Poiché chi scrive ha quattro figli ed inevitabilmente non potei non immedesimarmi nello strazio di due genitori che avevano perso per sempre due figli contemporaneamente e in modo violento.

Però quella tragedia immane rimase circoscritta in ambito strettamente provinciale. Un articolo in terza pagina sul quotidiano più venduto in Sardegna (“L’Unione Sarda”) e poi l’oblio mediatico.

Invece nel caso del giocatore portoghese le cose sono andate diversamente. Ovviamente.

Infatti pur essendo le dinamiche quasi sovrapponibili la sovraesposizione mediatica dell’incidente accaduto a Jota è stata di portata planetaria. E ciò ha innescato nell’animo del cosiddetto uomo comune un sentimento particolare. Sarebbe a dire che la storia di Diogo Jota è stata veicolata come una sorta di fiaba.

Tutti noi, fin da piccoli, siamo stati svezzati a latte e fiabe. Almeno la mia generazione. E queste fiabe, pur dai contenuti e presupposti inizialmente problematici e orrorifici, si concludevano sempre con un lieto fine. Così sembrava la vita di Diogo Jota e la sua famiglia. Una vita cementata dal successo, dai soldi e dal benessere, sia fisico che spirituale.

Poi, in un battito di ciglia, tutta questa meravigliosa impalcatura è crollata di botto. Creando sconcerto e incredulità in gran parte delle persone.

Infatti tra le migliaia di commenti che si sono susseguiti in seguito a questo fatto doloroso emergono espressioni tipo: “Perché proprio a lui?“,  “È un’ingiustizia!“, “Non doveva andare così!” etc. etc.

Questo perché, come detto prima, l’uomo comune tende a idealizzare la vita delle persone belle, ricche e famose. Come se queste persone fossero avulse allo scorrere del tempo o ai rovesci della vita.

Mi ricordo che anni fa riscosse molto successo una telenovela dal titolo: “Anche i ricchi piangono”… Ma poi pensiamo, senza andare troppo lontano nel tempo, alla tragedia che si è consumata nel Giugno scorso con lo schianto di un Boeing della compagnia di bandiera “Air India” a pochi secondi dal decollo. In quel volo, tra le altre vittime, c’era un medico indiano, sua moglie e i suoi tre figli. La famiglia era diretta in Inghilterra per trasferirsi in pianta stabile. Poiché il medico in questione era riuscito a trovare in Terra d’Albione un impiego ben retribuito e di conseguenza in grado di poter assicurare alla propria famiglia una vita dignitosa, pressoché agiata e senza privazioni di sorta.

Anche in questo caso…puf! Un bel sogno svanito in pochi secondi.

Comunque, in sintesi, certi drammi hanno il potere intrinseco di scuotere violentemente e inevitabilmente gli animi e i cuori di tutti. In particolar modo nei cuori degli atei, degli agnostici o sedicenti tali. Ovvero la gran parte della popolazione occidentale. E il perché di ciò è presto detto.

Gran parte del Mondo Occidentale, in questo ultimo secolo, è stato pesantemente infettato e infestato dalla cosiddetta “American Way of Life“. Letteralmente “Stile di Vita Americano”. Sarebbe a dire un concetto per il quale negli Stati Uniti ci sarebbero le opportunità per chiunque di ottenere soldi, successo e felicità imperitura con la sola forza di volontà.

Ma se togliamo gli Stati Uniti come punto di riferimento il concetto dominante rimane comunque lo stesso. E che cioè l’uomo, in quanto tale, sarebbe perfettamente in grado di badare a sé stesso, a non dipendere da nessuno e ad essere totalmente padrone della propria vita.

Ma, come abbiamo visto, la Vita ci prende con la forza e ci sbatte violentemente contro il muro della Realtà. E alla fine dei conti ciò che ci lascia veramente sconvolti e annichiliti è proprio il fatto di prendere coscienza che nessuno di noi è padrone della propria vita.

La morte è sempre stata un Mistero con la “M” maiuscola fin dalla Notte dei Tempi.

Però è un dato di fatto che la cosiddetta “civiltà occidentale”, negli ultimi secoli, si sia adoperata per aggirare l’ostacolo. Nel senso che se da sempre le religioni pre cristiane e post cristiane hanno sempre cercato in un qualche modo di dare un senso o uno straccio di logica al mistero della morte, la “cultura occidentale” di cui sopra ha preferito eliminare il problema alla radice. Cioè far credere agli uomini di essere pressoché immortali. E padroni della propria vita, come detto prima.

Un esempio eclatante di questa dinamica si manifestò in modo plastico nel 2021, in pieno delirio pandemico. Milioni di uomini e donne barattarono la propria intelligenza, la propria dignità e la propria anima per un prodotto misterioso che li avrebbe preservati da un’influenza! Il vaccino anti Covid-19, nella mente di innumerevoli individui, si trasfigurò in una sorta di elisir di lunga vita o di Sacro Graal.

Poi a distanza di anni stiamo assistendo inermi ad una sistematica, quotidiana ed inarrestabile moria di aspiranti highlander

Comunque in definitiva, volente o nolente, l’Uomo dovrà sempre fare i conti con la caducità della Vita. Anche se non piace. Anche se è difficile da accettare.

Ed in questo mondo arido e disperato vediamo di come il cristianesimo possa dare una risposta al mistero della vita e, soprattutto, al mistero della morte.

Infatti se per l’ateismo e per per tutte le altre religioni il concetto di “Vita” viene inteso e limitato nel segmento dell’hic et nunc (qui e ora), per il cristianesimo il concetto di “Vita” viene inteso nell’accezione di vita eterna. In altre parole il cristianesimo concepisce la vita terrena come una “comparsata”, una breve e fugace apparizione, una goccia nel mare magnum dell’eternità. Oppure, per dirla brutalmente, una scorreggia in un uragano.

Quindi se l’uomo mondano si concentra ossessivamente sull’ “adesso”, il cristiano dovrebbe concentrarsi sul “dopo”. Perché il corpo fisico nasce, cresce, muore e finisce divorato dai vermi. Mentre l’anima continua a vivere in eterno dopo la morte del corpo. E questa semplice dinamica dovrebbe indurre tutti noi a perseguire la salute dell’anima piuttosto che quella del corpo. Poi, chiaramente, una non esclude l’altra. Però, appunto, l’uomo deve cercare le cose eterne. Che non marciscono, non si corrompono e non si arrugginiscono.

E nelle Sacre Scriture questo concetto viene ribadito spesso. Come per esempio nel Vangelo di Luca nel quale Gesù ammonisce: “Tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede!“.

E in questo possedere ci può stare di tutto. Come per esempio fama, amore, benessere economico, bellezza fisica, potere politico etc. etc. Ma per rafforzare questo concetto il Signore si mette anche a narrare la parabola di un ricco proprietario terriero che contempla compiaciuto l’abbondantissimo raccolto delle proprie campagne. Allorché progetta seduta stante di abbattere i suoi vecchi granai e costruirne di più grandi e capienti. E dopo averli colmati di tutti i suoi beni egli progetta di vivere di rendita, godersi la vita, bere e mangiare come se non ci fosse un domani. Ma sul più bello di queste elucubrazioni si inserisce Dio che dice al ricco possidente: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?».

E questa dinamica si può sintetizzare plasticamente nel Libro di Qoelet, o Ecclesiaste, con il suo “Vanitas vanitatum et omnia vanitas!” (Vanità delle vanità, tutto è vanità). Consiglio a tutti di leggere l’Ecclesiaste poiché ci si renderà conto di come la Terra continuerà a ruotare intorno al proprio asse placidamente, a prescindere dalle ambizioni e dalle malriposte volontà di potenza degli uomini.

Quindi al netto di tutto ciò possiamo trarre un paio di considerazioni.

La prima è che Dio, per sua natura, è infinitamente buono. E di conseguenza non può volere il Male. Se esiste il Male nel Mondo non è perché Egli lo vuole ma perché Egli lo permette. Per un Bene maggiore.

La seconda considerazione prende come spunto la tragedia di Air India menzionata poc’anzi. In questo caso l’Uomo dovrebbe essere portato a “volare basso”, come si suol dire. Infatti basterebbe chiedersi: “Ci si fa più male cadendo dal primo piano o dal decimo piano?“. Proprio per questo motivo, nell’iconografia classica di innumerevoli santi, essi vengono rappresentati con un teschio in mano. Per ricordare a sé stessi e a noi la caducità della vita. Che tutto è vanità, appunto. E infatti la frase “Ricordati che devi morire!“, sbeffeggiata bonariamente da Massimo Troisi nel film “Non ci resta che piangere”, sarebbe un bel mantra che noi tutti dovremmo ripeterci quotidianamente. Per ricordarci di come sia inutile e futile preoccuparci dei risultati che ci affanniamo a conquistare su questa Terra. E di come la nostra vita sia condizionata dal giudizio degli uomini. Mentre invece noi tutti dovremmo essere condizionati dal giudizio di Dio. Giusto e implacabile.

Per questo ritengo che se tutti i ricchi e i potenti della Terra prendessero coscienza di essere una scorreggia in un uragano vivremmo sicuramente in un mondo migliore.

Alessio Paolo Morrone

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