ROGOREDO NON È UN CASO ISOLATO: IL LENTO DECLINO DELLE NOSTRE ISTITUZIONI ARMATE

L’omicidio nel bosco di Rogoredo non mi stupisce.

Mi addolora, ma non mi stupisce.

Non perché i singoli uomini in divisa siano peggiori di altri, ma perché da almeno vent’anni assistiamo a un processo lento, silenzioso, costante di logoramento della qualità complessiva delle nostre istituzioni armate.

Chi lo nega non osserva la realtà: la rimuove.

C’è stato un tempo in cui l’arruolamento nelle forze dell’ordine non era l’accesso a un impiego, ma l’ingresso in una comunità di destino.

Non si entrava soltanto per lavorare: si entrava per appartenere.

La selezione non era solo tecnica.

Era morale.

Era reputazionale.

Era culturale.

Si valutavano il contesto, la condotta, il carattere.

Si cercavano uomini prima ancora che candidati.

Oggi tutto è formalizzato, standardizzato, burocratizzato: test, punteggi, graduatorie.
Ma la domanda decisiva – “sei disposto a servire o stai cercando uno stipendio?” – sembra scomparsa.

In nome di una libertà mal compresa abbiamo smantellato ciò che formava il carattere:

  • i riti di passaggio,
  • l’autorità educativa,
  • il senso della gerarchia,
  • la cultura del sacrificio.

La leva è stata abolita senza essere sostituita da un momento collettivo di responsabilizzazione.
La scuola è diventata terreno di contrattazione permanente.

L’autorità è sospetta per principio.

E pretendiamo che chi indossa una divisa resti immune da questa trasformazione antropologica.

Le forze dell’ordine non vivono in un vuoto pneumatico.

Sono figlie della società che le genera.

Se la società si indebolisce, anche le sue istituzioni si indeboliscono.

Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a episodi che un tempo sarebbero stati percepiti come eccezioni scandalose:

  • ricatti compiuti da appartenenti alle forze dell’ordine (caso Marrazzo);
  • gruppi interni accusati di reati patrimoniali (i 21 indagati tra poliziotti e carabinieri per i furti alla Coin della Stazione Termini);
  • abusi di potere finiti sotto processo (casi Spallino, Sunseri e scandalo della caserma di Piacenza);
  • condotte incompatibili con l’onore del giuramento (come nei casi Uva e Cucchi).

Sia chiaro: nessuna epoca è stata immune da deviazioni.

Gli anni di piombo, le collusioni, le ombre del passato lo dimostrano.

Ma allora l’eccezione era vissuta come ferita dell’istituzione.

Oggi rischia di essere archiviata come cronaca ordinaria.

Quando il prestigio si attenua, quando la selezione diventa solo procedura, quando l’arruolamento si riduce a opzione lavorativa, qualcosa cambia.

Non subito. Ma inesorabilmente.

Un tempo l’uniforme era anche ascensore sociale.

Era disciplina, sacrificio, identità.

Oggi cresce la percezione di opportunità chiuse, relazioni che contano più del merito, carriere che si tramandano, fiducia che si assottiglia. E un’istituzione armata vive di fiducia. Se la fiducia vacilla, l’autorevolezza si consuma.

Rogoredo – di cui la magistratura accerterà ogni responsabilità – non è la causa.

È il sintomo.

Sintomo di una società che pretende sicurezza ma rifiuta l’autorità.

Sintomo di una cultura che rivendica diritti e dimentica doveri.

Sintomo di un Paese che ha creduto che la storia fosse finita e che la forza fosse superflua.

Si vis pacem, para bellum.

Ma preparare la pace non significa moltiplicare le circolari. Significa formare uomini.

Il problema non è solo punire di più.

È selezionare meglio.

Formare meglio.

Pretendere di più.

Se la società non produce uomini strutturati, nessuna divisa potrà supplire.
Le istituzioni armate non si riformano con una riga di bilancio, ma ricostruendo il senso del dovere nella Nazione.

La domanda è semplice.

Vogliamo forze dell’ordine ridotte a esecutori amministrativi, esposti al ludibrio e privi di prestigio?
O vogliamo tornare a considerare la divisa simbolo di missione, disciplina e responsabilità?

La qualità delle istituzioni armate è lo specchio della qualità morale della Nazione.
E se lo specchio oggi riflette un’immagine opaca, non è lo specchio il problema.

Il problema siamo noi.

È tempo di guardarlo senza ipocrisie.

Lorenzo Valloreja

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