D’ANNUNZIO E IL FASCISMO: IL VERO RAPPORTO CHE NESSUNO OGGI VUOLE RACCONTARE.
Mi trovo costretto a scrivere questo articolo, sia come storico che come analista politico, non perché io voglia entrare in contrasto con Aldo Cazzullo o con la sua trasmissione Una giornata particolare — ogni iniziativa volta a far conoscere la nostra storia e la nostra cultura è senz’altro lodevole — né tantomeno intendo polemizzare con l’ottimo Giordano Bruno Guerri, che negli anni è riuscito a valorizzare la figura del Vate e il Vittoriale degli Italiani come nessuno prima di lui.
Tuttavia, nell’ultima puntata del programma di Cazzullo, andata in onda come ogni settimana il mercoledì sera e in replica la domenica, sono state dette diverse cose sulla figura del mio concittadino Gabriele d’Annunzio e sull’Impresa di Fiume che, storicamente, non possono essere condivise.
Così come non condivido la volontà — o, se si preferisce, la teoria — di allontanare il Poeta abruzzese dal fascismo. La storia è storia e non può essere piegata o stiracchiata per favorire questa o quella fase politica.
Ma veniamo ai fatti.
1. La Prima guerra mondiale: la verità ignorata
Considerare la Prima guerra mondiale un inutile bagno di sangue — 750 mila morti (650 mila militari e 100 mila civili), più 450 mila mutilati e invalidi permanenti — e attribuire buona parte della responsabilità a d’Annunzio perché tra i principali interventisti è storicamente inaccettabile.
La Prima guerra mondiale, per l’Italia, fu davvero una guerra risorgimentale: non solo servì a tentare il completamento dell’unità nazionale con Trento, Trieste, l’Istria e la Dalmazia — territori allora abitati in grande maggioranza da popolazioni italiche e posseduti ininterrottamente dalla Repubblica di Venezia dal Quattrocento fino alle invasioni napoleoniche — ma contribuì a “fare gli italiani”.
Mobilitati in massa dal Sud al Nord della penisola, dai ceti più umili alla nobiltà, quei giovani si ritrovarono per la prima volta fianco a fianco a condividere fango e privazioni nelle trincee: cinque milioni di italiani stipati in appena 600 km di camminamenti che, alla base, erano larghi tra 80 centimetri e un metro.
Dire che questi giovani siano morti inutilmente e ingiustamente, nell’unica guerra che ci vide realmente vincitori, non è solo falso: è offensivo per l’onore della Patria e può trovare una sola finalità narrativa, quella di eliminare tutti i contrasti nazionalistici possibili per favorire l’esistenza stessa dell’UE.
2. La “Vittoria mutilata”: una diagnosi, non retorica
Affermare che il patrimonio della Vittoria nella Prima guerra mondiale sia stato dilapidato a Versailles semplicemente perché il governo Orlando chiese più di quanto il Patto di Londra prevedesse — cioè Fiume — è una castroneria immensa.
Il Patto di Londra, infatti, prevedeva: oltre al Trentino e al Tirolo meridionale fino al Brennero, Trieste, Gorizia e Gradisca, così come l’Istria ad esclusione di Fiume e la città di Zara (che ci furono consegnate), anche buona parte della costa dalmata (che non ci fu mai consegnata), le province di Adalia e Konia in Turchia, di fronte all’isola di Rodi (che furono invece date alla Grecia), la città di Valona (che non ci fu data), così come il riconoscimento del protettorato sull’Albania.
Inoltre, erano previste spartizioni delle colonie dell’ex impero prussiano e ottomano, che invece furono fagocitate in men che non si dica, in maniera ufficiale (possedimenti coloniali) e ufficiosa (mandato amministrativo), sia in Africa che in Medio Oriente, dalla Francia e dalla Gran Bretagna.
Insomma, secondo gli alleati, i nostri 750 mila morti non erano sufficienti per il rispetto degli accordi: da qui la dichiarazione sensata di d’Annunzio circa la “Vittoria mutilata”.
3. Wilson e l’ipocrisia dell’autodeterminazione
Giustificare il presidente Wilson, come è stato fatto, per aver fatto rispettare il principio di autodeterminazione dei popoli (nessuna maggioranza italiana in Dalmazia; situazione mista a Fiume ma con maggioranza italiana), solo perché lui, in definitiva, non era un vero e proprio politico ma un professore della Princeton University — e anche per questo contrario ai trattati segreti come il Patto di Londra, oltre ad essere anti-imperialista — è una vera e propria presa in giro.
Perché, come detto, tutti questi principi andarono a farsi benedire quando in ballo c’erano gli interessi coloniali di Francia e Gran Bretagna.
Due pesi e due misure che contribuirono notevolmente all’ascesa del fascismo.
4. La Carta del Carnaro: Fiume non anticipa il ’68. Anticipa il fascismo
Considerare, come fa Giordano Bruno Guerri, l’Impresa di Fiume un’anticipazione del ’68, oppure affermare — come ha detto Cazzullo — che la Carta del Carnaro sia “innovativa, democratica, rivoluzionaria… quasi un’anticipazione della nostra attuale Costituzione: un Governo schietto di Popolo”, è in parte vero, ma rappresenta un grave errore di prospettiva.
Perché la Carta del Carnaro ricalca pari pari il programma dei Fasci di combattimento, pubblicato il 23 marzo 1919, cioè 173 giorni prima dell’entrata di d’Annunzio a Fiume.
E se si leggono i punti fondamentali del programma dei Fasci — suffragio universale femminile, rappresentanza proporzionale, abolizione del Senato, Costituente, giornata di 8 ore, salario minimo, cogestione operaia, anticlericalismo, patrimoniali, nazionalizzazioni, controllo del credito, modernizzazione dell’esercito, difesa del Patto di Londra — la sovrapposizione è evidente.
Come è possibile?
Perché le stesse persone erano coinvolte in entrambe le esperienze: sindacalisti rivoluzionari, ex socialisti espulsi per interventismo, futuristi, arditi, reduci, nazionalisti.
E molti di questi, da Fiume, passarono alle camicie nere: Giuseppe Bottai; Cesare Maria De Vecchi; Curzio Malaparte; Giovanni Host-Venturi; Giovanni Giuriati; Ferruccio Vecchi; Mario Carli, giusto per citare i più famosi.
Una sola generazione, due fronti: San Sepolcro e Fiume.
5. Il flop del 1919 e la fine del fascismo “di sinistra”
Alle elezioni del 16 novembre 1919, cioè 65 giorni dopo l’ingresso di d’Annunzio a Fiume, i Fasci tentarono di sfruttare l’enorme notorietà dell’impresa.
Risultato: meno dell’1%, nessun seggio.
È la prova di un male tipicamente italiano: un conto è ciò che si scrive sui giornali, un conto è ciò che pensa il popolo.
Quel fallimento spinse Mussolini ad abbandonare definitivamente la fase sansepolcrista e fiumana: iniziò a guardare agli agrari, alla borghesia, all’antisocialismo.
Nacque lo squadrismo agrario: l’uovo di Colombo.
Parallelamente, la caduta della Reggenza del Carnaro (24–30 dicembre 1920) dimostrò a d’Annunzio che il popolo italiano non era disposto a seguirlo:
«L’Italia ha rinnegato sé stessa… Non la riconosco più.»
Da lì la sua scelta di ritirarsi a vita privata.
6. Mussolini, i ras e il tentativo fallito di arruolare il Vate
Nel marzo del 1921 d’Annunzio compie 57 anni, mentre Mussolini ne ha appena 37.
Dopo il flop del 1919 e le delusioni del biennio rosso — in cui Mussolini arrivò perfino a cercare un accordo con i socialisti (“Se vogliono fare sul serio la rivoluzione, ci troveranno al nostro fianco”) — molti ras, in primis Balbo e Grandi, iniziarono a dubitare della sua leadership.
Tra l’estate e il settembre del 1921, più volte, Balbo e altri gerarchi si recarono al Vittoriale per chiedere a d’Annunzio di guidare la Marcia su Roma.
Lui li gelò con eleganza crudele: li lasciò tutta la notte ad aspettare un “responso astrale”, poi fece dire da un domestico che “le stelle gli avevano negato la missione”.
Non era antifascismo.
Era orgoglio ferito.
Era un uomo che nove mesi prima era stato cacciato a cannonate da Fiume dal suo stesso Stato, nel silenzio della nazione.
E allora cosa accade?
7. 8 gennaio 1922: la caduta dal balcone. Fine di ogni alternativa
Siamo nel gennaio 1922.
Il governo Facta — con Giolitti regista nell’ombra — tenta una mediazione con i fascisti, ormai padroni di intere regioni.
L’unico uomo in Italia capace di parlare a Balbo e agli altri ras è Gabriele d’Annunzio.
Ma succede l’imprevedibile.
📅 8 gennaio 1922
D’Annunzio
cade dal balcone del Vittoriale.
Trauma cranico.
Coma.
Mesi di convalescenza.
È la fine di ogni possibilità che il Vate possa guidare un’insurrezione nazionale.
La strada per Mussolini si libera.
E il futuro duce adotta la strategia più efficace nei confronti del poeta: prima lo accudisce e lo vizia, come farebbe un figlio amorevole con il proprio padre anziano, e poi, di fatto, lo rinchiude in una prigione dorata.
Come dirà lui stesso:
«D’Annunzio è come un dente guasto: o lo si ricopre d’oro, o lo si estirpa.»
8. Gli anni ’30: rispetto, invidia, paura — e un dettaglio che cambia tutto
D’Annunzio non fu mai antifascista.
Non prese la tessera per orgoglio: significava riconoscere la leadership dell’allievo.
Nel 1935, allo scoppio della guerra d’Etiopia, il Vate ha 72 anni.
E cosa fa?
Scrive a Mussolini chiedendo di partire come aviatore volontario.
Una richiesta che oggi sembra follia, solo perché non si conosce un dettaglio essenziale:
Il primo comandante della guerra d’Etiopia, Emilio De Bono, nel 1935 aveva 69 anni.
Tre anni meno di d’Annunzio.
Nessuno disse che De Bono fosse troppo vecchio.
Nessuno lo protesse da sé stesso.
Nessuno lo giudicò un peso.
E allora perché d’Annunzio sì?
Perché la presenza del Vate in Africa avrebbe trasformato la guerra in epopea, oscurando Mussolini, accendendo un culto, riaprendo la fiamma di Fiume.
Avrebbe creato un mito parallelo — e forse superiore — a quello del Duce.
Mussolini non poteva permetterlo.
Meglio quindi lasciarlo nel Vittoriale, tra onori, lusso e isolamento.
Una gabbia regale.
La stessa sorte toccata a Italo Balbo, l’unico italiano che, come disse Mussolini, “avrebbe potuto uccidermi”.
Dopo la Trasvolata Atlantica del 1933 — apice assoluto della popolarità — Balbo venne prima contattato da d’Annunzio e da questi risentito più volte, e poi spedito in Libia, lontano da Roma e lontano dal Vate.
Il potere conosce i suoi pericoli.
⭐ Conclusione: la storia non è un’opinione. La storia è un giudice.
D’Annunzio non fu un proto-sessantottino, né un santo laico.
Fu un patriota radicale, un rivoluzionario nazionalista, un creatore di simboli e liturgie e, se si vuole, anche il demiurgo del fascismo della prima ora.
Separarlo dal fascismo per ragioni ideologiche rende la storia più comoda, ma anche più falsa.
La verità è semplice e complessa insieme:
- Fiume anticipa il fascismo.
- Il fascismo nasce anche da Fiume.
- D’Annunzio non fu antifascista.
- Mussolini temette sempre d’Annunzio e Balbo, e li neutralizzò entrambi.
- I dettagli — le età, le date, i gesti — non mentono.
La verità storica, quando la si guarda con onestà, è più dirompente di qualsiasi ideologia, e sono convinto che, oggi, l’uomo che scaraventò a terra le bandiere degli alleati a Fiume, innalzando solo il tricolore sul pennone, vedrebbe certo di malocchio questa bizzarra abitudine di esporre in taluni uffici la sola bandiera europea.
Lo so, questo è politicamente scorretto, ma tanto è …
Il resto è propaganda.
E la propaganda, come sempre, passerà.
La storia, invece, resta.
Lorenzo Valloreja













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