GLI AUGURI NATALIZI DI ZELENSKY CON MALEDIZIONE A PUTIN

Gli auguri di morte (o meglio auspici, se non maledizioni) sono una curiosa particolarità della nostra lingua italiana; o piuttosto, delle parlate  locali e sono declinati poi, a seconda del contesto e del livello culturale del “maledicente”, in un dialetto più o meno stretto; ma anche e paradossalmente, a conferma del labile confine almeno per noi italiani fra melodramma e farsa, in chiave più o meno scherzosa, bonaria e persino affettuosa.

Chi, avendola televisivamente conosciuta, non ricorda la macchietta irresistibile di Enrico Montesano, vecchietto acido e borbottante su tutto e tutti, che concludeva ogni sfogo con la contratta espressione romanesca “possino ammazzà”? E qui a Pescara, una espressione molto simile è traducibile alla lettera con “che tu sia ucciso”, rivolgibile anche da un genitore a un figlio troppo testardo e ribelle. Saremmo quindi un popolo di maledicenti? Certo che no, forse si tratta di tutto un intercalare dovuto a secoli di “stai attento a quello che dici” e “non farti sentire”: un probabile modo per dirottare rancori verso ben altri ben più potenti (e odiosi).

Di certo però, queste espressioni pur sempre alquanto triviali non trovano alcuna rispondenza nel parlare formale e rispettoso. Figuriamoci poi in quello a sfondo diplomatico, salvo il mussoliniano “Dio stramaledica gli inglesi” (pur sempre pronunciato su una piazza di adunata e non certo in una occasione formale). Anche perché, sempre per noi italiani, sensibilità religiosa a parte riguardo il Maligno da non stuzzicare, tutte le maledizioni varie, se formulate seriamente, sono pericolose in quanto potrebbero superstiziosamente ritorcersi contro chi le pronuncia.

Lasciano quindi in effetti molto perplessi, gli auguri natalizi del presidente ucraino Zelensky (ma non è di religione ebraica?), in cui, in poche parole, dice che sarebbe meglio se Dio facesse morire Putin, ma se proprio non è possibile, allora ci sia almeno la pace. Il tutto sullo sfondo di un interno di un palazzo credo del potere, mi pare, a questo punto incongruamente data l’atmosfera plumbea di qualunque paese in guerra e le parole tetre, addobbato per il Natale. Le tante candele accese, almeno in video, mi comunicano qualcosa di tetro e vagamente gotico. Un messaggio natalizio senza speranza o amore, ma piuttosto di rabbia, frustrazione, rassegnazione.

“Oggi abbiamo tutti un sogno, che possa morire”. E’ evidente la frustrazione del leader ucraino dinanzi a una situazione militarmente compromessa senza apparente rimedio, che in fondo si trascina con queste prospettive da un anno almeno. Le sanzioni e il viscerale, incondizionato sostegno europeo non hanno procurato una vittoria gloriosa ma neanche il collasso del sistema russo. L’impensabile difficoltà, ai tempi di Biden che sembrano un decennio fa e non un anno fa ancora, con la sponda americana che ora cerca la pace. Forse un messaggio in codice, una minaccia in velato riferimento alle ultime autobomba a Mosca.

Una cosa è certa: se Volodymyr Zelensky si esprime così, è un uomo davvero disperato.

A. Martino

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