LA COSTITUZIONE È SACRA? LE CARTE REGGONO FINCHÉ REGGE IL CICLO STORICO CHE LE HA GENERATE
Domenica 21 e lunedì 22 marzo 2026 il popolo italiano sarà chiamato alle urne per votare il referendum costituzionale confermativo sulla giustizia. Con un “SÌ” si voterà per la separazione delle carriere dei magistrati — tra inquirenti e giudicanti — nonché per l’istituzione di una Corte disciplinare; con un “NO”, invece, le cose resteranno come sono oggi.
Al di là del merito della riforma, ciò che intendo sottolineare in questo editoriale è che si tratta del quinto referendum costituzionale al quale gli italiani sono stati chiamati a esprimersi.
Il primo si tenne nel 2001, per approvare o meno la riforma del Titolo V della Costituzione (rapporti tra Stato e Regioni), e in quell’occasione il popolo approvò. La seconda volta fu nel 2006, per pronunciarsi sulla cosiddetta “devolution”, che i votanti respinsero. Nel 2016 arrivò la riforma Renzi, che prevedeva il superamento del bicameralismo paritario e la creazione di un Senato delle Regioni: anch’essa venne respinta. Nel 2020, invece, si votò per la riduzione del numero dei parlamentari, riforma che fu approvata con una larga maggioranza. Ed eccoci, infine, giunti al marzo 2026.
Inoltre, dal 1948 a oggi, in Italia sono state approvate circa quaranta leggi di revisione costituzionale o leggi costituzionali che hanno modificato o integrato il testo originario.
E tutti questi tentativi di riforma — talvolta riusciti, talvolta falliti — che cosa ci dicono?
Semplice: che la nostra Carta costituzionale, al di là della retorica della “più bella Costituzione del mondo”, è ormai vecchia e inadeguata.
Essa fu scritta in un’epoca in cui non esisteva neppure la televisione, e ancor meno Internet. La comunicazione avveniva esclusivamente attraverso i giornali e la radio, e la politica esercitava un primato sul capitale che oggi risulterebbe quasi incomprensibile.
L’incipit della Costituzione — “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” — è retoricamente potentissimo e rappresentò, allora, il giusto compromesso tra le istanze democristiane, vere dominus della scena politica italiana, e quelle comuniste, alter ego della DC e protagoniste decisive della Resistenza contro il nazifascismo.
Ma nel 2026, con l’automazione e l’intelligenza artificiale che progressivamente sostituiscono l’uomo in molte mansioni, e con la delocalizzazione industriale che rende sempre più difficile, non dico un’occupazione stabile, ma talvolta persino una saltuaria, quella formula rischia di restare una dichiarazione solenne più simbolica che sostanziale — una frase suggestiva, come un verso di Leopardi, ma distante anni luce dalla realtà concreta.
E se non siamo coscienti di questo, allora il sistema ci ha davvero anestetizzato. Basti pensare che la nostra attuale Costituzione nacque in un contesto storico segnato da una netta separazione tra Est e Ovest, rappresentata plasticamente dalla cosiddetta Cortina di Ferro che, secondo Winston Churchill, si estendeva “da Stettino sul Baltico a Trieste sull’Adriatico”. Anche se oggi quella divisione sembra, in parte, riaffacciarsi, è innegabile che il mondo non sia più sottoposto a un bipolarismo puro, bensì a un multipolarismo nel quale emergono nuovi protagonisti come Cina e India.
In questo scenario, dove gli Stati Uniti sembrano disinteressarsi al Nord Atlantico in favore del Mar della Cina, alcune limitazioni al nostro intervento militare — sancite dall’articolo 11 della Costituzione e presenti, con formulazioni diverse, anche nelle carte fondamentali dei nostri ex alleati sconfitti (articolo 26 per la Germania e articolo 9 per il Giappone) — appaiono innegabilmente pericolose e fuorvianti… Dunque la Costituzione va cambiata… ma non a pezzetti, bensì con una riforma totale e profonda.
E una simile riforma, per essere seria, non può essere fatta né dal Governo né tantomeno da entrambi i rami del Parlamento, perché essi stessi, in quanto parte del vecchio sistema, sarebbero parte del problema.
Quindi occorrerebbe eleggere una vera e propria Costituente, votata attraverso un sistema proporzionale che preveda uno sbarramento molto basso, l’1% ad esempio, in modo tale che, in tale assise riformatrice, sia presente il 100% delle realtà esistenti in Italia: tutti devono poter dare il proprio contributo alla nuova Italia, nessuno escluso.
D’altronde, è la Patria che è eterna, non la forma dello Stato che, per sua natura, è funzionale alla Patria. Serve infatti a mantenerla degnamente e a far funzionare nel miglior modo possibile la società che governa. Dunque la Costituzione non può essere un dato fisso e immutabile, cristallino come un diamante… Una Carta fondamentale non può essere sacra e ispiratrice di verità come se fosse un Vangelo, giacché, nella nostra società, neanche più le Sacre Scritture sono considerate immutabili, date le innumerevoli interpretazioni che se ne danno; quindi non si capisce perché questo principio di intangibilità dovrebbe spettare a un documento che oggi più che mai ha per noi la stessa valenza che potrebbe avere il Codice Napoleonico o il Codice di Hammurabi: importantissimi sia a livello scolastico sia come fonte di ispirazione giuridica, ma nulla più…
Qualcuno potrebbe obiettare: e gli Stati Uniti? Non sono forse governati dalla stessa Costituzione del 1787?
È vero. Ma quella Carta è stata emendata ventisette volte e, soprattutto, reinterpretata profondamente nel corso dei secoli attraverso la Corte Suprema, l’evoluzione del federalismo e l’espansione del potere esecutivo.
La sua stabilità non è stata immobilità, bensì adattamento continuo.
Gli Stati Uniti, dalla nascita fino a oggi, sono cresciuti da potenza regionale a potenza globale. Finché l’espansione economica e geopolitica ha accompagnato il sistema istituzionale, l’equilibrio ha retto.
Ma quando la crescita si è trasformata in competizione sistemica, quando la globalizzazione ha generato fratture interne anziché consenso, allora le tensioni si sono riversate all’interno del corpo politico americano.
Trump non è la causa di questa crisi: ne è il prodotto.
Ed è evidente che anche gli Stati Uniti, in forme diverse, stanno affrontando una ridefinizione profonda dei propri equilibri istituzionali e strategici.
Dunque, l’Italia, come tutti gli altri Paesi di questo mondo, come detto, non è esente da questa esigenza.
Da buon sovranista, ad esempio, voglio lasciarvi con un’altra riflessione legata a una delle tante vere riforme che dovremmo affrontare a breve, e cioè anche quella relativa alla necessità o meno di conservare la forma repubblicana, perché, se si vuole necessariamente preservare in vita la Patria italiana nella propria forma geografica, con confini stabili e tangibili, la forma di Stato monarchica, certamente costituzionale e non assoluta, è l’unica che può garantire al Bel Paese di esistere, giacché c’è chi, tra le nostre sprovvedute élite, non vede l’ora di diluire e far scomparire definitivamente l’Italia all’interno di una famigerata Federazione europea: ebbene, i regni non si possono unire o far scomparire perché c’è una corona che li rappresenta, mentre le repubbliche no; possono unirsi, diluirsi, scomparire.
D’altronde, se ci pensate bene, ad oggi, se l’Europa ancora non si è fatta, è proprio anche grazie alle tante teste coronate esistenti: se si realizzasse uno Stato Unico Europeo, al re di Spagna cosa faremmo fare? Il Primo Ministro? E al re di Danimarca? Il Ministro degli Esteri? E a quello del Belgio, il Ministro della Giustizia? Anche questo contribuì alla Brexit della Gran Bretagna…
Il punto non è nostalgia o ideologia. Il punto è sopravvivenza storica.
In un mondo che cambia assetti, confini, potenze e alleanze, restare immobili equivale a scomparire. Se vogliamo che la Patria continui ad esistere, dobbiamo avere l’audacia di rifondarla.
Non con rattoppi. Non con compromessi di giornata.
Ma con una nuova visione — degna della sua storia.
Lorenzo Valloreja













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