AL CPAC 2026 DI DALLAS ASPIRANTI IMPERATORI VENGONO, E POCO CONVINTE E UN PO’ OPPORTUNISTE AMICHE SI TENGONO LONTANE

Sembra ben più di un anno fa, quando Giorgia Meloni (seppure in video call) interveniva al CPAC (Conservative political action conference) salutando innanzitutto tale “meraviglioso popolo” e poi ovviamente il presidente Donald J.Trump ma poi sbottando a microfoni ancora aperti con un famoso “me stavo a morì”. Da allora, l’amicizia si è fatta sempre più ambigua, da sorrisi di facciata o photo opportunity, ed ha perso concretezza ogni giorno di più: Trump credeva di aver trovato la leva giusta e sufficientemente potente per destabilizzare l’ Unione europea ma si è sbagliato di grosso o gli conviene tuttora dare a vedere di crederci.

Il Quirinale è raggiungibile a piedi da Palazzo Chigi, non è necessario un volo transoceanico come per la Casa Bianca. E, specie in questo brutto momento postreferendario, la vita si complica dando retta a The Donald, ed è molto più semplice non contrastare Ursula von Der Leyen.

Lo strappo Meloni-Trump si è probabilmente consumato sull’affermazione di lei e di Crosetto per cui l’intervento in Iran viola la legalità internazionale.

Trump come Putin, quindi? A quando, sanzioni della UE contro gli USA?

Certo, i siparietti alla “Make Italy great again” qualche voto hanno sicuramente procurato, ma la prossima presidenza, se Trump si fa trascinare da “Bibi” sempre più a fondo nel pozzo del delirio bellicista israeliano, forse, non sarà neanche più repubblicana. Resta solo da vedere l’entità della quasi scontata batosta alle prossime elezioni di mid term.

Quindi, quest’anno, la nostra premier si è tenuta ben lontana da Dallas. Anche se il coordinatore Matt Schlapp auspica addirittura, nell’immediato futuro, una trasferta del CPAC a Roma ( la vogliono proprio “fà morì”, evidentemente; o piuttosto vogliono ancor più metterla in difficoltà). E in fondo, nemmeno lo stesso Trump si è visto o per le operazioni contro l’ Iran o piuttosto, per evitare le contestazioni dei più isolazionisti.   

E a conferma che in politica, a tutti i livelli, i vuoti si producono per essere riempiti da qualcosa o qualcun altro, sembra che Reza Pahlavi, presentato dal sito ufficiale della importante manifestazione come “crown prince” ovvero principe ereditario, sia stato fra le principali star.

In sala tanti iraniani se non, dopo quarantasette anni, figli o addirittura nipoti della grande diaspora persiana. Comprensibili enormi misure di sicurezza fino alle porte chiuse.

Quando il principe Pahlavi prende la parola, sulla sala piomba il silenzio. Subito, un ricordo per tutte le vittime che si sarebbero avute in questi quarantasette anni, e, succo dell’ intervento: “ Lasciare spazio a una continuità del sistema, anche sotto nuove figure, sarebbe un errore. Non dobbiamo illuderci con una pace artificiale”.

La sua ricetta, si sa quale sia e la conferma: non vuole per il momento, essere un nuovo scià ma guidare la transizione pacifica sì.

Sappiamo anche però che il suo vero sponsor è Israele (Trump lo considera un capo dell’opposizione come altri), e agli occhi di molti iraniani pur stufi della teocrazia questo non è affatto un ben stampato biglietto da visita, per non parlare del vecchissimo vizio (un linguaggio universale) di aizzare lo straniero contro la propria patria per cambiare regimi non graditi.

Non mi piace neanche, di Reza Pahlavi, quell’ “armatevi e partite” a forza di martellanti video in rete e sui socials che ha provocato una vera e propria carneficina all’ inizio dell’anno oltre anche, per lui stesso, alla perdita sicura delle vite forse di migliaia di suoi sostenitori e collaboratori occulti.

Non riesce a canalizzare tutta l’opposizione nel candidarsi a guida della transizione: ci sono degli irriducibili (tanti) dell’area democratico-repubblicana che a mala pena digeriranno il suo ritorno in Iran.

Gioca a suo favore però il nome stesso Pahlavi (o lo ami o lo odi), la bimillenaria radice monarchica e imperiale della Persia/Iran, e appunto la frammentazione dell’opposizione e della diaspora dell’ Iran. Sarà ormai più un serio uomo d’affari della East Coast che uno sfarzoso “prince of Persia”, ma certamente ha più rilievo e visibilità di certe attiviste sorosiane anche in Italia che, intervistate, non fanno che ripetere che lo scià è morto e sepolto senza lasciare rimpianti ma lo dicono in perfetto italiano con gradevole inflessione romana.

Sarà magari grazie al Mossad, ma di Iran Reza Pahlavi sa, io credo, molto più di loro.

La successione familiare alla poltrona di Guida Suprema, inoltre anche se certo questa non è grande politica, potrebbe indurre non pochi a preferire un figlio, non proprio in corona anche se in giacca e cravatta, ad altro figlio col turbante e la veste clericale.

L’ evento di Reza Pahlavi in Texas si è chiuso con molta emozione degli iraniani presenti, fra applausi e cori fra cui l’antico grido di battaglia e omaggio “Javid Shah” (lunga vita allo scià).

A. Martino

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