RIMINI, L’ARRESTO CHE CAMBIA IL PARADIGMA E PREPARA L’8 SETTEMBRE UCRAINO
L’arresto di Serhii K. – agente segreto della SBU, la principale agenzia ucraina responsabile della sicurezza interna, del controspionaggio e della lotta al terrorismo, in altri termini il corrispettivo del KGB – avvenuto a Rimini mentre era in vacanza con la propria famiglia, perché secondo i giudici tedeschi sarebbe uno dei coordinatori del sabotaggio ai gasdotti Nord Stream 1 e 2, in quel ormai lontano settembre 2022, non è certo cosa da poco. Per chi sa leggere tra le righe e riconoscere i segni, indica infatti un cambio totale di paradigma.
La Germania e l’Italia, Paesi che per anni hanno ripetuto fino alla noia e allo sfinimento che esistono un aggredito (l’Ucraina) e un aggressore (la Russia), hanno armato, finanziato e sostenuto diplomaticamente Zelensky per il raggiungimento di una “pace giusta”. Lo hanno fatto anche a costo di tagliarsi i “zebedei”, tanto forte era il legame dell’asse Roma–Berlino con l’economia russa: non solo per gli idrocarburi, ma per l’insieme delle risorse e, soprattutto, per gli investimenti che non soltanto gli oligarchi, ma anche il resto dei russi effettuavano in questi Paesi.
E ora che fanno? Arrestano un giustiziere? Trattengono un soldato che, dal loro punto di vista, avrebbe difeso eroicamente il proprio Paese invaso, mentre sarebbero pronti a garantire immunità al presidente Putin se si recasse in Italia o in Germania?
Ma allora è veramente cambiato tutto! … anzi no: è semplicemente la guerra, bellezza!
C’è chi vince e c’è chi perde, alla faccia delle bugie e della disinformazione che in tempo di guerra raggiungono vette altissime. Non solo la barzelletta sulle condizioni cliniche di Putin, che lo avrebbero visto morto già da tre anni; non solo il presunto fallimento dell’economia e del sistema produttivo russo, che secondo certi “esperti di cartone” sarebbe crollato almeno venti volte negli ultimi tre anni di narrativa bellica; non solo la castroneria dei “milioni di morti” russi su un esercito effettivo di un milione e mezzo di soldati – per la serie, a quel punto, Putin e Lavrov dovrebbero andare di persona in trincea. No, si è andati molto oltre.
Dall’attentato al Nord Stream, attribuito prima a un misterioso sottomarino pirata, quando oggi sappiamo che fu messo in atto affittando uno yacht a vela partito da Rostock con due sub a bordo che piazzarono le cariche; alla versione che i sabotatori siano stati gli stessi russi, come se uno si facesse del male da solo “per dispetto alla moglie”; fino all’ultima chicca: Zelensky informato dell’operazione, che dà il contrordine, ma i suoi uomini non lo ascoltano e il danno si compie ugualmente.
Così, dopo questa indigestione di balle, il grosso del pubblico è costretto, suo malgrado, a scoprire che l’Ucraina la guerra l’ha persa, e l’ha persa anche malamente. Sarebbe meglio che accettasse una pace poco giusta, prima che la sconfitta diventi resa incondizionata.
Trump questo lo sa, ed è per questo motivo che al summit di Washington ha regalato al presidente Zelensky una mappa dell’Ucraina, per metterlo di fronte a ciò che non vuole accettare: caduto il centro logistico di Pokrovsk, le tre piazzeforti di Kramatorsk, Sloviansk e Kostjantynivka crollerebbero come un castello di carte, aprendo così ai russi una pianura immensa che li porterebbe in pochissimo tempo alla conquista di Kiev.
Allo stesso modo, prima che la nave affondi, i topi cercano di scappare e, nella migliore delle ipotesi, di riciclarsi. I toni si abbassano, le dichiarazioni diventano meno sprezzanti e gli amici di un tempo, che poi sono diventati nemici, oggi possono tranquillamente tornare a essere considerati amici.
D’altronde, come non interpretare questo arresto che anticiperà anche la richiesta di danni del governo tedesco alla Cancelleria di Kiev? È scontato: in guerra qualcuno i danni li deve sempre pagare. C’era chi aveva pensato – non so con quale fantasia o coraggio – di farli pagare a Mosca; ora, capita la malaparata, gli stessi chiedono i danni a chi la guerra, di fatto, l’ha persa. Ed ecco perché Zelensky, proprio in queste ore, ha fatto sapere che “l’operazione Diameter” era sua intenzione stopparla.
Ma stop o non stop, sono convinto che alla fine i capi di imputazione attribuiti agli ucraini saranno parecchi. Non ultimo l’attentato che costò la vita a Daria Dugina, la figlia dell’ideologo dell’eurasismo, uno dei maggiori pensatori della Russia di Putin, uccisa anche lei nello stesso anno in cui fu distrutto il gasdotto e di cui in questi giorni ricorre l’anniversario della morte.
Ed ecco perché l’Ucraina deve chiudere immediatamente questa guerra: per sperare di fare la stessa fine che fece l’Italia dopo l’8 settembre, cioè tentare di sedere al tavolo dei vincitori pur avendo perso il conflitto.
Lorenzo Valloreja













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