IL CAPITALE DELLE RELAZIONI

In principio fu Bill Clinton. Lasciata la Casa Bianca, nel 2001 inaugurò la stagione delle consulenze globali retribuite. Poi venne Gerhard Schröder, che chiuso il cancellierato tedesco entrò nell’orbita di Nord Stream, il gasdotto legato a Gazprom. Subito dopo toccò a Tony Blair: da Downing Street all’incarico nel Quartetto per il Medio Oriente e, quindi, alla consulenza internazionale. Nicolas Sarkozy non fu da meno: uscito dall’Eliseo, avviò la sua attività di conferenziere e advisor.

Nulla di illegale. Nulla di scandaloso. È il mondo che funziona così.

Come dice la Morte a Brancaleone: «Tagliar la testa ai re è da plebei».

I re non si decapitano: si ricollocano.

Il capitale politico accumulato negli anni di governo non evapora. Si trasforma. Diventa influenza, relazioni, accesso. E le relazioni, nel mercato globale, hanno un valore.

Barack Obama, dal 2017, collabora con Netflix. In Italia Walter Veltroni passa con naturalezza dalla politica al cinema e ai talk show. Matteo Renzi partecipa a board ed eventi internazionali altamente remunerativi. Mario Monti fu nominato senatore a vita pochi giorni prima di ricevere l’incarico di formare il governo: formalmente impeccabile, politicamente discusso.

Il punto non sono i nomi. È il meccanismo.

Chi ha governato accumula un patrimonio invisibile: contatti, credibilità, accessi. Un capitale relazionale che, una volta usciti dalla scena politica attiva, trova nuovi spazi di valorizzazione.

In questo quadro si inserisce anche la parabola di Luigi Di Maio: da capo politico del Movimento Cinque Stelle a Ministro dello Sviluppo Economico, poi Vice Premier, quindi Ministro degli Esteri per oltre tre anni. Dopo la scissione dal suo partito e la sconfitta elettorale del 2022, nel 2023 è stato nominato Rappresentante Speciale dell’Unione Europea per il Golfo, in un contesto europeo dove il peso delle relazioni politiche non è mai irrilevante. Pochi giorni fa è arrivata anche la nomina a professore onorario al King’s College London, presso il Department of Defence Studies.

Colpisce che in un dipartimento dedicato agli studi sulla difesa il titolo onorario venga conferito non a un accademico o a un ufficiale di carriera, ma a una figura politica la cui esperienza è esclusivamente istituzionale. È una scelta legittima; resta il segno di come, anche nel mondo accademico internazionale, il capitale relazionale pesi quanto — se non più — del curriculum accademico.

Insomma, tutto il mondo è Paese.

Più che l’“uno vale uno”, sembra valere l’antico principio del Marchese del Grillo: c’è chi è dentro e chi resta fuori. E il confine non lo decide il merito, ma l’appartenenza.

Lorenzo Valloreja

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