GLI SCAVI DELLA CASA DEL JAZZ DI ROMA NON PORTANO A LUCE CADAVERI ECCELLENTI O TESORI O ARSENALI, MA CI CONFERMANO CHE ANCHE DA MORTI NON SEMPRE SI E’ TUTTI EGUALI
La Casa del Jazz (sita in Viale di Porta ardeatina 55) è un complesso polifunzionale di cultura musicale, un tempo noto come Palazzo Osio (edificato tra il 1936 e il 1939): la collocazione (detesto il termine anglofono location se scrivo in italiano) è tra le migliori di Roma, nella zona Appia antica, quando evidentemente in una simile zona archeologica quasi sinonimo tanto di sepolcreto quanto di ville della nobiltà romana imperiale era ammissibile ancora un po’ di speculazione edilizia.
Finito in proprietà del cosiddetto cassiere della banda della Magliana Enrico Nicoletti (1936-2020) anche se originario della parimenti popolare Centocelle, in quanto provento di attività illecite fu confiscato al medesimo, assegnato al municipio capitolino e nel 2005 così adibito assurgendo a simbolo di legalità, riqualificazione culturale e così via.
Il Nicoletti incrociò la strada di Paolo Adinolfi (nato a Roma nel 1942 da ottima famiglia cattolica, il padre ufficiale della marina militare). L’Adinolfi era un magistrato noto nell’ambiente per la sua integrità morale e perché davvero “ci credeva”: maturato professionalmente nella stagione dei “pretori d’assalto” (giovani magistrati entusiasti ma non politicizzati come in seguito, paladini integralisti della legalità ma anche inflessibili nei risvolti morali quali la censura a certi film), Il 2 luglio 1994 uscì di casa recandosi al Tribunale civile di Roma in viale Giulio Cesare, pagò una bolletta per la madre, e non fece mai più ritorno a casa. La sua scomparsa rimane uno dei misteri romani contemporanei.
Ben presto fu messa in relazione (ma a livello ipotetico, le indagini non portarono a nulla) con la sua attività di giudice fallimentare, che lo aveva portato a occuparsi del fallimento della Fiscom, controllata appunto dal Nicoletti. Passati trenta anni abbondanti, il caso era, in sostanza, dimenticato quanto meno fuori dal mondo giudiziario romano.
Verso la fine del 2025, su pressione dell’ ex giudice Guglielmo Muntoni e con l’avallo della Procura perugina (competente per i reati in ogni modo riguardanti i colleghi romani secondo le normali norme di competenza territoriale), si decise di intraprendere scavi nei sotterranei dedalici della Casa del Jazz, ritenendo che potesse esservi occultato il cadavere del povero Adinolfi, ma anche di trovarvi i resti di Emanuela Orlandi e armi, denaro (se in lire ormai carta straccia) e così via. Insomma, uno scenario tra il più classico noir cinematografico e il romanzo gotico.
Gli scavi sono stati condotti con impegno e dispiego di mezzi fino a venticinque metri penetrando in ambienti in effetti labirintici e inquietanti, ma il risultato di rilevanza penale è stato un clamoroso zero.
Esattamente, qualche bottiglia rotta e resti animali (probabilmente, direi, topi e cani o gatti che “vittime del dovere” li inseguivano).
Con tutto il rispetto per le due figure assolutamente da rispettare e ricordare con commozione del magistrato e della purtroppo ancora più celebre povera ragazza cittadina vaticana, la vicenda (il prefetto di Roma ha appena comunicato la cessazione degli scavi) ci porta alle solite, su un terreno che l’ Ortis ha più volte analizzato in modo totalmente solitario. Ovvero, che lo stato e le “istituzioni” (ovvero il suo potere) non si muovono in modo identico per tutti i cittadini.
E’ impensabile che un tale impiego di uomini e mezzi, e inevitabile dispendio di risorse il cui ammontare è non conoscibile, avvenga per la scomparsa di un cittadino qualunque, a distanza di tanti anni dalla chiusura delle indagini sulla scomparsa e oltretutto non su impulso di un signore neanche più nei ranghi della magistratura ma comunque tuttora notabile della camera di commercio romana. E’ invece pensabile quando vi sia di mezzo un cittadino non qualunque (un giudice, o vogliamo dire che una toga è davvero un cittadino qualsiasi?), e oltretutto la possibilità di mettere in ulteriore difficoltà la Santa sede con la conferma dell’ infamante triangolazione Orlandi-Magliana-Vaticano.
Eh no….nonostante la famosa poesia del grande Totò, neanche da morti siamo davvero tutti eguali (con buona pace del vittimismo della casta giudiziaria).
A. Martino













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