LA INCREDIBILE (MA NON TROPPO) CADUTA VERSO L’INDIGENZA DI IRENE PIVETTI, EX PRESIDENTE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI
Irene Pivetti (classe 1963) aveva, come tanti dei politici di successo che cercano poi se non di nasconderlo almeno di non metterlo in risalto, un pedigree di establishment di tutto rispetto.
Padre regista cinematografico e madre attrice e doppiatrice in un’epoca in cui il cinema rappresentava socialmente qualcosa più di oggi, sorella (Veronica) anch’ella attrice e doppiatrice di notevole successo televisivo, un nonno (Aldo Gabrielli) grande linguista e italianista.
Agganciata la Lega dei tempi ruggenti di Umberto Bossi, ne diventa presidente della Consulta cattolica, è eletta alla Camera nel 1994 e ne viene clamorosamente eletta presidente. La giovane fervente cattolica diviene così la più giovane delle quattro cariche apicali della Repubblica (presidenze della repubblica, del senato, della Camera, del consiglio dei ministri) in tutta la sua storia.
La breve stagione del primo governo Berlusconi per far cadere il quale il presidente Scalfaro arrivò quasi al colpo di stato, lasciò il tempo che trovò. Per Irene, da allora, un repentino declino politico e l’emarginazione nella Lega quasi incomprensibile per i non addetti ai lavori, in parte compensati da derive di folclore televisivo e da qualche, non proprio inutile, episodio di telegiornalismo.
Irene Pivetti, però, ha sempre avuto la tendenza o magari la sfortuna che le sue opere (la politica o la televisione) vengano sempre interrotte in favore dell’attività che appare più promettente di volta (atteggiamento tipico di chi sa di avere, per i motivi familiari già detti, le spalle coperte, oppure dell’avventuriera o della cosiddetta farfallona).
Ed ecco, che in tempi più recenti, la ex occupante dello scranno più alto di Monte Citorio entra nel mondo degli affari, per incorrere in gravi grane (la storia della compravendita di tre Ferrari in Cina che le ha valso qualche giorno fa una condanna a quattro anni in primo grado per evasione fiscale e autoriciclaggio, e l’altra davvero sgradevole delle mascherine sanitarie dalla Cina di scarsa qualità all’epoca della “dittatura sanitaria”). Ella si professa innocente.
Irene Pivetti ha dichiarato alla stampa che ha attraversato un periodo di assoluta indigenza (è anche ricorsa alla mensa di San Vincenzo), per poi approdare a un lavoro presso una cooperativa di ex detenuti da circa mille euro al mese. Dalle stelle alle stalle, “chi tanto in alto sale….” et cetera: inutile pontificare. Evidentemente, l’interruzione di qualunque rapporto di affari in seguito alla sua caduta e i sequestri giudiziali cautelativi, le hanno praticamente azzerato il patrimonio.
A giudicare dai socials, la misericordia nei suoi confronti è nulla anzi abbiamo un notevole compiacimento per il suo sfogo (a quanto pare, è stata abbandonata anche dalla somigliantissima sorella). Era una della “casta”, ed è giusto che paghi: la cosa dovrebbe apparire sinistra anche agli attuali detentori del Potere, dato che tanto veleno sotterraneo non è mai rassicurante. I suoi esiti non hanno necessariamente la scontatezza della sottomissione borbottante e sputacchiante alle spalle.
Quando presiedeva la Camera, non mi ispirava molta simpatia umana: algida e altezzosa, subiva una evidente ansia di apparire adeguata e istituzionale nonostante la giovanissima età; era circondata e scortata da una specie di reggimento.
Eppure, la sua testimonianza cristiana e cattolica andò straordinariamente ben oltre l’aria di sacrestia dei democristiani della prima repubblica: anche al giuramento da presidente della Camera indossava la spilla del Sacro Cuore dei ribelli vandeani. Il che, con discreta dose di incoerenza data la già ossessiva laicità dello stato ai cui vertici ascendeva.
Si sappia infatti, o si ricordi, che nel 1793 la regione settentrionale della Vandea, praticamente appena giunta la notizia della esecuzione del re, si sollevò contro Parigi: fu una epica e gloriosa pagina di vera resistenza spirituale e morale contro il repubblicanesimo ateo e della bugiarda libertà rivoluzionaria il cui pari nella Storia si ha forse solo nella rivolta messicana dei Cristeros negli anni Venti del secolo scorso. La vendetta del regime rivoluzionario del Terrore fu atroce, fino a configurare il primo dei genocidi moderni.
La vicenda umana della Pivetti sta a ricordarci che il potere veramente supremo oggi, è quello giudiziario, e che chiunque deve, assai semplicemente, augurarsi e pregare di non avervi a che fare.
Per tutto il resto, per quanto mi riguarda, Irene Pivetti è da perdonare e da ammirare per quella sua coraggiosa e “scandalosa” spilletta di plastica che un tempo, quando si ritrovò tra i potenti d’ Italia, indossava.
A. Martino













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