BALMEDIE COME CAPRI: TRUMP DETTA LEGGE, L’EUROPA OBBEDISCE E PAGA IL CONTO

In un mio articolo di un mese fa paragonai il rapporto tra Trump e Musk a quello che, duemila anni fa, legava Tiberio a Seiano: una dinamica che rivelava già allora una sindrome da impero negli Stati Uniti, una sintomatologia che oggi si manifesta in modo sempre più evidente.

Prendiamo ad esempio quanto accaduto in Scozia: il Presidente degli Stati Uniti ha incontrato Ursula von der Leyen non in una sede istituzionale propria, né in quella del Paese ospitante, bensì nella sua residenza privata — un golf club. Un vertice per discutere di dazi con l’Unione Europea, esattamente come avrebbe fatto l’antico Tiberio, non a Roma, ma nella sua villa a Capri.

Così, il cliens del terzo millennio — ovvero la Presidente della Commissione Europea — ha dovuto recarsi, senza possibilità di obiezione, a Balmedie, sulla costa del Mare del Nord, terra d’origine della madre del tycoon. E lì, quest’ultimo ha raggiunto l’obiettivo che si era prefissato fin dall’inizio: scaricare sui propri vassalli buona parte del costo del riassetto del bilancio statunitense.

Se Giorgia Meloni è l’unica a gongolare — insieme alla sua amica Ursula — per aver evitato dazi al 30%, nel resto del Vecchio Continente non sono mancate le lamentele: dalle più sensate alle più pretestuose.

Dal Primo Ministro francese François Bayrou, che ha parlato di un “giorno buio” in cui “un’alleanza di popoli liberi, uniti per affermare i propri valori e difendere i propri interessi, ha deciso di sottomettersi”, all’insoddisfazione di Friedrich Merz in Germania, fino all’apatia dello spagnolo Pedro Sánchez per un “accordo non entusiasmante”. E non sono mancati neppure gli sberleffi dell’ungherese Viktor Orbán, secondo cui Trump avrebbe “mangiato la von der Leyen a colazione”.

A questo coro si unisce Carlo Calenda che, orfano di Emma Bonino, sembra voler interpretare il ruolo di europeista ortodosso. E su von der Leyen è tranchant:

Penso che debba andare via, e anche al più presto, perché è un’incapace. Mario Draghi non avrebbe mai gestito così un negoziato con Trump. In dieci anni — da Confindustria al governo — non ho mai visto nulla di simile. Meloni e Merz, per proteggere l’automotive (che poi non hanno nemmeno salvato), hanno evitato di introdurre contromisure. Così, quando Trump ha imposto i dazi provvisori, l’Europa non ha reagito, e si è seduta al tavolo senza nulla in mano. Von der Leyen, domenica, si è letteralmente genuflessa. Il problema non sono solo i dazi al 15% (contro il 2,5% dell’era Biden), ma anche l’aver concesso l’ingresso delle merci USA senza alcun dazio. E ora il governo italiano vuole addirittura indennizzare le imprese: in pratica, i cittadini pagheranno Trump! Noi avevamo proposto, già due anni fa, un piano per abbattere i costi dell’energia e rilanciare l’innovazione, stile Industria 4.0. Ora andiamo contro un muro. Se avessi oggi parlamentari europei, voterei la sfiducia a Ursula von der Leyen. Con lei, l’Europa non può andare avanti.”

Per Calenda, l’Europa è un’àncora che può salvarci nel mondo multipolare. Ma la realtà è che oggi l’Unione è parte del problema: l’incudine che ci schiaccia e ci trascina in fondo.

Gli europeisti obiettano: “Ma come si fa da soli?

Io rispondo: meglio soli che male accompagnati.

Se si guardano i dati sulla crescita economica in Europa, si nota che due dei primi tre Paesi non adottano l’euro, e uno non fa nemmeno parte dell’Unione.

Al secondo posto troviamo l’Albania (+3,8%), che beneficia della leva monetaria sul lek, del pieno allineamento con la NATO (e relativi fondi), e di ingenti rimesse in valuta pregiata da parte della diaspora albanese, spesso reinvestite — lecitamente o meno — nello sviluppo del turismo locale.

Segue la Polonia (+3,3%), che, pur essendo membro dell’UE, conserva lo złoty e sfrutta il suo ruolo strategico sulla nuova “Cortina di ferro”, ottenendo risorse cospicue sia dall’UE che dalla NATO.

In cima alla classifica c’è Malta (+4%): isola di 316 km² con 520.000 abitanti, che riceve fondi AMIF in misura ben più elevata dell’Italia pur non accogliendo nemmeno un migrante, grazie a una fitta rete di cavilli burocratici. Così, ancora una volta, i costi sociali, economici e di sicurezza ricadono interamente su di noi — e l’Europa tace.

La morale della favola?

Mentre Malta si dimostra scaltra e opportunista, e Polonia e Albania beneficiano sia della sovranità monetaria sia della loro posizione strategica, l’Italia, oggi democrazia matura, è esclusa dai giochi che contano. E così, mentre gli altri si rafforzano, noi restiamo schiacciati sotto il peso dell’“alleanza”, senza voce, senza strumenti, senza futuro.

Due uomini incatenati tra loro in acqua non nuotano meglio. Semmai, affondano insieme.

E infatti, nel medesimo periodo, Francia, Italia e Germania — i “grandi” dell’UE — crescono appena: +0,6%, +0,4%, 0%.

Che fare?

La soluzione più logica sarebbe non restare nel ventre molle dell’UE, dove non siamo più frontiera ma zavorra, bensì assumere un ruolo autonomo, magari equidistante tra Est e Ovest, perfino più vicino alla Russia, come parte di quel pacchetto che interessa gli Stati Uniti e Trump: evitare che la Cina si prenda tutto il meglio dell’impero russo — gas, grano, petrolio, terre rare.

È in questo contesto che va letta la “tolleranza” di Trump verso la Russia in Ucraina.

E se vogliamo tornare alla storia romana: l’Italia dovrebbe assomigliare a Erode il Grande, che si vide non solo confermare il regno da Augusto, ma anche allargarlo con Gerico, Gaza, la Samaria, la Traconide e Cipro.

Invece rischiamo di fare la fine del suo erede, Archelao: prima ridotto a tetrarca, poi spodestato proprio sotto Tiberio.

Intanto, Trump si fa effigiare come imperatore romano sulle monete d’argento da un’oncia della Repubblica Africana di Liberia, con tanto di iscrizione latina:

“FACITE AMERICAN ITERUM MAGNAM”
(la versione “classica” di Make America Great Again)

E sul margine destro e sinistro della propria effige, non “In God We Trust”, ma:

“IN DON WE TRUST”
dove “Don” — non a caso — è Donald.

Lorenzo Valloreja

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