SOVRANISMO SENZA POTENZA: IL LIMITE STRUTTURALE DELL’ITALIA TRA MACRON E MELONI
Dalle mie parti si dice: «Chi nen te’ bone la cocce, te’ bone pet»,
che significa: «Chi non ha una buona testa deve avere buoni piedi», e buone
gambe per correre, darsi da fare.
Ed è esattamente ciò che ha fatto Macron in questi ultimi giorni, battendo sul
tempo la Meloni e facendola, inevitabilmente, irritare.
Ma, come al solito, per capirci davvero qualcosa dobbiamo osservare con attenzione gli eventi nel loro fluire temporale.
- Febbraio 2025: è ormai palese, sia da parte americana sia da parte russa, la volontà di escludere dai negoziati sull’Ucraina sia l’Unione Europea sia il governo di Kiev;
- Agosto 2025: questa volontà si manifesta in modo plastico nel vertice di Anchorage, in Alaska, dove i presidenti delle due principali potenze globali — Russia e Stati Uniti — si accordano per la creazione di un nuovo ordine mondiale. Vengono affrontati i temi più disparati: dalla collaborazione nelle esplorazioni spaziali alla gestione della questione artica, passando per la guerra in Ucraina e quella in Palestina;
- 9 dicembre 2025: gli Stati Uniti, secondo il loro piano di National Security Strategy, dichiarano la necessità di sostenere partiti favorevoli alla sovranità e ai modi di vita europei tradizionali — purché filoamericani — e di collaborare maggiormente con Italia, Austria, Polonia e Ungheria, al fine di “allontanarli” dall’Unione Europea e di “rendere l’Europa di nuovo grande”;
- 10 dicembre 2025: Trump ipotizza la creazione del Core Five, una nuova alleanza alternativa al Gruppo dei Sette, ormai in declino: il C5, che dovrebbe includere Stati Uniti, Russia, Cina, India e Giappone. Un’organizzazione che, pur non essendo ancora formalmente costituita, certifica già la fine della NATO e l’irrilevanza strategica del Vecchio Continente per la politica estera di Washington, ormai interamente proiettata tra l’Oceano Indiano e il Pacifico;
- 17 dicembre 2025: Putin umilia i leader europei definendoli “porcellini” che si sono accodati alla politica dell’amministrazione Biden per trarre profitto dal crollo del suo Paese, aggiungendo che “tutti questi tentativi sono completamente falliti”;
- 18 dicembre 2025: il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko annuncia che il nuovo sistema missilistico russo Oreshnik è entrato in servizio sul territorio bielorusso a partire dal giorno precedente, precisando che tale sistema d’arma è in grado di colpire qualunque punto del territorio europeo;
- 19 dicembre 2025: a Bruxelles Giorgia Meloni incassa una doppia vittoria. Prima strappa a Ursula von der Leyen, insieme alla Francia, il rinvio di un mese della firma dell’accordo UE–Mercosur. Poi, al Consiglio europeo protrattosi fino a notte fonda per trovare una soluzione sugli strumenti finanziari di sostegno all’Ucraina, contribuisce a bloccare l’uso degli asset russi congelati — fino all’ultimo sostenuto dalla Germania — facendo prevalere il cosiddetto “piano B”, da giorni caldeggiato dall’Italia: un prestito da 90 miliardi garantito dai margini del bilancio UE;
- 19 dicembre 2025: il presidente francese Emmanuel Macron, mentre si trova a Bruxelles per partecipare all’ultimo Consiglio europeo dell’anno, dichiara: «Tornerà a essere utile parlare con il presidente Putin. Vedo che ci sono persone che stanno parlando con Vladimir Putin» — in riferimento a Donald Trump — «e quindi penso che noi, europei e ucraini, abbiamo interesse a trovare una quadra per riprendere questa discussione nella giusta forma. Altrimenti rischiamo di discutere tra di noi mentre i negoziatori parleranno da soli con i russi, e questo non è ottimale»;
- 21 dicembre 2025: la Russia, per bocca del portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, fa sapere di essere pronta al dialogo con i francesi: «Macron ha detto di essere pronto a parlare con Putin. È probabilmente molto importante ricordare ciò che il presidente ha affermato durante la sua conferenza stampa annuale di venerdì scorso, quando ha espresso la sua disponibilità a dialogare con Macron».
Ora, mentre accadeva tutto questo, dall’inizio dell’Operazione Speciale — febbraio 2022 — l’UE non ha fatto altro che delegittimare la classe dirigente del Cremlino (Putin assassino, élite corrotta e criminale), sanzionare la Russia (ben 18 pacchetti di sanzioni) e armare e finanziare l’Ucraina come mai era accaduto nella storia della Comunità Europea, dalla sua nascita negli anni Cinquanta del secolo scorso fino alla sua maturazione nel primo quarto del XXI secolo.
Il tutto a
discapito dei propri servizi essenziali, del welfare e della sicurezza interna.
Non ci sono fondi per sanità, sussidi industriali, ricerca o università, ma se ne
sono trovati per garantire stipendi agli statali ucraini e pensioni ai
cittadini ucraini, oltre a non far mancare nulla che fosse utile alla
prosecuzione del conflitto. Tutto questo perché imposto dalla classe dirigente
democratica americana, legata a doppio filo ai leader socialisti, liberali e
popolari di mezza Europa.
L’incipit è stato talmente forte e sconsiderato da spingere la Germania — e con essa la stragrande maggioranza dei Paesi europei — a rinunciare al convenientissimo gas russo (distruzione del Nord Stream e denuncia degli accordi con Gazprom) come se si andasse a una festa, salvo poi accorgersi di aver celebrato il proprio de profundis.
Così, in preda a una vera e propria farneticazione geopolitica, tutte le nazioni europee — chi più, chi meno — hanno fatto di tutto per autoevirarsi strategicamente, salvo iniziare ad avere dubbi nel momento in cui lo stress test contro la Russia, voluto dall’amministrazione Biden, ha dato esito negativo e gli Stati Uniti hanno cambiato guida, riconsegnando lo scettro a Trump.
A questo punto, leader vicini a Trump come Orbán o Fico hanno avuto gioco facile nel mettersi in evidenza, mentre altri — come la Meloni — pur vicini al tycoon ma compromessi con Biden per ottenere benefici quali credibilità internazionale e spread contenuto, hanno incontrato maggiori difficoltà ad adeguarsi al programma MAGA, avendo nel frattempo sposato la linea antirussa dei sovranisti polacchi.
Questo Salvini e Conte, volpi di razza, lo hanno capito molto bene. Ed è anche per questo che, negli ultimi mesi, si assiste a un rinnovato protagonismo di quello che fu l’asse giallo-verde.
La Meloni, che stupida non è, subodorando una competizione a destra con Salvini e al centro con Marina Berlusconi — sfida che alla lunga si sarebbe rivelata fatale — si è data da fare e, come già evidenziato nella cronologia, ha compiuto tre mosse fondamentali: ha di fatto chiuso con Zelensky, ha impedito l’utilizzo degli asset russi congelati e ha rinviato l’accordo con il Mercosur.
Ma tutto questo non poteva essere sufficiente, specie se una potenza nucleare come la Francia si accoda sulla linea italiana, perché quando ciò accade la guida non può più essere della media potenza, ma inevitabilmente della potenza nucleare.
Certo, Trump vorrebbe vedere Macron politicamente morto, ma il fatto è che a salvare il presidente francese più odiato dal proprio popolo è stato, in questo caso, l’altro socio di maggioranza del condominio russo-americano: il Cremlino. E questo non è un guaio solo per l’Italia, ma per tutte le speranze di cambiamento che animano questa parte d’Occidente.
La chiave di volta nei rapporti franco-russi risiede infatti in due evidenze, dette e non dette.
- La fornitura di testate nucleari alla Bielorussia è ed è stata un modo per rilanciare il discorso su un disarmo nucleare europeo: i russi ritirerebbero o distruggerebbero le proprie testate in Bielorussia e in Russia a patto che Francia e Gran Bretagna facciano altrettanto con i loro arsenali e che la NATO rimuova tutte le testate dal continente. Ciò implicherebbe la nascita di una zona cuscinetto di circa 3.500 km, garantendo la sicurezza russa ma sancendo la fine della Francia come potenza autonoma;
- Con gli Stati Uniti tornati alla piena applicazione della Dottrina Monroe e la Russia alle prese con una grave crisi demografica, non esistono gli uomini per presidiare o occupare l’Europa. Entrambe le potenze sono quindi alla ricerca di un partner affidabile capace di garantire pace e traffici commerciali nel Mediterraneo, nell’interesse di entrambe.
Macron ha capito che l’unico modo per ingraziarsi Putin senza irritare Trump era non rispondere alla definizione di “porcellini”, chiedere invece il dialogo con il Cremlino, impedire l’utilizzo degli asset russi e, contestualmente, chiudere sul Mercosur.
Così facendo, la Francia ha dato prova di riallineamento e ha messo a disposizione il proprio arsenale nucleare non per smantellarlo, ma per garantire per conto terzi la Pax russo-americana, neutralizzando ogni velleità italiana o ungherese.
Ed eccoci alle dolenti note per noi sovranisti duri e puri: il possibile fallimento di ogni progetto di affrancamento italiano qualora la linea Macron dovesse produrre risultati concreti.
In un Paese come il nostro, dalla sconfitta della Seconda guerra mondiale a oggi, non siamo soltanto parte della sfera d’influenza americana, ma anche di quella inglese, tedesca e francese. Non esiste ruolo di rilievo nei giornali, nella magistratura o nelle massime cariche politiche che non sia, in qualche modo, vidimato da queste cancellerie. Chi sostiene il contrario è o ingenuo o in malafede.
La vittoria russa — con Trump a rimorchio — avrebbe potuto rappresentare il terremoto perfetto per mandare in pensione un’intera élite che governa l’Italia da ottant’anni, come accadde alla fine della Seconda guerra mondiale.
La salvezza politica di Macron rischia invece di sancire l’ennesimo mutamento gattopardesco, tanto caro alla nostra storia.
Non ci resta che sperare che Putin accolga Macron allo stesso tavolo lungo che nel 2022 lo teneva a distanza, o che Trump continui a guardarlo con tanto sospetto da marginalizzarlo.
Perché oggi, più che mai, noi italiani siamo nelle mani di Putin e di Trump — non per merito loro, ma per demerito nostro.
In politica, la tempistica è tutto.
E speriamo davvero che, come diceva Lino Banfi, per noi “non siano volatili per diabetici”.
Lorenzo Valloreja













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