IL FILM NORIMBERGA, NONOSTANTE LA GRANDE PROVA D’ATTORE DI RUSSEL CROWE, SI SALVA PER LO STORICO SOLO NEGLI ULTIMI MINUTI
Norimberga (titolo originario Nuremberg) è un film del regista James Vanderbilt ben poco natalizio in sala e tratto da un romanzo, che nonostante tutto merita di essere visto.
Pur essendo certo non il primo lungometraggio ad affrontare l’epocale, inedito nella sua forma, procedimento discutibilmente legale contro i gerarchi nazisti non (ancora) suicidi o già giustiziati dagli alleati, esso mette sotto la lente d’ingrandimento il rapporto dell’ex Reichsmarschall Hermann Goering con lo psichiatra che a lui e agli altri “illustri” imputati fu affibbiato dagli alleati.
Dissuaderlo dal suicidio (peraltro difficilissimo da attuare con tale sorveglianza ma che come spiegherò, egli realizzò in extremis), studiarlo come una sorta di fenomeno da baraccone del Male, carpire anticipazioni sulla sua linea difensiva, erano motivazioni riguardanti tutti gli ex signori del Terzo reich; ma la statura politica, caratteriale, storica di Goering (ex asso dell’ aviazione imperiale anche se non al livello di un Manfred von Richtofen detto il barone rosso) rese particolarmente impegnativo l’incarico del maggiore dello US Army, il dottore in psichiatria Douglas McGlashan Kelley. L’ufficiale medico e Goering sono interpretati rispettivamente da un magistrale Russel Crowe, e da un bravo Rami Malek (lo ricordate nei panni di Freddie Mercury?) qui forse un po’ troppo enfatico.
La conclusione professionale del maggiore della sanità USA fu che nessuno degli imputati fosse “pazzo” nonostante qualunque profilo improntato a narcisismo, megalomania etc. ( abbastanza scontati, per tali soggetti, sarebbero stati già in epoca prefreudiana), e che essi, semplicemente, avevano passato la linea che separa il potere responsabile (ipocritamente quanto si vuole, ma certamente con dei limiti) da quello senza freni e contrappesi fossero pure di natura puramente morale. Estromesso anticipatamente dalla consulenza psichiatrica ufficiale e congedato (questa la versione della fatica di Vanderbilt su cui non giurerei e che non vado a verificare per evitare la pignoleria), il dottor McGlashlan Kelley aveva sviluppato una larvata e inconfessabile empatia nei confronti dell’ ex Reichsmarschall anche a causa dei rapporti epistolari con moglie e figlia di Goering di cui si fece strumento.
Tornato negli USA, intraprese una carriera universitaria che avrebbe potuto essere più luminosa se la sua psiche non fosse stata tormentata, anche per un ostracismo nei confronti di sue pubblicazioni in cui sosteneva appunto la sua diagnosi “politicamente scorretta” (terminologia di là da venire) riguardo l’essenza latente dell’esercizio del potere che può in qualsiasi momento e in qualsiasi regime, degenerare. Lo si ritenne, se non proprio difensore dei nazisti, quanto meno detrattore del proprio Paese e in genere delle democrazie.
Douglas McGlashan Kelley pose fine nel 1958 alla sua esperienza terrena nell’identico modo di Hermann Goering, ovvero clamorosamente ingerendo una capsula di cianuro di potassio.
Nel film non si vede il modo in cui il super vigilato gerarca del Terzo Reich riuscì a disporre del micidiale veleno, molto in voga nella Germania di quell’oscuro momento. Si sa bene però, che a procurarglielo fu un ufficiale incaricato della sua sorveglianza con cui Goering entrò in particolare empatia grazie alla comune passione venatoria: forse, oltre Oceano ritengono ancora che ciò sia una macchia per le armi americane.
Come dicevo, l’originale narrazione del film riscatta lo stesso in extremis, tra gli ultimi minuti (con McGlashlan Kelley che cerca di presentare alla radio un suo scomodo libro) e addirittura la nota biografica conclusiva prima dei titoli di coda.
Capisco il suo essere pur sempre tratto pur sempre da un romanzo ( Il nazista e lo psichiatra di Jack El-Hai), ma, a parte altro, la solita mistificazione narrativa anticattolica è ormai , ancor prima che insopportabile, noiosa.
Davvero incredibile la scena del giudice accusatore Jackson (che mai diventerà presidente della Corte suprema degli Stati Uniti nonostante l’epocale processo), che chiacchiera con Pio XII in un corridoio del Vaticano minacciando di attaccarlo sul piano dei rapporti con la Germania nazista e del concordato dal papa allora nunzio apostolico in Baviera siglato nei primi mesi di potere nazista, qualora la Santa Sede neghi un fantomatico appoggio morale al processo così inusuale. Lo spazientito pontefice tronca la conversazione da vero maleducato semplicemente voltando le spalle a Jackson, che severo lo costringe a tornare indietro incalzandolo.
A parte la fantasiosità dell’incontro, non erano quelli i tempi in cui con un papa si facevano i selfies, e in udienza pontificia, salvo concessione dovuta al rango, si stava in ginocchio su un cuscino sotto il papa assiso su un tronetto.
A. Martino













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