CRISTO RISORTO DIREBBE: ‘NON IN MIO NOME’. PAPA LEONE LO SA E PREGA PER LA PACE
C’è un momento, nelle guerre, in cui il problema non è più come vincerle, ma come uscirne. È un momento difficile da riconoscere, perché coincide con il punto in cui le narrazioni ufficiali continuano a parlare di vittoria mentre la realtà ha già cambiato natura.
Qualche settimana fa, in un editoriale dal titolo volutamente provocatorio — “Gli USA e Israele hanno già vinto in Iran? Forse, ma occhio ai pesci ‘remora’: potrebbero cambiare il mare” — avevo suggerito proprio questo: che, accanto ai grandi squali della geopolitica, esistono attori apparentemente marginali capaci di alterare gli equilibri.
Le remore.
Oggi possiamo dire che si stanno muovendo.
Trentasei giorni di guerra, lo stretto di Hormuz ancora chiuso, episodi che incrinano la narrazione della superiorità — portaerei colpite, aerei abbattuti — e soprattutto un dato ormai evidente: il logoramento non è reciproco.
Colpisce di più l’Occidente. Perché l’Occidente — e in particolare gli Stati Uniti — non ha la tempra né la struttura dell’Iran. I persiani possono resistere. Gli americani devono dimostrare. Teheran può assorbire. Washington deve giustificare.
È questa asimmetria che rende il conflitto instabile. Perché quando non si riesce a vincere ma non si può perdere, la tentazione dell’escalation diventa reale.
Ed è qui che tornano le remore.
Il Pakistan, che l’Iran ha elogiato per la sua mediazione.
La Russia, che non può esporsi
apertamente ma proprio per questo può diventare un equilibrio.
E il Vaticano, che in questa Settimana Santa ha fatto qualcosa di più raro
della diplomazia: ha detto la verità.
A partire dal Giovedì Santo, quando Leone XIV, nella lavanda dei piedi, ha rimesso al centro una parola dimenticata: servizio. Non potere, non dominio. Servizio.
Poi il Venerdì Santo: la prostrazione a terra nella Basilica — gesto che non si improvvisa — e la Via Crucis al Colosseo. Nello stesso giorno, un unico messaggio.
Chi fa la guerra dovrà risponderne davanti a Dio. E il male non si restituisce.
E infine la Pasqua: le armi da deporre, la pace come incontro, non come imposizione.
Non sono parole isolate. È una linea.
Ed è qui che il contrasto diventa inevitabile.
Negli stessi giorni, negli Stati Uniti, si è sentito dire — da ambienti vicini alla Casa Bianca — che il Papa direbbe “fesserie”, perché da oltre due secoli si prega per le guerre americane. È una frase brutale, ma proprio per questo rivelatrice.
Perché contiene una teologia.
L’idea che Dio accompagni la storia così com’è. Che benedica la forza. Che stia dalla parte di chi combatte, se la causa è ritenuta giusta. Che possa essere invocato per la riuscita di una guerra.
Ma è esattamente questa idea che Leone XIV sta smontando, gesto dopo gesto.
Perché il Dio del Giovedì Santo lava i piedi.
Il Dio del Venerdì Santo non restituisce il male.
Il Dio della Pasqua non vince con la forza, ma apre una strada dove sembrava non esserci.
Due visioni. Due fedi, in fondo.
Da una parte un Dio invocato per sostenere, accompagnare, legittimare.
Dall’altra un Dio che disarma, che giudica, che interrompe.
Ed è qui che la guerra, quella reale, torna al centro.
Perché ci sono conflitti che, superata una certa soglia, non producono più esiti ma solo conseguenze. E ogni giorno che passa non avvicina la soluzione: la rende più lontana.
In questo scenario, pregare per la riuscita della guerra diventa un paradosso.
Perché pregare per vincere presuppone che una vittoria esista. Ma se la guerra è entrata in una fase in cui vincere significa soltanto prolungare lo scontro o alzare il livello della distruzione, allora quella preghiera cambia natura.
Non è più richiesta di giustizia. È richiesta di continuità.
Ed è qui che Leone XIV appare, anche politicamente, come una figura inattesa.
Non perché offra soluzioni tecniche. Ma perché introduce un limite.
E forse è anche per questo che Piazza San Pietro, in questi giorni, si è riempita come non accadeva da anni. Non per entusiasmo superficiale, ma per una percezione più profonda: che qualcuno stia dicendo ciò che altri non riescono più a dire.
Che qualcuno stia restituendo senso.
Il punto di caduta possibile, oggi, non è una vittoria. Non può esserlo. Non nelle condizioni attuali. È piuttosto un arresto. Un cessate il fuoco imperfetto, una riapertura delle rotte, una mediazione indiretta.
Pakistan come canale.
Russia come equilibrio.
Vaticano come garanzia morale.
Sono loro, oggi, le vere “remore”.
Non dominano il mare. Ma possono cambiarne le correnti.
E a questo punto la domanda torna, inevitabile.
Ha senso coinvolgere Dio per continuare una guerra che non ha soluzione?
O non è piuttosto il momento di lasciarsi giudicare da un Dio che chiede di fermarsi?
Perché tra queste due possibilità passa una linea sottile ma decisiva.
Da una parte c’è un Dio chiamato a benedire ciò che accade.
Dall’altra c’è il Dio davanti al quale, prima o poi, anche chi decide deve fermarsi.
Forse persino inginocchiarsi.
Le guerre senza soluzione non si vincono. Si fermano.
E il problema, a quel punto, non è più chi ha ragione.
È chi ha il coraggio — o la lucidità — di smettere.
Lorenzo Valloreja













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