L’ INCREDIBILE (MA NON TROPPO) CASO DI PRETTY WOMAN, FILM ALLA TRENTAQUATTRESIMA REPLICA SU RAI 1
Ricordo che quando nel 1990 uscì nelle sale italiane Pretty Woman, non lo considerai proprio per nulla. Né ero affascinato dalla poco conosciuta Julia Roberts né ero un fan di Richard Gere.
Quando però iniziarono a passare settimane di proiezione nella stessa sala della mia città, iniziai a ritenere molto sensato l’esborso delle duemila o tremila lire o non so quanto presso il botteghino del medesimo. Mi pare che prima, lo fecero i miei genitori.
Credo di aver visionato il lavoro di Garry Kent Masciarelli (in arte il regista Garry Marshall, 1934-2016) a due mesi di proiezione circa che arrivarono, direi, a tre: un record incredibile per questi tempi in cui un film nei cinematografi sopravvissuti, difficilmente arriva a un mese di visione nella stessa sala, come nei rarissimi casi dei film di Checco Zalone o del fortunatissimo lungometraggio di debutto di Paola Cortellesi.
Pretty Woman si avvale non solo di una coppia di protagonisti fantastici, al culmine della carriera iconica lui e con esso consacrata star (nuova Audrey Hepburn secondo molti) lei.
La trama è in fondo molto semplice nel plot di base, la conoscono anche in Malawi o Nepal e non ha senso dilungarvisi: un giovane tycoon (il padre è morto pochi giorni prima) incontra sul mitico Sunset Boulevard di Hollywood una prostituta peripatetica, in effetti molto carina e non troppo volgare. I due si innamorano reciprocamente, e finiscono per intraprendere un percorso di vita comune (si sposeranno addirittura? Chissà).
Il che è altamente improbabile, ma non impossibile checché ne dica chi ha sempre ridicolizzato la trama. Forse, bisognerebbe piuttosto ironizzare: per il bel mondo, non bisogna scendere in strada per usufruire della prostituzione….
La colonna sonora è tra le più famose della storia del cinema. Sceneggiatura di gran classe con inserti umoristici e pennellate drammatiche. Affresco degli ultimi sprazzi di eleganza occidentale, tra i magnifici doppio petto di Gere portati con naturalezza, verrebbe da pensare, anche se stia andando in palestra, e gli incantevoli completi da mattina o da gran sera della Roberts (ancora i guanti bianchi da donna fino a sotto le ascelle, roba di trent’anni fa abbondanti che sembrano due secoli). Gli uomini vanno in cravatta (valeva anche per il sottoscritto) come indossano le mutande: nel senso che non è fisiologicamente necessario, ma indispensabile per chi ritenga di avere un minimo di ruolo sociale e professionale, o almeno di credibilità e rispettabilità.
Il film non era certo certo da visione parrocchiale almeno nel 1990, data la situazione di base. Aleggia un forte odore di sesso come è giusto che sia, e la scena dell’amplesso sul pianoforte (in parte improvvisata da Gere) è un cult di erotismo cinematografico: ma come per le altre sequenze più calde, l’eros è di estrema eleganza e senza nulla di morboso. In queste situazioni, Julia Roberts era sostituita da una controfigura.

Finanza rampante e spregiudicata ma in qualcuno ancora con scrupoli di coscienza e capacità di “restare umani”: il volto umano e signorile degli States. Lusso consapevole della propria eccessività, e voglia di spendere (un merito sociale, in fondo) e di comprare anche ciò che non può essere comprato: a Richard Gere-Edward Lewis non si può certo rimproverare l’avarizia. Il suo approccio di partenza con Vivian è di estrema concretezza (tremila dollari per una settimana) tale da far urlare la ragazza perduta (ma fortunata) di gioia.
A proposito di soldi anzi di dollari: 463,4 milioni il box office globale raggiunto da Pretty Woman, che lo colloca a pieno diritto fra i classici del cinema di ogni tempo. E attenzione: un dollaro del 1990 equivale, in termini di reale potere di acquisto, ad almeno 2,50 di oggi (ci rendiamo conto?). Per non parlare dei diritti derivanti dall’utilizzo in audiovisivo domestico, e verso le reti tv di tutto il mondo.
Attori di contorno anch’essi validissimi e non dimenticabili, ormai consacrati proprio dal loro ruolo in Pretty Woman: basti pensare al direttore dell’hotel a cinque stelle ospitante lo strano idillio, interpretato da Hector Elizondo che per dieci minuti complessivi di scene si guadagnò una nomination ai Golden Globe.
Ebbene, nella fascia di prima serata di Rai 1 del 8 aprile, esattamente per la trentaquattresima volta, si è mandato in onda Pretty Woman. Questa pellicola di trentasei anni fa ha raggiunto 2.299.000 telespettatori col 13,7 % di share piazzandosi come secondo programma più seguito dietro il varietà-cabaret del presentatore di tendenza del momento Stefano De Martino nonché futuro conduttore di Sanremo, Stasera tutto è possibile (1.971.000 spettatori e il 14,5% di share). Pretty Woman ha tra l’altro battuto anche la puntata del drammone turco seriale di successo Forbidden Fruit.
Il film è un classico caso di “tranquillante cognitivo”, come dicono gli psicologi. Lo si vede più e più volte non perché lo si sia dimenticato, ma perché la visione rilassa, ci riconcilia socialmente e umanamente, e ci conferma nella certezza (o illusione) che esista un “mondo migliore”. Pretty Woman non è certo l’unico caso cinematografico del genere: si pensi a Una poltrona per due immancabile la sera della Vigilia di Natale solitamente su Italia 1, o ai palinsesti di canali come 34 con i suoi film con Carlo Verdone o Lino Banfi.
Prima della scelta di Julia Roberts, la parte di Vivian era quasi assegnata a Valeria Golino.
Sembra che un riluttante Gere sia stato faticosamente convinto a farle da partner dalla Roberts in un colloquio a due: davvero una grande intuizione.
A. Martino













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