UOMINI DI POCA FEDE: IMPEDIRE LA MESSA SIGNIFICA NEGARE LA PACE

Cristo, nel Vangelo secondo Luca, dice ai suoi discepoli: «Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi», affidando loro il compito di annunciare la verità anche in mezzo all’ostilità e ai pagani, fino al rischio della vita. È ciò che la Chiesa, attraverso i suoi ministri, continua a fare fin dalle origini del cristianesimo.

Così, dopo la strage del 7 ottobre 2023, quando Hamas prese in ostaggio circa 251 persone — tra civili, militari e anche cittadini stranieri — il Patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, si offrì volontariamente in cambio degli ostaggi.

Nonostante ciò, negli ultimi anni si è registrata una crescente tensione strutturale tra le autorità israeliane e le comunità cristiane — e dunque anche con il Patriarcato latino — in una misura che non si registrava da decenni e che, per gravità simbolica, evoca le tensioni che nei secoli hanno attraversato Gerusalemme, fino all’epoca delle Crociate.

In principio furono le limitazioni ai cristiani palestinesi: le difficoltà a entrare a Gerusalemme per le festività, i permessi negati o ridotti, l’accesso contingentato ai luoghi santi; poi l’aumento della presenza della polizia nei luoghi sacri, le restrizioni durante le celebrazioni cristiane, gli episodi di frizione con pellegrini e clero.

E nella mattinata, intorno alle ore 9 (ora di Gerusalemme), è stato impedito allo stesso Pizzaballa e al Custode di Terra Santa, padre Francesco Lelpo, dell’Ordine dei Frati Minori, di entrare nella Basilica del Santo Sepolcro per celebrare la Messa della Domenica delle Palme, anche in forma privata, con pochissimi fedeli.

Un fatto, quest’ultimo, che difficilmente può non essere stato immediatamente segnalato a Roma per la sua gravità. E infatti, poche ore dopo, nell’omelia della Domenica delle Palme pronunciata intorno alle 10:30 a Roma, Papa Leone XIV ha condannato ogni guerra con parole inequivocabili:

«Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”.

Cristo non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto nessuna guerra. Ha manifestato il volto mite di Dio, che sempre rifiuta la violenza.

Dio è amore! Abbiate pietà! Deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli!»

Una dichiarazione, quella del Santo Padre, che in Italia non è passata inosservata. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni — tradizionalmente vicina alle posizioni di Benjamin Netanyahu — ha criticato l’episodio, definendolo “un’offesa ai credenti”. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha quindi convocato l’ambasciatore israeliano presso la Repubblica italiana, Jonathan Peled, per chiedere chiarimenti sul divieto imposto a Pizzaballa.

Anche le opposizioni hanno condannato l’accaduto, determinando una rara convergenza politica. Una dinamica che consente al governo italiano di prendere le distanze, almeno su questo piano, dalle recenti scelte di Israele e degli Stati Uniti, in un contesto internazionale segnato dall’escalation con l’Iran e da crescenti preoccupazioni anche sul piano economico, a partire dall’aumento dei costi energetici.

Un clima che pesa anche sul piano interno, dove il governo, dopo il recente esito referendario, appare alla ricerca di una nuova legittimazione in un’opinione pubblica sempre più inquieta a causa dell’aumento dei prezzi e del persistere delle guerre.

Insomma, è proprio vero che le vie del Signore sono infinite, e questo evento sembra aver davvero alzato la palla al governo per mandarla a schiacciata, giacché anche la laicissima Francia, nella persona di Emmanuel Macron, ha condannato l’episodio accaduto al patriarca.

Ma, al di là di questo, il fatto serio di cui bisogna discutere e trovare una soluzione è che una “pulce” come Israele — cioè uno Stato che conta a malapena 10 milioni di individui e che è grande poco più della Regione Lazio — non può mettere a soqquadro un’area di circa 7 milioni di chilometri quadri, abitata da mezzo miliardo di individui, cioè l’intero Medio Oriente, solo perché tiene sotto cappella gli Stati Uniti e, anche se motivata da ragioni di sicurezza tangibili e forte del fatto che Tel Aviv possiede una ottantina di ordigni nucleari, non può imporre la propria pax a tutta l’area, o, come avrebbero detto i romani, farne un deserto più di quanto già non lo sia. Non è veramente accettabile, anche perché sia i costi umani sia quelli economici sono sotto gli occhi di tutti.

Infatti, mentre i bambini continuano a morire a Gaza per fame e in Iran per le bombe, gli Stati Uniti si preparano a invadere e controllare le sette isole iraniane presenti nello Stretto di Hormuz e gli Huti, dal canto loro, potrebbero rendere seriamente impraticabile anche l’attraversamento dello Stretto di Bab el-Mandeb, che separa lo Yemen dal Corno d’Africa, bloccando così di fatto il 30% del traffico mondiale di idrocarburi e portando al collasso, in prima battuta, l’Egitto e, a seguire, l’Europa, se non la smette di fare muro alla Russia.

Quindi la pace non è solo un desiderio, o, se preferite, un capriccio delle anime belle, ma è una condizione necessaria per vivere e sperare e, come dice Papa Leone, non vi può essere che una sola condizione per imporla: «disarmata e disarmante».

Lorenzo Valloreja

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