DOPO “SACRO CUORE”, OCCHIO AL CASO CINEMATOGRAFICO SPAGNOLO DI LOS DOMINGOS: UNA DICIOTTENNE DI OGGI SCEGLIE SE DIVENTARE O NO MONACA DI CLAUSURA

Mentre in Spagna comincia il dibattito sull’introduzione del diritto all’aborto in costituzione, e dopo il singolare successo del film francese Sacro Cuore, a sorpresa arriva sempre nel paese iberico un altro lungometraggio affrontante un tema che decisamente, di questi tempi (ma forse mai da quando il cinema esiste) assai improbabile parrebbe da box office: nientemeno che la vocazione religiosa anzi quella monacale femminile anzi addirittura la clausura.

Il film nel suo complesso (interpretazioni, sceneggiatura, fotografia et cetera) deve avere un tale valore artistico e spirituale lato sensu (ovvero non puramente religioso), da non incontrare, da quel che pare, stigmatizzazioni pensierouniciste o ateistiche (aspettiamo però il vaglio dalle nostre parti, del buon professor Odifreddi) ma solo ammirazione, anche da quella sponda (la regista è atea) per un “miracolo” cinematografico”. Addirittura: non resta che attendere di vederlo, e dire la nostra.

Nel frattempo, vi propongo la recensione de Il Timone (che ringraziamo per aver informato i cinefili italiani) sul film Los domingos (“le domeniche”).

A. Martino

“Perché una diciottenne, nel mondo di oggi, dovrebbe diventare suora di clausura? È da questa domanda della regista spagnola Alauda Ruiz de Azúa che nasce il suo ultimo lavoro Los Domingos, ossia Le domeniche, che ha raccolto un successo di pubblico e critica decisamente inaspettato, soprattutto per il tema che porta sul grande schermo.

E’ la storia di una diciassettenne dei Paesi Baschi, alle prese con le grandi domande sul suo futuro. Rimasta orfana di madre, Ainara (Blanca Soroa), vive con il papà, la nuova compagna e le due sorelline minori. Il liceo volge ormai al termine e in famiglia tutti si chiedono – e le chiedono – che cosa intenda fare: in primis quale facoltà universitaria scegliere, ma in fondo la domanda ha un respiro molto più ampio. Tante sono le possibilità che si aprono davanti alla vita di una liceale normalissima della Gen Z, con lo smartphone sempre in mano e gli amici sempre attorno.

Ma Ainara custodisce un desiderio decisamente controcorrente: accarezza l’idea di entrare in un convento, per di più di clausura. Nonostante sia cresciuta in una delle zone più secolarizzate della Spagna e in una famiglia che alla fede non dà alcun peso, sente dentro di sé una sete più profonda.

Quando lo esplicita – non senza timori – in famiglia, la reazione è un mix di sconcerto e resistenza. Non solo da parte del padre, stranito da questo suo strambo guizzo, ma anche della nonna paterna e, soprattutto, della progressista zia Mayte (Patricia López Arnaiz), sorella del padre: atea, anticlericale, impantanata nei pregiudizi sulla Chiesa, terrorizzata dall’idea che le suore possano farle il lavaggio del cervello e rinchiudere la sua gioventù e le sue potenzialità tra quattro mura sterili e anguste, lontana da tutto ciò che per lei significa emancipazione: studio, viaggi, sesso. Ma non è un’opposizione puramente ideologica, la zia è sinceramente affezionata a quella nipote rimasta troppo presto senza madre e forse per questo ai suoi occhi ancora fragile. Il discernimento della ragazza provoca la sua stessa vita.

Tra preghiere, flirt, tradimenti, tensioni in famiglia e ricerca di senso il film scorre veloce, nessuna scena è scontata e il finale spiazzante. Ma ancor più sorprendente è il modo in cui una regista non credente tratteggia le figure di sacerdoti e suore che accompagnano la giovane a fare verità nella propria vita. Per la prima volta, nella Spagna che ha spinto Dio sempre più fuori dalla dimensione pubblica, la consacrazione torna a essere non solo un’opzione narrabile senza caricature, ma anche il motore narrativo di un film tecnicamente solido, con una fotografia curatissima e una tensione che tiene lo spettatore con il fiato sospeso per tutti e 120 minuti, pur muovendosi su una trama essenziale. Ainara entrerà in convento davvero oppure no?

El País gli dedica una recensione dal titolo entusiasta “Ruiz de Azúa infonde la fede nel grande schermo”; il Festival di San Sebastián lo consacra miglior film, ai Goya – dove è stata la pellicola quello con il maggior numero di candidature – Patricia López Arnaiz viene premiata come miglior attrice protagonista, per Blanca Soroa è stato un debutto oltre ogni immaginazione. Monsignor José Ignacio Munilla, vescovo di Orihuela-Alicante, dopo averlo visto ha commentato: “È un miracolo che un film come questo possa essere visto e applaudito sia dai cattolici sia dai non credenti.” Persino il femminile Elle definisce il prodotto un miracolo. Due pulpiti decisamente lontani eppure concordi.

“Da non credente, anch’io avevo i miei stereotipi – dirà la regista – poi ho scoperto che esistono molti modi, molte sensibilità e diverse modalità di relazionarsi con la fede e anche con la sua assenza”.

Un film coinvolgente, commuovente, delicato, profondo. Vale i soldi del biglietto, perché dà speranza e smonta i falsi miti: non è vero che occorre abbassare l’asticella e che non si possano proporre ai giovani scelte radicali.

La clausura può essere raccontata – anche alla Gen Z –  non come una fuga o una rinuncia, ma come una domanda sempre urgente per tutti: per cosa vale davvero la pena vivere e, soprattutto, per chi? (fonte foto: youtube)”

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