CON L’ADDIO A VITTORIO MESSORI, SALUTIAMO CON INEVITABILE NOSTALGIA L’ULTIMO GRANDE INTELLETTUALE CATTOLICO D’ITALIA

Vittorio Messori appartiene all’ultima grande stagione della civiltà cattolica italiana, abbastanza inguaiata dal Concilio ecumenico Vaticano II, ma nemmeno illusa dall’intellettualismo di Benedetto XVI e soprattutto non travolta dall’omologazione mondialista di Francesco.

Sono gli anni di Paolo VI e del fantastico Giovanni Paolo II: anni, in un certo senso — mi si passi l’ardito termine secolare — ruggenti. Anni in cui convivono figure come un Pasolini, complicato ibrido fra cattolicesimo — persino con venature intransigenti — e marxismo, o comunque feroce antiborghesismo; un don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione; e nomi come Carlo Bo o Antonino Zichichi.

Vittorio Messori, benché emiliano di nascita (a Sassuolo nel 1941), è di famiglia e formazione torinese, dunque cresciuto in un ambiente segnato anche da influenze massoniche. Fu inizialmente lontano da qualunque prospettiva spirituale, e men che meno cristiana — se non, addirittura, cattolica.

Ma l’ateismo militante e ideologico non apparteneva, almeno allora, a quel mondo freddamente laicista: ogni questione spirituale veniva semplicemente ignorata, con l’indifferenza di chi non vuole cadere nella trappola della religione dell’irreligione.

Già negli anni Settanta le conversioni degli intellettuali erano rare. Ma quella di Vittorio Messori — futura firma anche del laico Corriere della Sera — rappresentò un evento. Basti citare un solo titolo: Ipotesi su Gesù, un’opera che, ancora oggi, ha superato il milione di copie in lingua italiana ed è stata tradotta in ventidue lingue.

Al centro del libro, una straordinaria disamina dei Vangeli alla luce dei dati archeologici e scientifici, che dimostra come si possa avere o non avere fede in Cristo Salvatore e Risorto, ma che tale fede non sia irrazionale né riducibile a mitologia o a una fortunata mistificazione.

Vittorio Messori entra così nella storia — non solo italiana — come l’ultimo grande apologeta, nel senso pieno del termine: difensore intellettuale della fede.

Nella sua celebre intervista-fiume a San Giovanni Paolo II, propose il tema della “crisi della fede”. Il Papa polacco, con il suo consueto ottimismo, non condivise questa lettura. Messori ne prese atto, da storico della Chiesa.

Si può dire che, su questo punto, seppe essere più lucido — e forse persino più profetico — di un grande Papa.

Vittorio Messori ha lasciato questo mondo sempre più complesso e inquieto all’età di ottantaquattro anni, nel Venerdì Santo — data che, per evidenti ragioni, coincide simbolicamente con il cuore della sua ricerca e della sua opera.

A. Martino

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