BRAVO CHECCO ZALONE, E LA SUA SGANGHERATA RICERCA DI SACRO. RISATE, MA ANDANDO VERSO IL SENSO DELLA VITA
L’ ultima fatica attoriale di Checco Zalone “Buen Camino”, diretta da Gennaro Nunziante, sarebbe stata in qualche modo affossata dalla critica che ha accompagnato l’uscita in sala con il giudizio più o meno standard dello “Zalone sotto tono”.
Presa di posizione abbastanza inutile, se si considerano gli incassi record solo nelle giornate prettamente natalizie destinati sicuramente ad aumentare esponenzialmente fino all’ Epifania e al relativo passa parola positivo.
Una scommessa vinta anche questa volta da uno Zalone, appunto, insolitamente non incensato dalla critica, e reduce da qualche problema privato e patrimoniale.
Buen Camino, in realtà, mi sembra non certo una pietra miliare della comicità italiana, ma una ventata di aria fresca e di spiritualità contro corrente fra i triti e ritriti stereotipi della cosiddetta commedia all’italiana in fase senile avanzata (quella delle menate alla “come stavamo bene insieme, perché ora non ci vogliamo più bene?”, o dei generici afflati umanitari alla Siani, o del post cinepanettonismo di un De Sica o Boldi o Ghini che cercano di far qualcosa ancora, magari anche in streaming sulle piattaforme ma da bravi nonni politicamente corretti o quasi).
I contorni di preti o suore o chiese varii (rari, come appartenenti ad altra era geologica e coerentemente con un’epoca pienamente postcristiana che stranamente se ne interessa solo a ogni morte di papa ed elezione del nuovo), sono solitamente abbinati a contesti di pedofilia e abusi vari, o di fanatismo passato o passatista. Altrimenti bisogna andare fino al 2015 con l’efficace Se Dio vuole di Edoardo Falcone con un Gassman o un Giallini al meglio, se non addirittura al 2010 con Io loro e Lara di e con Carlo Verdone (maestro indiscusso del genere ma ormai crepuscolare a livello sia personale che artistico, intento a guardarsi l’ombelico con la serialità di Vita da Carlo).
Questa in sintesi, la trama (abbastanza semplice e per nulla tortuosa) di Buen Camino.
Il rampollo ricco sfondato di un industriale dei divani all’apice della sua celebrità ricordante quella del Vacca che leggo spopolare sui social (vedasi balletto dei domestici) infatti Zalone (Zalone anche nel film) è tatuato come da manuale, rilascia una intervista sfrontatamente quanto candidamente esibizionista e si gode una stupenda villa a strapiombo sul mare modello Tiberio a Capri corredata di modella mozzafiato che ovviamente potrebbe essergli figlia. Fervono i preparativi per la sua letteralmente faraonica festa dei cinquanta anni.
Tripudio di carte a massimale illimitato, Ferrari varie, champagne come un’economica acqua minerale. Lo scenario dovrebbe essere chiaro.
A destabilizzare il tutto, arriva però la notizia che sua figlia, vivente con la madre e il suo compagno palestinese saccente e arrogantello (Zalone è ovviamente divorziato) è scomparsa. Si scopre che si è incamminata nel famoso pellegrinaggio diretto a Santiago de Compostela, che si snoda per ottocento Kilometri dalla Francia verso la Spagna.
Non è la prima volta che il cinema affronta un racconto del celebre Camino: ben più drammatico fu Il cammino per Santiago (2010) di Emilio Estevez (con Martin Sheen, nella vita reale figlio e padre), in cui un figlio si allontana sì per il Camino ma muore prima di concluderlo. Il padre partito per la salma del figlio, concluderà il pellegrinaggio. Il nome originario del lungometraggio è il positivamente laico e serenamente quanto drammaticamente ricercante The way.
Nel caso dello Zalone cinematografico e non solo, il suo benefico slittamento dal sentirsi precipitato in un caravan serraglio di matti sfigati e non curanti del denaro (almeno per l’occasione) alla redenzione, se non esattamente cristiana, almeno morale, è fin dall’inizio intuibile e scontato. In questo, il film è alquanto scontato.
Ma mi è piaciuta la sana laicità (e la sorridente cristianità) di un’umanità sgangheratamente protesa alla ricerca di senso e di risposte alle domande più profonde. Non siamo assolutamente dinanzi al filone religioso del cinema (del tipo film su Lourdes o Fatima): la pellegrina di cui Zalone si innamora è una suora-medico che partecipa ai pellegrinaggi senza alcun abito o predicazione, mischiandosi nelle debolezze, ambiguità, incoerenze dei pellegrini (come per un assatanato seduttore anche di vecchiette). La figlia di Zalone si concede anche una delicata parentesi lesbica che Zalone recepisce con una specie di paresi facciale momentanea.
E sarà proprio questo medico-suora in incognito (angelo o persona solidale e compagna di cammino?) a indurre Zalone a interrompere il suo cammino per una urgente operazione di prostata, che dà spunto, prima dei titoli di coda, a una fantasticamente demenziale canzone (con balletto spagnolesco) ispirata a una patologia tumorale, probabilmente prima e ultima della storia del cinema: incredibile operazione di esorcizzazione e sdrammatizzazione, forse persino eccessiva. Ma parliamo di Checco Zalone, e a lui, si sa, il Pensiero unico e il politicamente corretto, si inchinano travolti da tanta irrimediabilmente simpatica follia.
A. Martino













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