WOODY ALLEN SI COLLEGA ALLA SETTIMANA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI MOSCA, E L’UCRAINA GLI DICHIARA GUERRA
Stavolta non si tratta delle solite vecchie glorie italiane Pupo o Albano (magari con Iva Zanicchi al traino) od Ornella Muti, e neanche di uno Steven Seagal o di un Gerard Depardieu.
Ma si tratta di Woody Allen, vecchia gloria sì (soprattutto dall’ altra parte della macchina da presa) del cinema USA, ma particolarmente cara alla galassia radical chic europea ancor prima che americana. Sospettarlo di trumpismo mi sembra ridicolo. Suoi film sono davvero iconici, svariate le battute dei dialoghi che dovrebbero essere trascritte appena usciti dalla proiezione, e gliene vengono attribuite persino di non sue (basti pensare a “Dio è morto, Marx pure, e io non mi sento tanto bene”).
La sua New York di celluloide, come situazioni narrative e contesto culturale, ha inciso sul nostro modo di vedere la Grande Mela e l’America stessa, anche suscitando la voglia intellettuale di visitarle.
Deve essere quindi semplicemente devastante per un Calenda o una Schlein, quanto per un Paolo Mieli o un Michele Serra, l’imprevista uscita del vecchio cineasta sulla Russia di Putin.
Non perché abbia svolto chissà quale “propaganda russa”, anzi: ha fermamente condannato l’iniziativa militare russa. Ma semplicemente, ha rivendicato le ragioni del dialogo culturale fra intellettuali e artisti di popoli diversi e differenti anche in presenza di conflitti e di contrasti politici.
Collegatosi on line domenica scorsa alla Settimana internazionale del Cinema di Mosca, aveva avuto parole di elogio per il cinema russo e per la vita a Mosca e San Pietroburgo durante una conversazione online con il regista russo Fyodor Bondarchuk, autore di pellicole patriottiche quali Stalingrad e figlio di Serghei Bondarchuk, Oscar quest’ ultimo nel 1968 per il film Guerra e Pace.
Immediatamente, il ministero degli Esteri ucraino aveva condannato la partecipazione di Woody Allen al festival moscovita definendola “una vergogna e un insulto al sacrificio di attori e registi ucraini uccisi o feriti dai criminali di guerra russi nella loro guerra in corso contro l’Ucraina”.
Il quattro volte premio Oscar così ha puntualizzato al britannico The Guardian: “Per quanto riguarda il conflitto in Ucraina credo fermamente che Vladimir Putin abbia totalmente torto.
La guerra che ha provocato è spaventosa. Ma qualunque cosa i politici abbiano fatto, non penso che tagliare le conversazioni artistiche sia un modo per aiutare”.
Buon senso persino banale, dinanzi a isteria che, non essendo più Biden alla Casa Bianca, ha ormai poco senso. Prendo inoltre atto delle asserite perdite umane del cinema ucraino a opera delle armi russe, anche se forse di non straordinario rilievo internazionale.
A. Martino













Lascia un commento