PER FAVORE, NON TIRATE IN BALLO LE “TRADIZIONI” PER DIFENDERE IL PRESEPE ANCHE QUEST’ANNO. IL VERO PROBLEMA NON E’ IL FOLCLORE NOSTALGICO MA IL CREPUSCOLO DELLA NOSTRA CIVILTA’.
Puntuale come poche cose al mondo, anche in anticipo rispetto alla festività dell’ Immacolata (d’altronde le luminarie natalizie ormai sono installate anche alla fine di novembre) è arrivata presso studi televisivi e giornali la diatriba sul Presepe (religiosamente più pregnante ed esplicito) e sui simboli natalizi in genere. Ovvero, sulla legittimità o meno del loro bando (del Presepe in particolare, ripeto) da parte di talune istituzioni (principalmente scolastiche) che così facendo ritengono o meglio proclamano di non mettere a disagio, in una società multietnica e multiculturale e in certe realtà locali ove la scolaresca è ormai maggioritariamente non italiana anzi acristiana, alunni e forse anche ormai personale scolastico di diverso convincimento religioso.
A voler essere molto (o troppo) franco, il “dibbattito” mi ha ormai, grazie anche alla mia età non più fisicamente giovanile, alquanto annoiato e quasi esasperato.
Insomma, a chi darebbero fastidio queste povere statuine e casette e stallucce in plastica o resina, pallide imitazioni a due o cinque euro al pezzo a seconda delle dimensioni, di capolavori più che altro del Settecento napoletano del primo regno borbonico, oggi confinate in malinconici angoletti di qualche supermercato e ivi sommerse persino dal feticcio del “buon diavolo” Grinch ultimo arrivato?
A induisti e pagani (o animisti) vari? A quelli più stupidi, credo: ogni mente politeista pensante, fin dall’antica Roma o Grecia, dovrebbe sapere che, specie in altre terre, dato che le divinità sono molteplici, ci dovrebbe essere spazio anche per quelle che non si venera (dicesi Pantheon, e in Roma vi è qualcosa di molto noto ed evidente che raffigurava plasticamente tale concetto).
Ai musulmani? A quelli più fanatici e jihadisti, direi: già vi segnalai che a Teheran una fermata della metropolitana è stata dedicata a Maria Santissima, e che per costoro Gesù il Cristo sarebbe il più grande profeta dopo Maometto, nato appunto per solo afflato divino. In genere comunque, il musulmano nella cui lingua di principale diffusione (l’arabo) non esiste la blasfemia aborre, ancora più del politeismo, l’ateismo: gli pare assurda e incomprensibile non tanto la non adesione ai dettami coranici, ma quella che una volta si diceva empietà.
In conclusione, penso si possa dire che il Presepe dà fastidio come qualunque altro simbolo religioso (cristiano e non solo), in realtà, a tre categorie ben precise stupidi e ignoranti di ogni etnia e credo a parte: 1) i satanisti per intuibili ragioni; 2) gli atei del tipo di quelli della UAAR che non si capacitano che vi siano ancora persone che vivono visibilmente una dimensione spirituale dell’ esistenza e chiedono in questo problema l’assistenza dello stato “laico”; 3) “uomini e donne delle istituzioni” (e istituzioncine) che ritengono in tal modo di guadagnarsi un po’ di visibilità e accreditamento presso certi giri di potere e di poltrone tuttora, Meloni o non Meloni, egemoni.
Dal lato dei “presepisti” si replica battendo le dita soprattutto sui tasti delle “tradizioni” e di un tessuto abitudinario di massa che i nuovi arrivati (sempre loro, gli incolpati della intolleranza) dovrebbero accettare per essere “inclusi”. In sostanza: sopportate i nostri pastorelli e pecorelle in scala 1/20-25 e le braciole di maiale surgelato di due anni fa in qualche mensa scolastica, e noi accetteremo le vostre moschee e magari la legge islamica in qualche quartiere e città come in Inghilterra (un bel ministero per i culti acattolici, no?). Uno scambio tutto sommato molto conveniente per loro, direi.
Ebbene, insistere pateticamente su “le Tradizioni” (molto meglio sarebbe per me parlare de “La Tradizione”) è come se un cattolico dicesse che fa la Comunione perché quel delicatissimo sapore di grano dell’Ostia consacrata, fin da bambino, gli è sempre piaciuto.
Le tradizioni sono solo la presunta e illusoria ancora di salvezza degli sradicati, dei tiepidi, dei non praticanti per non essere risucchiati dal nichilismo totale. Solo un sottile diaframma le separa dal folclore e dalle sue rilevanti implicazioni commerciali.
La Cultura è ben altro. Il Fuoco di Vesta il cui fumo rassicurò la Roma precristiana per qualcosa più di mille anni non era una “tradizione” e neanche una “usanza religiosa”: era parte rilevante della più viscerale romanitas i cui declino e scomparsa combaciano perfettamente con la decadenza e infine il crollo di Roma. Che poi Vesta fosse un “idolo falso e bugiardo” non è questo e qui, che ci interessa.
Una tradizione assai più banale e immensamente meno spirituale ma pur sempre tale e per molti anziani non meno nostalgica (questa, credo, irrimediabilmente perduta) più o meno della stessa stagione astronomica e meteorologica potrebbe essere quella dei caldarrostai che, nel buio dei pomeriggi più corti dell’anno, vendevano le loro castagne sempre buone e profumate (allora non vi era bisogno dei “marroni”) alla luce della fiamma delle braci.
Datemi un milione di persone in più alla Santa Messa, datemi centomila preti e monaci e suore (possibilmente santi) e sequestrate pure tutti i presepi che volete, tanto, in questa civiltà europea agonizzante, non servono più a nulla.
A. Martino













Lascia un commento