GLI USA E ISRAELE HANNO GIÀ VINTO IN IRAN? FORSE, MA OCCHIO AI PESCI “REMORA”: POTREBBERO CAMBIARE IL MARE.
Ad ottobre 2026 si voterà in Israele per il rinnovo della Knesset e, come nel più noto detto “squadra che vince non si cambia”, allo stesso modo – parafrasando – Netanyahu potrebbe aver pensato: “strategia che vince non si cambia”.
E qual è questa strategia?
Semplice: individuare un nemico terribile e pericoloso e abbatterlo per il bene della Nazione.
È stato così che Bibi si è salvato politicamente e giudiziariamente grazie ai conflitti contro Hezbollah, Hamas, Assad e compagnia cantante; ed è così che, con la guerra contro l’Iran degli ayatollah, Netanyahu ritiene di poter vincere anche le elezioni di ottobre.
D’altronde, secondo il noto concetto del “rally ’round the flag effect”, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. È stato così nel 1982 con la guerra delle Falkland, quando il regime militare argentino, attraversato da una grave crisi economica, non trovò nulla di meglio per ricompattare il consenso nazionalista che muovere guerra alla Gran Bretagna per riconquistare le Malvinas. È stato così nel 1999 con la guerra in Kosovo, quando Bill Clinton, messo sotto impeachment per il caso Lewinsky, riuscì a spostare l’attenzione da ciò che accadeva sotto la sua scrivania ai ponti che saltavano a Belgrado per mano della NATO. Così come il presidente George W. Bush che, prima dell’11 settembre 2001, aveva solo metà della popolazione americana a proprio favore, con un consenso in lento e inesorabile calo, ottenne – a seguito dell’attacco alle Torri Gemelle e, ancor più, con la guerra in Iraq giustificata dalla minaccia di inesistenti armi di distruzione di massa – picchi di approvazione vicini al 90%.
Fu una dinamica simile anche nel 2011 con Nicolas Sarkozy che, sommerso da problemi interni e con un consenso intorno al 28%, a seguito della guerra in Libia – a scapito dei tanto vituperati cugini italiani e del povero Gheddafi, che peraltro lo aveva anche finanziato – risalì fino al 38%. Ma ciò non lo salvò dalla sconfitta del 2012 contro François Hollande.
Dunque Netanyahu aveva – ed ha – tutto l’interesse politico a muovere guerra all’Iran. Ma gli Stati Uniti? Benché Trump, in via confidenziale, non sia propriamente un estimatore di Bibi, Washington sembra seguire Tel Aviv come non mai. Perché?
Perché, come ho scritto in diversi articoli, il tycoon deve molto ai circoli sionisti, gli unici che, durante i periodi bui – cioè dopo l’assalto a Capitol Hill – abbiano continuato a seguire e sostenere Trump senza se e senza ma. Questo Donald lo sa e non può fare a meno di onorare questa amicizia. Ma si sa: in politica, come negli affari, i sentimenti e le affinità elettive contano fino a un certo punto. A farla da padrone sono senz’altro gli interessi comuni, gli obiettivi, le finalità e, perché no, anche i ricatti.
Donald Trump, uomo dalle mille vite e dalle mille sfaccettature, è, in questo frangente, sia uomo politico sia imprenditore e, perché no, forse anche ricattabile, come sembrerebbero ventilare gli “Epstein files”.
Ora non voglio fare il complottista, ma è certo che, se il pedofilo – e a questo punto presunto suicida – Epstein fosse stato veramente un agente del Mossad, tutto assumerebbe contorni molto più nitidi.
Fatto sta che, anche al netto di quest’ultima eventualità, il sionismo, nel caso di Trump, riveste un peso notevole. Si badi bene, a scanso di equivoci o ignoranza, voluta o scusabile: i sionisti non sono tutti, come qualcuno potrebbe pensare, di religione ebraica; vi sono anche cristiani evangelici e altre sette protestanti, tutti fautori di Trump, che auspicano la ricostruzione del Tempio di Salomone al posto dell’attuale Cupola della Roccia e, dunque, secondo tale visione, pericolosissimi per la stabilità in Medio Oriente.
Ma “Parigi val bene una messa!”. E qui torniamo agli interessi comuni che non l’imprenditore Trump ha con lo Stato d’Israele e con il sionismo in genere, ma che hanno tutti gli Stati Uniti, qualunque sia l’amministrazione alla guida del Paese. Gli interessi qui sono molteplici:
- Creare instabilità per mantenere il dollaro quale valuta di riferimento internazionale;
- Creare instabilità per determinare un rialzo dei prezzi del petrolio e degli idrocarburi in genere, di cui anche gli americani sono grandi produttori;
- Escludere la Cina dal mercato degli idrocarburi iraniani, avendo mesi fa già tagliato il collegamento petrolifero tra Pechino e Caracas a seguito della deportazione di Maduro negli States; anche per questo il Celeste Impero, in queste ore, a differenza della Russia, ha inviato armi agli ayatollah.
Riguardo ai primi due punti, essi con molta probabilità sono stati concordati e condivisi con la Russia stessa in Alaska, in quanto è notizia del mese appena trascorso – come rivelato da Milano Finanza – che Mosca starebbe valutando un ritorno al sistema dei pagamenti in dollari come parte di un possibile accordo economico con gli USA legato alla pace in Ucraina; e, riguardo all’innalzamento del prezzo del petrolio, ciò non può che far piacere all’economia della Federazione Russa.
Sempre riguardo alla Russia, la destabilizzazione dell’Iran farebbe parte di un piano molto più ampio per mettere Mosca sotto pressione affinché si stacchi definitivamente dalla Cina; cioè, se il Cremlino non accetta e non consolida immediatamente il matrimonio con la Casa Bianca, potrebbe trovarsi con tutto il fronte sud infiammato: dalle repubbliche caucasiche, passando per l’Iran, fino ad arrivare all’Afghanistan e al Pakistan, che, guarda caso, proprio in questi giorni – seppur al buio dei riflettori – si stanno facendo guerra e dove Teheran, prima che venisse eliminata la Guida Suprema Khamenei, si era proposta anche come mediatore.
Dal canto suo, se Mosca accettasse, la crisi tra Kabul e Islamabad potrebbe diventare un problema esclusivo di Pechino, Paese letteralmente confinante con queste due realtà, di cui una – il Pakistan – è anche una potenza atomica.
Le converrebbe accettare perché, al di là dei proclami, la comunità dei BRICS, nell’ultimo anno, si è quantomeno incrinata, in quanto:
- Il Venezuela, Paese candidato dal 2024, avendo perso Maduro, potrebbe non rimanere in questa comunità;
- L’Iran, Paese membro dal 2024, con la crisi di questi giorni,
nella quale ha attaccato il territorio:
- degli Emirati Arabi Uniti, altro Paese membro dal 2024;
- dell’Arabia Saudita, Nazione candidata all’ingresso dal 2023;
- Il Pakistan, altra Nazione candidata all’ingresso dal 2024, ha attaccato un Paese come l’Afghanistan, amico della Russia.
Dunque Mosca, già impegnata duramente in Ucraina e presente con le milizie della Wagner in Africa, che cosa potrebbe fare se non limitarsi a esprimere le proprie condoglianze per la morte di Khamenei?
D’altronde, lo sappiamo: lo Stato d’Israele, storicamente, è nato per volontà e impegno di Stalin all’interno delle allora nascenti Nazioni Unite e, infatti, la stessa Repubblica d’Israele aveva e ha una forte impronta socialista, con i suoi innumerevoli kibbutz. Per quel che concerne la Russia odierna, circa 1,3 milioni di persone in Israele parlano russo, il che corrisponde a circa il 15% della popolazione totale. Dunque Mosca non si opporrebbe mai seriamente all’operato di Tel Aviv, ed ecco ciò che sta succedendo in queste ore, tra lo sgomento e lo sbigottimento dei più.
L’ho già detto all’inizio di questo mio pezzo, ma forse è bene ribadirlo: “in politica, come negli affari, i sentimenti e le affinità elettive contano fino a un certo punto. A farla da padrone sono senz’altro gli interessi comuni, gli obiettivi, le finalità e, perché no, anche i ricatti”. Ed è per questo che un grande pesce “Squalo” come la Russia non farà mai guerra a un altro grande pesce “Squalo” come gli Stati Uniti solo per salvare un fidato pesce “Remora” come l’Iran.
Certo, Teheran ha fornito i droni per la guerra in Ucraina, si è battuta lealmente e senza badare a spese per sconfiggere l’ISIS in Siria, ma la politica e gli equilibri, come direbbe Machiavelli, richiedono logiche che il cuore non può avere: c’est la realpolitik, bellezza!
Ed è la stessa logica per la quale altri Paesi “Remora”, come l’Italia per gli Stati Uniti – pur essendo ideologicamente più vicini a Trump grazie alla propria premier di quanto non possano esserlo la Francia di Macron o la Germania di Merz – non sono stati neanche avvisati da quest’ultimo di ciò che si stesse per scatenare nel Mediterraneo e in Medio Oriente, perché noi, ahimè, nell’oceano delle potenze non siamo grandi squali, ma attualmente piccole e utili “Remore”, e nulla più.
Può essere un bene? Può essere un male? Chi lo sa: solo il tempo potrà dircelo. Perché, al di là delle ipotesi più catastrofiste, anche questo scontro, fortunatamente per noi, non ci porterà alla terza guerra mondiale: l’Iran, ahimè, per tutto quanto detto sopra, isolato com’è, ha veramente le ore contate. Avendo attaccato anche Paesi islamici di fede sunnita, potrà contare solo sull’apporto del 10% del mondo musulmano, cioè gli sciiti, e l’attuale amministrazione americana non farà mai l’errore di mettere gli stivali a terra in Persia; semmai cercherà di sollevare la popolazione locale o di sfruttare eventuali quinte colonne.
Tuttavia, prima che le Guardie della Rivoluzione se ne vadano, potrebbero realizzare un’operazione eclatante che, nei fatti, segnerebbe – per la gioia della Russia e di tutti i “Remora” – la fine della supremazia marittima degli USA. Se un drone marino, un missile o qualsiasi altro ordigno riuscisse ad affondare una portaerei a stelle e strisce, verrebbe messo nero su bianco il fatto che queste imbarcazioni sono ormai obsolete e Washington, che basa la propria talassocrazia su sette flotte dislocate nei sette mari, alla cui disposizione vi sono ben undici portaerei, si ritroverebbe di colpo con undici ferri vecchi, buoni solo da rottamare… una buona notizia per tutti, visto che il guinzaglio non piace a nessuno, amici e nemici che siano.
Lorenzo Valloreja













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