ORBAN, TRUMP E L’ITALIA NELLA RETE DEL PESCE SPADA

Alla fine, Orban – da Washington – ha dato la prova provata di quanto da me sostenuto in diversi articoli: tra tutti i sovranismi che il Governo Meloni avrebbe potuto seguire, quello più opportuno per l’Italia era, ed è tuttora, il modello ungherese.

Noi invece, non si sa perché, ci siamo accodati alla linea polacca, con tutti i problemi e le limitazioni del caso.

Morale della favola?

L’Ungheria è stata esentata da Donald Trump, per un altro anno, da sanzioni e da ogni tipo di ritorsione americana dovuta all’acquisto di gas e petrolio russi.

Per la serie: «prendi e porta a casa!».

D’altronde, le uniche sanzioni a cui continua a essere sottoposta Budapest – ironia della sorte – sono quelle dell’Unione Europea per la gestione dei migranti e per i rapporti commerciali con Mosca.
E forse, nell’ottica del tycoon, proprio per questo bisognava “graziare” Viktor: per far capire, insomma, agli altri clientes europei che con Bruxelles è meglio darci un taglio.

Fatto sta che, alla lunga – vedrete – la Repubblica magiara sarà quella che, nel Vecchio Continente, avrà il costo dell’energia più basso, oltre a un costo del lavoro altamente competitivo, dovuto anche al fatto che l’Ungheria non ha rinunciato al proprio fiorino come valuta nazionale.
Ergo, molte aziende – comprese quelle italiane – finiranno per delocalizzare lì, arricchendo la classe lavoratrice magiara e ampliando la disoccupazione nel resto del continente.

Insomma, sinceramente, Orban – da quando c’è – non ne ha sbagliata una.

E ha saputo ritagliarsi anche un ruolo diplomatico di tutto rispetto, visto che Trump ha dichiarato di sperare sempre di incontrare Putin proprio a Budapest.

Mio nonno soleva dire: «Chi n’tè bon cocc, te bon pet», che tradotto significa: «Chi non ha una buona testa deve per forza avere dei buoni piedi», perché se non riesce con la furbizia deve affidarsi alla forza fisica per raggiungere i propri obiettivi.

Ora, nel nostro caso, non abbiamo né l’una né l’altra: se la maggioranza ha sbagliato strategia, l’opposizione non è che sia stata da meno.

Basti guardare l’ultima “calendada” della settimana: il tatuaggio del tridente ucraino fatto da Carletto, in diretta web, sull’avambraccio.

Insomma, l’Italia – con l’Ucraina, e grazie a questa classe politica – è come il pesce spada che, finito nella camera della morte, spinge e colpisce la rete con il rostro, impigliandosi sempre di più proprio con il becco e peggiorando la sua situazione a ogni tentativo di fuga.

Certo, anche questa esenzione avrà avuto un costo: Trump non fa mai niente per niente e, da quel che è trapelato, il prezzo è stato più che accettabile, giacché l’Ungheria si è impegnata ad acquistare armamenti dagli Stati Uniti – cosa che l’Italia, pur essendo uno dei primi produttori al mondo di armi, non ha fatto in egual misura.

La differenza più rilevante, fin qui, è l’ingresso statunitense nella produzione di energia nucleare in Ungheria: una forma di energia che, fino all’altro ieri, era di esclusivo appannaggio dei russi.

Comunque, restiamo alle stesse condizioni dell’Italia: perché, allora, due pesi e due misure tra Roma e Budapest, visto che Meloni è stata definita dallo stesso Trump, in più di un’occasione, una leader “fantastica”?

La risposta, come al solito, la troverete nei miei precedenti scritti, dove ho già spiegato che il linguaggio povero del tycoon fa sì che un «è fantastica!», «sta facendo un lavoro eccezionale» o «è un grande accordo» corrispondano a poco più che intercalari di circostanza positiva.
Nulla più.

Infatti, se andate a vedere la foto degli accordi di Sharm el-Sheikh, vi renderete conto di come Meloni fosse molto defilata nella photo opportunity: pur essendo l’unica donna, stava all’ultima posizione a destra.

Una di quelle foto che, se fossero ritagliate solo sui soggetti centrali, la vedrebbero assente, a meno di conoscere perfettamente tutti gli intervenuti.

A questo punto mi chiedo: ma quando capiremo che è giunta l’ora di cambiare completamente registro in politica estera?

In politica non esistono spazi vuoti.

Non siamo più – come ai tempi della Prima Repubblica – ai confini dell’Impero, ma nel cuore del Mediterraneo.

Ebbene, prima torneremo a fare l’Italia e a tutelare gli esclusivi interessi della Nazione, meglio sarà per tutti.

Dell’integrazione europea e dei problemi continentali, lasciamo che se ne occupino i “galli e i nibelunghi”.

Il ruolo dell’Italia è da sempre quello di cerniera, e tale adda essere: tutto il resto è noia… e fastidio.

Lorenzo Valloreja

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *