FUORI DAL MONDIALE E SENZA ALIBI: TUTTO È FINITO QUANDO ABBIAMO SMESSO DI GIOCARE IN STRADA

Non è una sconfitta.

È un sintomo.

L’Italia non è fuori dal Mondiale per caso, né per un errore arbitrale, né per una svista tecnologica. È fuori perché è cambiata.

E non in meglio.

A poche ore dalla terribile debacle della nostra nazionale in terra di Bosnia, che ha fatto sì che gli Azzurri, per la terza volta consecutiva, non partecipino a un Mondiale di calcio, c’è ancora chi spera in un ripescaggio da parte della FIFA: o perché l’Iran non partecipi al FIFA World Cup 2026, in segno di protesta verso gli Stati Uniti e la loro politica aggressiva, oppure perché il campo da gioco di ieri non fosse regolamentare, in quanto privo della goal-line technology, ossia quel sistema installato sulle porte che segnala automaticamente all’arbitro quando il pallone supera la linea, prevenendo così i cosiddetti gol fantasma.

Due ipotesi che, qualora venissero applicate, sarebbero, in entrambi i casi, ben peggiori dell’eliminazione della nazionale, perché quanto accaduto non è il risultato di un semplice decadimento sportivo e tecnico, ma di un decadimento antropologico… e prima lo si comprende, meglio sarà per tutti.

Questo è il Paese dove è nato il calcio, altro che Gran Bretagna! Si pensi al Calcio Fiorentino (epoca rinascimentale) oppure al vero e proprio gioco del calcio, esibizione pressoché circense nella Roma post-napoleonica, che testimonia, anche storicamente, di chi sia figlio il gioco più bello del mondo.

E d’altronde non poteva essere altrimenti, perché, diciamocela tutta, il calcio è da sempre il gioco dei poveri, almeno per chi lo osserva, cioè per i tanti tifosi. Ed è proprio per questo che, in un’Italia prima proletaria e fascista e poi solo proletaria, ha fatto faville: permetteva agli ultimi, ai più poveri, di sognare. La palla è tonda e non importa da dove tu venga o quanti soldi tu possa spendere: ciò che conta sono i piedi buoni e i polmoni.

D’altronde, se non fosse stato così, squadre come il Napoli, il Verona o la Sampdoria non avrebbero mai potuto vincere un campionato… eppure!

Così, in tutte le piazze d’Italia, nelle vie sotto casa o nei pratoni di periferia, fino all’arrivo degli smartphone prima e della diffidenza verso il prossimo poi, bastavano due giacche a terra, oppure degli steli di canna all’occorrenza, per segnare le porte, e un pallone Santos decente per dare vita alla tenzone tra squadre organizzate alla buona e fisici spesso improponibili.

Ma era proprio quello il bello: un gioco tra “ciechi” e “pippe” che, per quanto inguardabile, era allo stesso tempo aggregazione e una forma di alienazione collettiva, quasi una sorta di ecolalia collettiva. Ed è stato così per almeno ottant’anni.

Tutti abbiamo in mente la maschera di Fantozzi, con il suo programma formidabile per Italia–Inghilterra: “calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto di fronte al televisore, frittatona di cipolle per la quale andava pazzo, familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero!”. E ce l’abbiamo ben presente perché Fantozzi era ognuno di noi… ma quella era un’Italia povera, sì, ma laboriosa.

Non c’erano ancora le smart TV né i canali tematici a pagamento; il campionato nazionale era giocato quasi esclusivamente da italiani e, più tardi, da un massimo di tre stranieri per squadra; le partite si disputavano tutte nello stesso giorno e alla stessa ora, cioè la domenica alle 15:00, salvo rarissime eccezioni. Le coppe si giocavano il mercoledì sera… e basta. Niente tatuaggi, tagli eccentrici, scarpe colorate, numeri bizzarri, stadi di proprietà e via dicendo.

In buona sostanza, giravano molti meno soldi. E sono sempre loro, i soldi, la rovina del mondo…

Oggi, infatti, che siamo diventati più ricchi – o, per lo meno, tendiamo a crederlo e a ostentarlo – siamo diventati bravissimi negli sport “per ricchi”: la vela, la scherma, gli sci, la Formula 1, il tennis. E va bene così, ci mancherebbe… ma abbiamo anche perso, ahimè, le nostre origini: il calcio, il vero sport nazionale!

Noi abbiamo sulla maglia quattro stelle, corrispondenti a quattro Coppe del Mondo vinte e, anche se avessimo vinto ieri sera ai rigori contro la Bosnia, andando così nel nuovo continente per la Coppa del Mondo, sarebbe stata una vergogna… perché l’Italia non può presentarsi a una competizione calcistica così importante in quel modo.

È lì il problema. E sperare nel ripescaggio non è altro che l’ennesimo sintomo del nostro decadimento culturale e antropologico.

C’è chi parla di azzerare tutto all’interno della FIGC, c’è chi sostiene di ripartire dai vivai: entrambe le posizioni sono giuste, ma io dico che, in primis, bisognerebbe cacciare i capitali stranieri dalle società di calcio italiane.

Nel 2006, ultimo anno in cui l’Italia è salita sul podio più alto del mondo, le società di calcio italiane erano tutte di proprietà di imprenditori o gruppi italiani. Oggi, nel 2026, in Serie A, dove giocano 20 squadre, ben 14 sono controllate da proprietà straniere: dunque, al 70% delle società presenti nel massimo campionato nazionale non importa un fico secco degli Azzurri.

Prova ne è che la FIGC non ha trovato quattro giorni di tempo per fermare il campionato o, come aveva chiesto lo stesso CT Rino Gattuso, per rinviare la trentesima giornata e dare modo agli Azzurri di prepararsi alla partita contro la Bosnia, mentre ha trovato i fatidici quattro giorni per disputare la Supercoppa in Arabia Saudita, modificando così la sedicesima giornata di Serie A. Questo perché alle società di Serie A – non essendo più in maggioranza di proprietà italiana – degli Azzurri non importa più nulla. E allora la risposta dovrebbe essere: fuori gli stranieri dal campionato!

Voi mi direte: così il calcio italiano diventerebbe povero e non più competitivo rispetto a quello straniero. Io invece rispondo che peggio di così non potrà andare e che, se il rischio è quello di avere campi malmessi, divise discutibili e compensi da Unione Sovietica, io mi sento di gridare: ben venga!

Dove sta scritto che un calciatore medio di Serie A, che dovrebbe – il condizionale è d’obbligo – far divertire la gente, debba guadagnare, rispetto a un ricercatore che salva vite, trentatré volte il suo stipendio? O, se preferite, perché uno che corre dietro a una palla deve guadagnare in un mese quanto un altro guadagna in due anni?

Non è scritto da nessuna parte… e se la salvezza culturale e mentale di un popolo deve passare da questa austerità, ben venga!

I nostri campioni di atletica leggera, di sport invernali e di nuoto spesso sono impiegati dell’esercito o delle forze dell’ordine, che li arruolano appositamente per farli gareggiare. Senza queste istituzioni non potrebbero competere e, passata la fama – spesso edulcorata dagli sponsor – hanno comunque un impiego che li accompagnerà fino alla pensione.

Ora, se questo modello è valido per loro, non si capisce perché non debba funzionare anche per i calciatori.

Questi ultimi, invece, soprattutto tra le nuove generazioni, spesso giocano non per passione ma perché sanno che li attendono guadagni milionari, notorietà e privilegi.

Ma questo non è spirito sportivo: è una visione distorta di una generazione viziata.

Tuttavia, in questo disastro, Gattuso è forse l’unico che merita di essere salvato, perché la sua frase: “Mi fa stare male… avrei dato tutto, anni della mia vita, soldi, per riuscire a conquistare questo obiettivo” riassume lo spirito che va ritrovato.

Dobbiamo far giocare solo chi è affamato, chi non ha paura, chi è disposto a scendere in campo per la nazionale a qualsiasi costo.

Nel 2011 Roberto Baggio fu incaricato da Abete del ruolo di presidente del Settore Tecnico della FIGC e redasse un dossier di 900 pagine per la rifondazione del calcio italiano: un piano preciso e dettagliato che, però, fu completamente disatteso.

Tre anni dopo, nel 2014, fu la volta di Fabio Caressa che, dai microfoni di Sky, denunciò apertamente la crisi del calcio italiano… eppure, anche in quel caso, nessuno lo ascoltò.

E questi due episodi sono più gravi di tutto il resto.

Perché una nazione può anche perdere una partita, ma quando perde la memoria di ciò che è stata, allora sì, ha già perso tutto.

Lorenzo Valloreja

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