LO SGOMBERO-SFRATTO DEL CENTRO SOCIALE LEONCAVALLO DI MILANO. ATTO DOVUTO DI LEGALITA’ O ALTRA TAPPA INIZIALE DEL “GRANDE RESET” NORMALIZZATORE ?
E alla fine, il mitico centro sociale “Leoncavallo” detto anche Leonka, è stato sgomberato. Anche se, dicono, gli hanno già trovato una nuova sede. Ma quel che conta è il mantenimento di una promessa elettorale.
Non sto qui a spiegare e passare in rassegna le ragioni, e gli episodi, che hanno avvalorato secondo le opposte fazioni, rispettivamente la demonizzazione e la santificazione di tale associazione privata (tale in definitiva è un “centro sociale”, ma il Leonka è addirittura una società per azioni ). A ciò hanno già provveduto paginate e paginate di giornaloni.
Potrei, come Geronimo (il capo apache, non il figlio della seconda carica dello stato quando essa si permetteva certi antiamericanismi) che si guardò divertito uno scontro di frontiera fra americani e messicani dall’alto di una collina o forse di un canyon, semplicemente osservare il tutto con grande distacco. Nulla porta la vicenda di peggio o di meglio, secondo la mia visione, a questo mondo complesso e troppo spesso disperato.
Se poi si preferisce il tifo da stadio, come un amministratore locale abruzzese di Fratelli d’ Italia, che ha in merito spiritosamente pubblicato sui social una curva di tifosi esultante, perché no? Tutto ciò che ci fa illudere che altri credano in qualcosa come noi, ben venga.
Nella curva di sinistra, calcisticamente parlando, si è un po’ infantilmente obiettato: perché allora, non anche la analoga struttura romana di Casa Pound?
Ricordo innanzituto che le amministrazioni locali con le loro polizie (una volta dette “vigili urbani”) non c’entrano nulla con queste problematiche, dato che tecnicamente (particolare spiegamento di forze a parte), qui col Leoncavallo come ipoteticamente potrebbe essere altrove, siamo semplicemente di fronte a un accesso di ufficiale giudiziario notificante sfratto e assistito dalla polizia giudiziaria.
E lasciamo perdere le vecchie simpatie e ideologie di Matteo Salvini che un tempo lo spinsero nel campo del Leonka: in politica è abbastanza normale modificare o cambiare opinione, e anzi, si dice con una punta di opportunismo “solo gli imbecilli non cambiano mai opinione”. Peccato che tanti “imbecilli” per la loro coerenza, sono spesso finiti dinanzi a plotoni di esecuzione o su patiboli.
Pare che dei graffiti presenti sulle mura dell’ ormai ex centro sociale milanese, abbiano rilevo artistico e sarebbero tutelabili ai sensi della normativa vigente.
Tornando a Casa Pound: attenzione che, almeno quando il vento politico sarà cambiato, di certo sarà la prossima vittima di questa normalizzazione legalitaria, a quanto pare sorda alla vecchia regola delle polizie politiche dal Settecento in poi, per cui il dissidente più lo si conosce accentrato e gravitante attorno a certi posti, meglio è. La “vendetta” di Schlein o Fratoianni o fate voi, sarà inevitabile. Ma d’altronde, a parte ultime sacche di irriducibili bella ciao o allo stesso modo anche se all’opposto, di “camerati”, chi tra i giovani di oggi è disposto a beccarsi una manganellata o una scossa di taser per difendere una ridotta alternativa di periferia?
Anzi, se per una legislatura in più i flussi elettorali intermedii (elezioni europee e amministrative) dovessero dimostrare, da pur fallaci studi demoscopici, che il voto “moderato” (ovvero amorfo) vale più di quello “radicale” (ovvero di chi crede a qualcosa in qualche modo riconducibile alla Destra a quel punto ormai assolutamente marginale), non escludo che Casa Pound possa essere sacrificata, assieme ad altre realtà andanti da Forza Nuova a Indipendenza, sull’altare della ormai inoppugnabile appartenenza meloniana alla “destra repubblicana ed europea”.
Ormai, parlare di “democristianizzazione” di FdI è persino ingeneroso verso quella DC che, almeno fino ai primi anni Ottanta, fu realmente e a prescindere da qualunque critica politica, di forte ispirazione cattolica. L’aggettivo “cristiano” relativi ai due principali partiti tedeschi di “centrodestra” tedeschi non ha infatti più alcun senso, come l’etichetta “socialista” sfoggiata da tanti altri partiti europei.
Con questa mia analisi, non voglio certo tradire nostalgia per gli anni del confronto fanatico, della strategia della tensione o peggio: ci mancherebbe altro.
Però i pochi giovani che ancora credono in qualcosa, pur se, o anche, all’opposto di quello in cui credo io o chi mi legge, hanno bisogno di certi posti sgraditi al borghese omologato e benpensante, come di una palestra di pesi o di boxe et cetera. Devono scaricare corpo, ormoni, sogni (o incubi). Soprattutto in un mondo che li vuole (sì, li vuole nonostante le chiacchiere di smentita) che passino le intere giornate, scuola compresa, con uno smart phone in mano.
Insomma, modificando lievemente il celebre detto classico: se Atene piange, Sparta farebbe meglio a non ridere.
A. Martino
P.S. Si è liberi di non credermi, ma la bozza di questo articolo è stata terminata prima che oggi, dalla stampa quotidiana e più esattamente da una intervista a Il Messaggero, apprendessi che il ministro Piantedosi afferma che anche per Casa Pound “arriverà il suo turno”.













Lascia un commento