L’ULTIMA SPIAGGIA: LA VERITÀ DIETRO IL FUNERALE DELLA VILLEGGIATURA

Su queste colonne, da parte nostra, abbiamo già analizzato le problematiche dei servizi turistici italiani, in primis quelli balneari e costieri, alla luce della direttiva Bolkestein.
Siamo di fronte alla sostanziale destrutturazione e allo smantellamento di un’imprenditoria prettamente familiare. In questa stagione estiva 2025, però, vi è un fatto nuovo: si profilano sinistramente, come quei signori delle pompe funebri che nel vecchio West cinematografico indossavano immancabilmente palandrana e cilindro neri, gli allarmi della stampa di Sistema.

Ovvero: crollo delle presenze per la presunta insostenibilità delle tariffe; lamentele dei balneari per presenze in spiaggia concentrate solo nei fine settimana e nei festivi (in sostanza, quindi, solo il 2 giugno e il 15 agosto). Persino gli abbonamenti stagionali — che costano non meno di 500 euro per un ombrellone che la battigia neppure la vede — sono considerati una perdita, poiché impediscono di affittare a utenti occasionali, magari ospiti anche del ristorante annesso o più consumatori del bar, ormai presente in qualunque concessione.

In questo senso è chiaro il tramonto dell’industria della vacanza e la fine ormai compiuta della “villeggiatura”: siamo tutti “giganti”.

Ciò premesso, per esperienza di vita e anche giornalistica, ritengo doveroso far notare la profonda opacità della stampa sistemica, che avvia campagne che deve avviare e non intraprende narrazioni che non può intraprendere. Non è vero che le spiagge siano addirittura deserte: le immagini che giornali e telegiornali ci mostrano hanno la credibilità, più o meno, delle bare sui camion militari nella Bergamo dei giorni più nefasti del COVID. Se non sono prodotti di IA, sono quantomeno riprese nelle prime ore del mattino.

E poi, sarà da quando gli uomini andavano al mare con quella specie di tute e le donne imbacuccate come islamiche radicali, che una bevanda ai “bagni” costa il doppio rispetto a un normale bar in città. Anche perché, d’altronde, servirla fredda, se non ghiacciata, è un servizio da apprezzare. Che poi questi piccoli lussi da impiegato fantozziano non siano più alla portata dell’italiano medio, forse l’introduzione della moneta-truffa o l’immutata pressione fiscale c’entrano qualcosa, o no? Allo stesso modo, se i prezzi sono innegabilmente aumentati, l’enorme punto interrogativo sul futuro delle concessioni, quando l’ennesima proroga della Bolkestein cesserà, ha sicuramente il suo peso.

Ma allora, se le cose stanno davvero così, cui prodest tutta la grancassa mediatica sui poveri italiani che non possono più concedersi di sguazzare nell’acqua più o meno salata (dipende dal maggiore o minore inquinamento)?

La risposta più sincera e concreta l’ha data l’attuale leader radicale Halissey, che per una volta ha lasciato perdere le classiche tematiche tanatologiche e necrofore (aborto, eutanasia) per andare al cuore “nobile” delle loro radici: quell’estremismo liberale per cui, tra le altre cose, comanda chi ha i soldi e la gerarchia consiste, molto semplicemente, nella preminenza di chi ne ha di più rispetto a chi ne ha di meno. E infatti ha rimproverato agli imprenditori del settore le poche migliaia (o addirittura centinaia, ma non esageriamo…) di euro a pagamento delle moriture concessioni.

Qui casca l’asino: finalmente qualcuno che ci mette la faccia e non gioca con le foto delle spiagge alle otto del mattino. Basta con questi quattro pellegrini di speculatori del territorio, e ben vengano i vari Club Med o Valtour che abbasseranno i prezzi (ma davvero?), oltre a rendere anche i castelli di sabbia “europei” e cuocere le pizzette con pomodori sintetici e olio “sostenibile”, cioè riciclato.

“Ce lo chiede l’Europa”, certo. Ma è anche la morte politicamente annunciata di più di una categoria professionale, sempre governativa nelle urne, brontolona ma poi, al dunque, nemica di “ogni estremismo”. Fedeltà elettorali e tifi da stadio davvero mal ricompensati con vane promesse e ora anche con l’accusa di avidità e cattive pratiche commerciali che rischiano di rovinare un’industria turistica dipinta da classi dirigenti fellone e allo sbando in idee e progettualità: letteralmente come l’ultima spiaggia dopo la deindustrializzazione.

A. Martino

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