LA SETTIMA TROMBA SUONA: MENTRE MELONI E MATTARELLA DANZANO, L’ITALIA ENTRA NELL’APOCALISSE POLITICO-ISTITUZIONALE
«E vidi, quando l’Agnello ebbe aperto il primo dei sette sigilli… e vidi ancora sette angeli che stavano in piè davanti a Dio, e furono date loro sette trombe. Il primo angelo suonò la tromba, e vi fu grandine e fuoco mescolato con sangue…». Così scrive san Giovanni nell’Apocalisse, introducendo i quattro cavalieri: simbolo dei giudizi divini che si abbattono sulla terra prima dei sette castighi annunciati dalle trombe. Un susseguirsi di eventi catastrofici che nessun essere umano può fermare, perché voluti da Dio, ma che tuttavia si manifestano secondo un ordine perfetto, riconoscibile da chi voglia prepararsi.
Allo stesso modo, con la fine della guerra in Ucraina — che Paesi satelliti come l’Italia non possono certo determinare — si abbatterà su di essi un’“apocalisse” politico-istituzionale. I segni ci sono tutti, come vado dicendo da anni; solo che né i cittadini né la classe politica vogliono vederli o riconoscerli.
L’ultimo della serie, dopo il mandato d’arresto a Timur Mindich in Ucraina, sono le dichiarazioni del consigliere alla Difesa del Presidente della Repubblica, Francesco Garofani, trapelate sulla stampa: l’ex deputato del Partito Democratico avrebbe auspicato «iniziative contro la presidente e il centrodestra».
Per quale ragione? Per impedire alla Meloni di salire al Quirinale nelle prossime elezioni per il Presidente della Repubblica.
Subito il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, attacca e chiede un’immediata smentita. E, a quel punto, come in un minuetto nella Sala degli Specchi, arrivano anche le repliche di circostanza del Quirinale, che si dice «stupito» per la dichiarazione del capogruppo, ritenuta un “ennesimo attacco” alla Presidenza della Repubblica, «costruito sconfinando nel ridicolo».
Come se davvero tutti andassero d’amore e d’accordo. Come se non avessero idee politiche opposte, interessi contrapposti, sentimenti precisi. Come se non condividessero, in fondo, un’unica vera missione: mantenere il potere.
D’altronde Garofani è un esponente del PD. È stato scelto da Mattarella. E Mattarella ha militato nella Margherita e nell’Ulivo, cioè nel centrosinistra, che a sua volta ha fortemente voluto la sua rielezione al Quirinale.
Dunque: di cosa stiamo parlando?
È tutto legittimo, tutto costituzionalmente ineccepibile. Come fu, all’epoca, la posizione “berluscoclastica” di Scalfaro, che scioglieva le Camere appena poteva per rimandare a casa il Cavaliere, e dava vita a governi tecnici quando non intendeva ricorrere alle urne per timore che il Paese finisse nelle mani di Berlusconi.
Fa parte delle prerogative del Presidente: in Italia, da Umberto I a Vittorio Emanuele III fino ai giorni nostri, è sempre il Capo dello Stato a decidere quando il Paese deve votare. Non è cambiato nulla, alla faccia della narrativa “resistenziale”.
E se oggi non si sciolgono le Camere, è solo per una ragione semplice: tra chi va alle urne, Fratelli d’Italia è stabilmente sopra il 30%.
Ma detto ciò, al di là delle intenzioni delle parti contrapposte, qui non è come in Highlander, dove “ne rimarrà solo uno”. Molto più probabilmente, dopo questa sfuriata, a godere tra i due litiganti sarà un terzo. Perché entrambi i contendenti, al momento, scontano un peccato d’origine: sono entrambi esageratamente filoucraini, filoeuropeisti e antirussi. Tutte posizioni che imbarazzano — e infastidiscono — oltremodo l’amministrazione Trump.
Infatti, voglio sommessamente far notare che la mia teoria — secondo la quale Trump voglia ripristinare il vecchio ConDominio russo-americano degli anni ’70 per dominare e controllare il mondo — è tutt’altro che abortita. Tant’è che, se non vi fossero accordi silenziosi e una volontà di rapportarsi in maniera equanime fra questi due imperi, nell’ultimo voto alle Nazioni Unite sul piano di pace di Trump per la Palestina, Russia e Cina non si sarebbero limitate ad astenersi, ma avrebbero posto il veto, facendo saltare tutto. E invece così non è stato: un accordo è stato trovato, piaccia o non piaccia — anche sull’Ucraina.
Ebbene, in questo quadro, l’Italia, Paese al centro del Mediterraneo e cerniera tra questi due mondi, non può essere governata da chi ha una lettura completamente opposta al ConDominio. Specie se, come nel caso di Mattarella, ha anche la pecca di essere molto vicino alla Francia di Macron (Accordi del Quirinale, dichiarazioni contro la Russia all’Università di Marsiglia, medesima visione dell’UE in concorrenza con gli Stati Uniti): un’altra entità che Trump vede come il fumo negli occhi.
Perciò, secondo voi, cari lettori, il consigliere Francesco Garofani è stato così sprovveduto da rilasciare quelle dichiarazioni in presenza di un giornalista? Davvero ci credete? Perché Garofani non ha smentito ciò che è stato riportato dagli organi di stampa?
Molto probabilmente perché sa di essere stato registrato. E chi l’ha registrato?
Certo, esiste
per i giornalisti il diritto di tutelare le proprie fonti. Ma, se tanto mi dà
tanto — e dall’alto dei miei cinquant’anni ho capito almeno in parte come va il
mondo — allora, come avrebbe detto il mitico Andreotti, «a pensar male si fa peccato, però
spesso ci si azzecca».
E devo presumere che, dato che esistono mezzi come Paragon (cioè sistemi che
spiano i cellulari anche tramite audio), a fornire notizie alla stampa siano
stati gli 007 americani, che in questa fase hanno tutto l’interesse a
sbarazzarsi quanto prima degli uni e degli altri.
Perché la
settima tromba è ormai stata suonata. E ogni uomo, in politica, ha la sua
stagione.
E quella di Sergio e Giorgia, temo sia arrivata al capolinea — non per forze
interne, ma per necessità esterne.
Res ipsa loquitur.
Lorenzo Valloreja













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