VERITÀ BIFRONTE: DALL’UCRAINA ALL’IRAN: QUANDO LA VERITÀ SEGUE LA CONVENIENZA
Che brutta cosa è la faziosità. La pura e semplice tifoseria politica.
Quando non si esprimono giudizi per onestà intellettuale, ma solo per confermare e rafforzare il proprio storytelling, si finisce per svelare una pochezza culturale sordida e una povertà d’animo che definire sconfortante è un eufemismo.
Capita così che, di fronte alle prese di posizione — scontate quanto dovute — di Giorgia Meloni in difesa del Papa, si scatenino reazioni scomposte e pregiudiziali.
Eppure, è bene ricordarlo: Meloni è il Presidente del Consiglio dei Ministri di un Paese, l’Italia, che da circa duemila anni è profondamente segnato dalla tradizione cattolica.
Un Paese che, proprio in ragione di questa influenza culturale, ha espresso anche pensatori laici di altissimo livello come Benedetto Croce, il quale coniò la celebre espressione: “non possiamo non dirci cristiani”.
Un Paese che ancora oggi conta circa 35 milioni di fedeli, pari a oltre il 60% della popolazione.
E un Paese che ospita, nel cuore della propria capitale, Roma, la Città del Vaticano, garantendone quotidianamente il funzionamento: dai servizi essenziali, come acqua ed energia, fino alla sicurezza e ai voli di Stato.
In questo contesto, stupirsi o indignarsi per una presa di posizione istituzionale significa non comprendere — o fingere di non comprendere — la natura stessa dello Stato italiano.
Ma tant’è.
E quando lo stesso Trump, gonfio di rabbia per queste uscite — per la sua ottica incongrue — “spara” tanto sul Papa quanto sulla Meloni perché, come ha detto al Corriere della Sera, “è lei che è inaccettabile, perché non le importa se l’Iran ha un’arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti, se ne avesse la possibilità”, allora il quadro si chiarisce.
Si chiarisce perché, appena un anno prima, quello stesso Trump aveva detto l’esatto contrario.
Durante il viaggio a Washington del 17 aprile 2025, infatti, elogiava la Premier italiana con parole inequivocabili: “È un onore avere con noi il Primo Ministro italiano… Meloni, che sta facendo un lavoro fantastico… Ha conquistato l’Europa… è molto rispettata”.
Un rovesciamento netto.
E una domanda inevitabile: perché?
Perché, come affermai ereticamente dagli studi di Canale Italia, quell’elogio non era gratuito.
Era funzionale.
Era legato al fatto che, in quella occasione, l’Italia aveva nuovamente obbedito agli Stati Uniti, accettando il piano americano di riarmo, che prevedeva l’acquisto di ciò che occorreva solo ed esclusivamente presso gli USA.
Altro che vittoria diplomatica, come fu presentata pomposamente in Italia.
E si tenga presente un altro elemento, tutt’altro che secondario.
Negli stessi giorni, e nelle stesse ore in cui Trump incensava la Meloni, uno dei suoi più stretti collaboratori, Steve Bannon — gran capo dei MAGA — sputava fuoco e fiamme contro Giorgia, perché, a seguito del supporto dato in precedenza al Presidente Biden per la guerra in Ucraina, non si fidava più della leader di Fratelli d’Italia.
Eppure, non una sola nota fuori posto uscì su questo idillio.
Perché?
Perché, nell’informazione ufficiale — quella dei cosiddetti professionisti — non è la verità la notizia.
È il fine ultimo.
E, in questo caso, il fine ultimo per il Governo italiano era mostrare la capacità di interloquire con gli Stati Uniti e di avere un posto d’onore nell’entourage di Trump, fino a poter millantare trattamenti di favore.
Ma così non era.
Perché è bastato un semplice “no” a ribaltare tutta la narrativa.
Allo stesso modo, oggi, coloro i quali si affannano — anche nell’opposizione — a esprimere solidarietà alla Meloni, raccontano una conversione tardiva.
Come un novello San Paolo sulla via di Damasco, la Giorgia nazionale si sarebbe resa conto — meglio tardi che mai — di quanto fosse “cattivone” e “matto” questo Trump.
Quasi alla pari di un altro grande “matto” della storia: re Giorgio III d’Inghilterra.
E così, improvvisamente, diventa possibile dire tutto ciò che prima non si poteva dire.
L’insensatezza della
guerra all’Iran.
La sproporzione della rappresaglia contro Hamas & Co.
Tanto che, nello stesso momento in cui la Premier prendeva le distanze da Trump, l’Italia annunciava ufficialmente la soppressione del rinnovo automatico del “Memorandum di Difesa” con lo Stato di Israele.
E tanto che, dopo le minacce di Netanyahu alla Spagna — colpevole di aver diffamato “i soldati dell’IDF, l’esercito più morale del mondo” — e dopo aver annunciato che Madrid “pagherà un caro prezzo”, lo stesso Netanyahu, subito dopo le parole della Meloni, ha minacciato l’intera Europa, accusandola di aver “perso i valori morali” e di non saper distinguere tra bene e male.
Ebbene, ora che tutto è compiuto, i propugnatori dell’espressione “aggredito ed aggressore” — che tanta fortuna ha avuto nella narrazione sulla guerra in Ucraina — raccontano tutta l’insensatezza della guerra verso l’Iran e i Paesi circostanti Israele.
Lo fanno invocando il
diritto internazionale.
Lo fanno richiamando i danni economici devastanti per il Vecchio Continente.
E così motivano la loro diserzione dalla guerra americana.
Peccato, però, che altrettanta logica, narrativa e, soprattutto, diserzione non ci sia stata da parte dell’UE in un altro conflitto che ha svenato — e sta svenando — il Vecchio Continente: la guerra in Ucraina.
Il fatto, ad esempio, che, da quando volontariamente gli europei hanno deciso di fare a meno degli idrocarburi russi, ciò sia costato alle tasche di ogni singolo cittadino fino a quattro volte di più rispetto a quanto pagavano prima, resta del tutto taciuto.
Come se vi fosse in atto un dialogo tra sordi.
E nessuno osa dire che Ursula von der Leyen, piuttosto che Olaf Scholz o Giorgia Meloni — unitamente ai leader di Estonia, Lettonia e Lituania — siano pazzi.
Eppure, dato il comportamento e lo stato di fatto dell’economia mondiale, tali sarebbero.
Perché?
Perché c’è narrativa e narrativa.
E la verità, per quanto da me esposto, è ben lungi dall’essere proclamata.
Tuttavia, essa si annida anche là dove non ci si aspetterebbe.
E così, paradossalmente, una frase del rabbioso Trump può servire a rompere il diaframma che ci separa dalla realtà.
Quando afferma che l’Italia non vuole essere coinvolta, che non vuole aiutare, che preferisce che siano gli Stati Uniti a fare il lavoro per lei, denuncia — inconsapevolmente — un immobilismo diplomatico, militare e politico che è sotto gli occhi di tutti.
Un immobilismo che io constato non dalla guerra in Iran, ma dall’inizio della guerra in Ucraina.
Dove, anziché assumere la postura delle colombe — come oggi si tenta di fare — si è scelta quella dei falchi, fornendo ogni tipo di supporto all’Ucraina in aperta opposizione al regime russo e in adesione alla visione dei cosiddetti volenterosi.
Ora, se è vero che nel conflitto russo-ucraino, pur suggerendo con forza un ruolo di mediatore per il nostro Paese — ad immagine e somiglianza della Turchia — si possono comprendere le difficoltà e le resistenze di Roma, a causa dei legami asfittici con UE e NATO, nel caso della guerra tra Teheran da una parte e Washington e Tel Aviv dall’altra la questione è diversa.
Qui non si comprende perché l’Italia non si sia proposta come mediatrice.
Perché, pur essendo alleata degli USA e pur non avendo partecipato all’iniziativa militare, ha mantenuto nel tempo ottimi rapporti con l’Iran.
Al punto che gli stessi ambienti diplomatici iraniani, in queste ore, hanno espresso parole di rispetto e apertura nei confronti del nostro Paese.
Ed allora, perché questa via non viene percorsa?
Perché Roma non utilizza questa posizione per offrire un’uscita dal cul de sac nel quale gli stessi alleati americani si sono cacciati?
Una mediazione a tre — Italia, Pakistan, Russia — non solo sarebbe possibile, ma sarebbe anche utile.
Utile all’Iran.
Utile agli Stati Uniti.
Utile all’Europa.
E consentirebbe di riaprire un canale anche con Mosca, riportando equilibrio dove oggi regna solo contrapposizione.
Tre piccioni con una fava.
Un servizio a tutti.
Un interesse per tutti.
“Pensiero stupendo”, direbbe Patty Pravo.
Ma per realizzarlo, forse, servirebbe proprio quel coraggio che Trump, nella sua rabbia, ha evocato — pur senza comprenderne fino in fondo il significato.
Lorenzo Valloreja













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