LA FRANCIA CERTIFICA IL RITORNO DELLA RUSSIA IN EUROPA E L’IPOCRISIA DELLE ÉLITE
Renzi mi chiamerebbe “Gufo”, Omero “Cassandra”, Machiavelli “cinico”, Mussolini “disfattista”, ma fatto sta che le mie parole, come al solito, dopo poche ore o pochi giorni trovano sempre conferma.
E così — se proprio il giorno di Natale parlavo del fatto che, ahimè, Macron e il macronismo si sono salvati perché, facendo un bagno di umiltà, hanno riconosciuto la vittoria della Russia in Ucraina e, con essa, la necessità di riaprire un dialogo con Mosca — è proprio di queste ore la notizia non solo che Mosca sarebbe pronta a firmare un patto di non aggressione reciproca con i Paesi NATO, documento che chiaramente dovrebbe essere in forma scritta e giuridicamente vincolante sul piano internazionale a tutti gli effetti, ma anche che Francia e Germania stanno riportando la Russia nel sistema energetico europeo.
Nello specifico, mentre l’Unione Europea tenta a parole di chiudere definitivamente la stagione della dipendenza energetica da Mosca, obbligando un Paese come l’Italia a tagliare ogni ponte con la Russia, una joint venture franco-russa è in attesa di un’autorizzazione per produrre combustibile nucleare a Lingen, nel nord-ovest della Germania, coinvolgendo direttamente una società controllata dal Cremlino.
Il progetto prevede che Framatome, controllata del gruppo energetico statale francese EDF, gestisca l’impianto tedesco utilizzando componenti forniti da Tvel, una società del colosso nucleare russo Rosatom. Tvel non avrebbe un ruolo operativo diretto nello stabilimento, ma fornirebbe elementi considerati essenziali per la produzione delle barre e degli assemblaggi di combustibile.
È da sottolineare, in questo frangente — per chi non se ne fosse mai accorto — come, mentre in Italia, dalla fine della Prima Repubblica a oggi, il nostro Paese sia stato costantemente costretto a privatizzare la stragrande maggioranza delle aziende pubbliche in nome di una non ben definita concorrenza, altrettanto non sia avvenuto in Francia. Così come, ogni qual volta l’Italia voglia mettere in atto aiuti statali nel campo produttivo, venga redarguita dalla Commissione, cosa che non accade né alla Germania né alla Francia.
Ora, secondo Framatome, l’iniziativa risponderebbe a un’esigenza di sicurezza energetica europea, in una fase in cui il nucleare è visto come pilastro della transizione, lontano dai combustibili fossili. Oggi il combustibile di progettazione russa è utilizzato da 19 reattori in cinque Paesi dell’UE, oltre che da altri 15 in Ucraina, Paese quest’ultimo in guerra con Mosca.
L’impianto di Lingen dovrebbe dunque rifornire reattori VVER-1000 in Bulgaria e Repubblica Ceca, mentre un secondo sito a Romans-sur-Isère, in Francia, coprirebbe altri Paesi dell’Europa centrale e settentrionale.
E tutto questo mentre il Consiglio dei ministri italiano, con assoluta e inesplicabile ostinazione, dovrebbe domani o, al massimo, martedì approvare gli aiuti militari in munizioni, artiglieria e ogni altro mezzo possibile alla resistenza ucraina per tutto il 2026.
Capite??? Nelle stesse ore in cui Zelensky e Trump si sono incontrati a Mar-a-Lago per discutere del piano di pace in 20 punti di Zelensky, documento che, se dovesse essere avallato dalla Casa Bianca, di certo non urterebbe neppure il Cremlino.
A questo punto anche un ceco capirebbe che non è più il caso di sostenere Kiev. Ma la Meloni niente… imperscrutabile, insiste… come mai?
La risposta, in un certo qual modo, ce la dà il prof. Orsini che, in uno dei tanti post che quotidianamente pubblica su TikTok, afferma: «La mia tesi principale è che Zelensky si sta avvicinando ogni giorno di più verso la resa senza condizioni. Ho visto il nuovo piano in 20 punti di Zelensky: ogni volta che esce un nuovo piano, Zelensky fa un passo avanti in direzione della resa senza condizioni. Il problema in Italia sarà quello di trovare gli argomenti giusti per manipolare l’opinione pubblica e indurre gli italiani a credere falsamente che quella che di fatto è una resa senza condizioni a tutte le richieste della Russia, in realtà sia stata una grande vittoria della NATO».
Dunque la Meloni — dopo aver esortato gli italiani, per ben 38 mesi e 19 giorni, a sostenere in ogni modo possibile e immaginabile la causa ucraina — ora non sa come dire loro che la Russia, che a livello economico stava per crollare, non è crollata; che l’esercito russo, che combatteva con le pale e che non aveva i microchip, alla fine non si è liquefatto; che Putin, dato per malato terminale, in tutto questo tempo non è morto…
Intanto c’è chi in Italia blatera di irlandizzazione per i prossimi 200 anni delle regioni occupate dai russi e chi, dal Colle, cancella per i militari il “Sì!” dal nostro inno nazionale… entrambi frutti precoci di questo novello macronismo duro a morire.
Che Dio ce la mandi buona!
Lorenzo Valloreja













Parlando di politica reale e non teorica (come tanti argomentano) siamo consapevoli che un Governo di Destra come quello della Meloni non può rompere, sic et sempliciter, con le innumerevoli subordinazioni alle quali il nostro Paese da ottanta anni è sottoposto. Vero è che almeno, potevamo evitare l’entrata nel Gruppo dei Volenterosi che appare sempre più come il Gruppo degli Idioti. Ciò avrebbe permesso all’Italia di evitare impegni ulteriori rispetto ad ogni altro membro normale della NATO e di inviare un messaggio alla Russia ben chiaro: “Abbiamo la nostra linea politica, diversa dai paesi Europei guerrafondai”. Invece continuiamo, pure se più blandamente di Francia, Germania, Polonia, ecc, l’invio di armi e aiuti per la prosecuzione della guerra, malgrado le trattative di pace…..