FORSE UN’INTERA CIVILTÀ PUÒ FINIRE STANOTTE. DI CERTO ITALIA ED EUROPA RISCHIANO LA FAME — PER SCELTA
La misura, per la Casa Bianca, sembra davvero colma.
«Un’intera civiltà potrebbe finire questa notte», ha dichiarato Donald Trump.
Non è una frase. È una soglia.
Dietro c’è un ultimatum preciso: ore 20:00 sulla costa orientale americana, le 02:00 in Italia. E soprattutto c’è qualcosa che non può più accadere: il nulla. Perché, dopo parole del genere, il nulla sarebbe una sconfitta.
Così, mentre gli astronauti della missione Artemis II tornano dalla Luna, sembra di rileggere Il pianeta delle scimmie: uomini che viaggiano nello spazio mentre, sulla Terra, la civiltà si avvicina alla propria fine.
Fantascienza?
Non più.
Perché quando un presidente degli Stati Uniti evoca la fine di un’intera civiltà, il pensiero corre inevitabilmente a una sola parola: nucleare.
La guerra, un tempo, aveva regole. Oggi non più.
Da oltre un secolo esistono conflitti in cui una parte può distruggere e l’altra può solo resistere. Nel caso specifico, due potenze nucleari — Stati Uniti e Israele — contro un Iran armato ma privo di deterrenza atomica.
È una guerra sbilanciata. E proprio per questo pericolosa.
Perché chi non può permettersi di perdere, e non riesce a vincere, prima o poi cambia le regole.
Washington e Tel Aviv non possono permettersi una sconfitta. E quando la sconfitta non è ammessa, tutto diventa possibile.
Anche ciò che fino a ieri era impensabile.
Intanto, sul campo, i segnali si moltiplicano: Teheran parla di attacchi continui, l’IDF invita a evitare i trasporti ferroviari. Il linguaggio è quello delle ore che precedono qualcosa.
Ma il vero punto è un altro.
Trump lo ha detto chiaramente: gli alleati non hanno aiutato. In un intervento riportato anche da Sky TG24, ha accusato la NATO di essere, nei fatti, “una Tigre di Carta”; ha chiamato in causa Giappone, Corea del Sud e Australia; ha ricordato che gli Stati Uniti proteggono mezzo mondo, salvo poi trovarsi soli quando colpiscono.
E, quasi a chiudere il cerchio, ha ribadito il suo rapporto personale con Kim Jong-un.
Il messaggio è semplice: l’America paga, ma non è più seguita.
È una frattura. E come tutte le fratture, avrà conseguenze.
Le prime si vedranno in Asia. Le seconde in Europa.
Qui, intanto, qualcuno applaude la Spagna per aver ottenuto il passaggio nello stretto di Hormuz. Ma è un’illusione. Madrid non si sta allontanando dagli Stati Uniti: si sta muovendo dentro un loro equilibrio interno.
Ed è proprio questo che dovrebbe far riflettere.
NATO, Unione Europea, euro: strutture nate dentro una logica americana. Non necessariamente contro l’Europa, ma nemmeno per renderla autonoma.
Piuttosto per tenerla dentro un sistema.
Come nell’Anello di Mordor: “per domarli, trovarli, ghermirli e al buio incatenarli”.
Può sembrare eccessivo. Ma meno eccessivo di un mondo in cui si parla apertamente della fine di una civiltà.
E allora la domanda è inevitabile: quanto deve durare il debito contratto ottant’anni fa?
Non si tratta di rompere con gli Stati Uniti.
Si tratta di smettere di dipendere.
Come insegnava Otto von Bismarck, la politica è l’arte del possibile.
E oggi il possibile è più concreto di quanto si voglia ammettere.
Una di queste possibilità — reale, immediata — è la riapertura dell’Europa al gas e al petrolio russi.
Non è uno slogan. È già una linea politica.
Lo ha indicato con chiarezza Robert Fico.
E da anni lo sostiene anche il sottoscritto, insieme all’”Associazione degli italiani amici della Russia”.
Non per ideologia.
Per interesse.
Perché gli Stati Uniti, giustamente, faranno sempre i propri interessi.
Ma resta una domanda:
perché noi europei — e soprattutto noi italiani — continuiamo a non fare i nostri?
Lorenzo Valloreja













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