LA GUERRA È UNA GALLINA DALLE UOVA D’ORO: A VOLTE LE DEPONE IN BAGNO, ALTRE IN VALIGIA… MA GUAI A DIRE CHE ESISTONO. CHI PRENDE IN GIRO CHI?
Che la pace sia ogni giorno più vicina me ne accorgo non dai negoziati, ma dagli effetti collaterali: arresti, scandali, valigie di denaro, lingotti spuntati come funghi. È il solito copione della storia: quando un regime scricchiola, la cronaca si riempie all’improvviso dei furti dei perdenti — mai dei vincitori, che restano puri per decreto narrativo.
È accaduto con Porfirio Díaz massacrato dal cinema di Hollywood, con Kolčak sbranato dai bolscevichi, con Göring descritto come un magazzino ambulante del Reich, con Mussolini e l’oro di Dongo, con Batista, con lo Scià, con Van Thieu, con Saddam, e persino con De Lorenzo ai tempi della guerra civile chiamata “Mani Pulite”. Sempre lo stesso rituale: si perde e si diventa ladri. La storia non perdona, ma soprattutto non cambia.
Per questo ho scritto più volte che, quando il sipario calerà sulla tragedia ucraina, anche Zelensky verrà travolto dalle stesse accuse. È una formula matematica della politica: l’infamia è il contorno obbligato del perdente.
E infatti ci siamo. Con imbarazzo palpabile di Crosetto — che scalpita per continuare ad armare Kiev mentre Salvini frena — il Paese scopre che Timur Mindich, impresario del giovane Zelensky comico e oggi barone delle tangenti energetiche (86 milioni di euro), si sarebbe costruito un bagno d’oro massiccio: wc, bidet, spazzolone.
Un trono reale in un Paese dove la gente defeca all’aperto perché non ha più elettricità né riscaldamento.
Il simbolo perfetto della guerra trasformata in impresa privata.
E come se non bastasse, torna alla memoria — e fu proprio il mio collaboratore Antonio Martino a segnalarlo immediatamente su l’Ortis — l’arresto del marzo 2022: Anastasia Kotvitska, moglie dell’oligarca dell’uranio Igor Kovitsky, fermata al confine ungherese con 28 milioni di dollari e 1,3 milioni di euro in contanti sparsi nelle valigie.
Un dettaglio interessante, se visto con l’ottica di oggi: tutto ciò avvenne pochi giorni prima del 10 aprile, quando Boris Johnson — in missione per conto dell’Occidente — ordinò a Zelensky di non firmare la pace con la Russia.
E così fu.
Ora, sarebbe comodo dire che Mindich e Kotvitska siano solo vittime di complotti. Ma sarebbe una menzogna. La corruzione è il carburante naturale di ogni guerra, il mezzo di trasporto dell’orrore, la barca su cui si attraversano i fiumi della disfatta.
Non riguarda solo gli sconfitti, ma anche i giannizzeri dei vincitori. Questi ultimi, invece, come detto, godono di immunità narrativa: la loro corruzione semplicemente non esiste, perché nessuno deve percepirla.
Ed è qui che il quadro si fa rivelatore.
In Italia, appena si racconta il bagno d’oro di un amico di Zelensky, ecco i “servizi” — entità misteriose che, giustamente, nessuno vede mai — parlare di “guerra ibrida russa”, della solita mano di Mosca che scuote l’opinione pubblica.
Insomma, la notizia non sarebbe scandalosa in sé: sarebbe propaganda.
E dunque, per la filosofia di Berkeley, se non è percepita non esiste: niente bagno d’oro, niente tangenti, niente marciume. Tutto bene a Kiev. Avanti con le armi.
Peccato per costoro, però, che il mondo reale non funzioni così.
La verità, purtroppo per molti, è che la guerra è sempre stata una gallina dalle uova d’oro.
A volte depone nelle strade.
A volte depone in valigie da 28 milioni.
A volte depone in un bagno d’oro massiccio.
Il risultato
è sempre lo stesso: una frittata indigesta per chi resterà col conto insoluto.
A Kiev come a Roma, da Washington a Mosca, perché — piaccia o non piaccia —
tutto il mondo è paese.
Lorenzo Valloreja













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