IL VAMPIRO WOKE DI BESSON HA UCCISO DEFINITIVAMENTE DRACULA: ERA NECESSARIO?
Povero Dracula: neanche il re dei vampiri si salva dalla woke culture e dalla Francia macroniana che, pur contando ormai nel proprio Paese meno del due di coppe quando bastoni è briscola, pretende ancora di lasciare il segno. Così si affida a un regista come Luc Besson per spremere come un limone una storia e un personaggio già sfruttati all’inverosimile, ottenendo — a mio modesto parere — un’opera puerile e stucchevole. A tratti sembra che la sceneggiatura sia stata scritta da Homer Simpson più che da un grande regista: una cozzaglia di personaggi, luoghi e situazioni che, pur discostandosi legittimamente dal romanzo di Stoker, rivela tutta la chiusura mentale, la povertà di idee e il provincialismo di chi ha concepito il film.
Il fascino dell’horror, del resto, sta proprio nel fatto che — qualunque cosa accada — alla fine il mostro perde sempre. È questa certezza a rassicurare lo spettatore. Se il male diventa invincibile, non fa più paura: annoia. Il terrore nasce dal conflitto tra la potenza del vampiro e la sua vulnerabilità — come nell’uomo che, pur forte, resta fragile. Ogni creatura del male, perfino il vampiro più temibile, ha punti deboli: teme i simboli sacri, detesta l’aglio, è vulnerabile alla luce del sole e teme Dio. Tale dimensione religiosa aveva anche una funzione pedagogica nell’Europa del XIX secolo: ribadire il timor di Dio in una società sempre più materialista, anche per effetto di filosofi come Karl Marx. Il vampiro classico (da Nosferatu al Dracula di Coppola) non è solo un mostro fisico: è una figura teologica. Rappresenta la ribellione contro Dio, la perdita dell’anima, la dannazione eterna. Togliere questo elemento — come accade in Dracula: A Love Tale e in altri film contemporanei — significa eliminare la radice morale che dà senso alla paura.
Senza il confronto con il sacro, il vampiro non è più “il male”, ma solo una sorta di alieno o supereroe notturno.
Tutto questo, nel Dracula di Besson, scompare. Qui il vampiro non è più il principe delle tenebre, ma una sorta di divinità maligna, invincibile e onnipotente, che nulla teme e tutto può. Non lo fermano né crocifissi, né aglio, né luce del giorno, né luoghi sacri. Anzi, nella scena più cruda, si disseta e ringiovanisce prosciugando le vene a un’intera congrega di suore dentro una chiesa, davanti al crocifisso. E, in un’altra scena, pronuncia la frase: «Dio è l’amore, e se non ci perdona allora vada all’inferno pure lui!». D’altronde Besson non è nuovo a reinterpretazioni filosofico-religiose discutibili: basti pensare alla scena finale di Giovanna d’Arco, dove lo spirito che confessa la pulzella potrebbe essere tanto Dio quanto il grande accusatore, il demonio. Blasfemia o idolatria dell’ateismo? Il lettore scelga pure: il risultato non cambia, ed è sconfortante, perché il male emerge come una sorta di supereroe al contrario, privo di continuità morale.
In Dracula: A Love Tale, l’amore ritrovato dovrebbe essere il perno della storia, ma le idee sono poche e gli omaggi risultano fuori luogo o ridondanti:
- Ambientazione: non l’Inghilterra vittoriana, ma la Parigi del centenario della Rivoluzione francese. Omaggio storico o narcisismo patriottico? Più probabilmente la seconda.
- I servitori: non solo zingari, ma anche gargoyle animati, evidente omaggio a Notre-Dame.
- Il profumo: Dracula attira le donne come nel capolavoro Profumo – Storia di un assassino: omaggio? citazione? o più banalmente un’idea copiata.
- L’Italia magica: la “fragranza d’amore” sarebbe nata in una bottega fiorentina del Settecento, con l’affermazione — storicamente falsa — che Firenze fosse allora capitale della profumeria.
- Il carillon: oggetto anacronistico e fuori tempo, che ricorda The Others più che il XV secolo.
- Il combattimento finale: Dracula che affronta militari rumeni a colpi di arti marziali. Stucchevole e fuori tono.
Poche idee, confuse e contraddittorie, che dovrebbero essere tenute insieme dal filo dell’amore eterno ma che finiscono per negare persino la narrazione contemporanea del consenso. Dracula, convinto di aver subito un torto da Dio, sceglie la dannazione pur di riavere la sua amata; poi, quando la ritrova, accetta la morte lasciandola a un matrimonio ormai insensato. Un romanticismo stereotipato e privo di logica interna.
A questo punto mi domando: «Caro Luc, chi te lo ha fatto fare?». Se non hai idee, lascia stare: non spremere oltre ciò che è stato sfruttato fino allo sfinimento.
Con le tecniche odierne mi sarei aspettato un Dracula fedele a Stoker ma potenziato dagli effetti speciali. In questo senso il Nosferatù di Robert Eggers (2024) è stato perfetto. E, in definitiva, il miglior film su Dracula resta quello di Francis Ford Coppola: fotografia sublime, costumi eccellenti, cast impeccabile e una trama che rispecchia l’originale. Il pubblico — anche senza pensarci — cerca l’archetipo: il bene contro il male, la luce contro le tenebre. Quando questo equilibrio viene spezzato, come in Ultraviolet (2006), Daybreakers (2009) o Morbius (2022), il risultato è sempre lo stesso: un flop.
Perciò, caro Besson, questa volta l’hai fatta davvero grossa.
Lorenzo Valloreja













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