NON È ANTISEMITISMO: IL BULLISMO CONTRO I CRISTIANI FA PERDERE CREDIBILITÀ E ALLEATI A ISRAELE
Spesso, troppo spesso, abbiamo sentito ripetere che lo Stato di
Israele sarebbe l’unica democrazia dell’area.
E in nome di questa affermazione in molti hanno finito per accettare anche le
repressioni più dure e violente.
Tuttavia, negli ultimi tempi, Tel Aviv sta facendo vacillare anche coloro che da sempre si sono dichiarati amici dello Stato israeliano e della sua causa.
Perché, semplicemente, è stata superata una soglia invalicabile, quella cioè che faceva collocare lo Stato ebraico entro la cosiddetta civiltà occidentale.
È necessario, a questo punto, chiarire una posizione.
Non sono mai stato un sostenitore della causa israeliana in senso esclusivo. Ritengo, al contrario, che accanto allo Stato di Israele debba esistere uno Stato palestinese, pienamente autonomo e riconosciuto.
Questo non significa negare il diritto all’esistenza di Israele, come fanno taluni in Medio Oriente, ma affermare un principio di equilibrio: due popoli, due Stati.
Allo stesso modo, è necessario evitare letture semplicistiche e stereotipe di carattere religioso. La storia dimostra che i rapporti tra Islam, cristianesimo ed ebraismo sono stati complessi e mutevoli. In diversi contesti, le comunità cristiane ed ebraiche hanno trovato forme di convivenza anche sotto dominio islamico, pur all’interno di sistemi non paritari.
Ciò non cancella le persecuzioni subite dagli ebrei in Europa, né le responsabilità storiche del mondo cristiano.
Ma proprio per questo, la storia non può trasformarsi in una giustificazione permanente, anche perché, se vogliamo dirla tutta, la civiltà islamica che oggi viene vista con sospetto in passato è stata, in più fasi, più moderata della nostra e custode della cultura ellenica antica.
Detto questo, deve essere scontato e pacifico che le sofferenze del passato non possono legittimare, nel presente, comportamenti incompatibili con i principi di convivenza e rispetto, da qualunque parte essi provengano.
E non mi
riferisco soltanto agli attacchi — controversi e mai del tutto chiariti —
contro le forze dell’ONU sulla cosiddetta “Linea Blu”, che hanno coinvolto
anche i caschi blu italiani.
Né alla discussa decisione di impedire a Pierbattista Pizzaballa di celebrare
la messa del Giovedì Santo presso la Basilica del Santo Sepolcro.
Mi riferisco, piuttosto, a una serie di episodi che circolano ormai apertamente sui social — da TikTok a Instagram fino a YouTube — e che mostrano scene difficili da ignorare.
Il caso della suora aggredita a Gerusalemme, ad esempio, subito derubricato come caso isolato, non è un semplice alterco: la religiosa, infatti, è stata spinta da dietro e, una volta caduta a terra, colpita con calci, senza un reale motivo.
Anche per quanto riguarda i gruppi di giovani che disturbano i pellegrini in Terra Santa, è opportuno chiarire che si tratta, in molti casi, di ragazzi appartenenti all’ebraismo ortodosso, riconoscibili anche per i payot, le tipiche ciocche di capelli a boccoli che scendono lungo le tempie secondo la tradizione religiosa.
Non parliamo sempre di adulti, ma spesso di gruppi di giovanissimi, talvolta anche bambini — quattro, cinque, sei ragazzi insieme — che accerchiano turisti e pellegrini, spingendo, insultando, sputando e prendendo a calci questi ultimi.
Dinamiche che ricordano, per modalità e comportamento, veri e propri episodi di bullismo collettivo e che fanno paio con altri filmati, questa volta riguardanti militari dell’IDF che, una volta entrati nel Libano cristiano, prendono a martellate crocifissi, entrano nelle chiese e sbeffeggiano i santi e le funzioni religiose cristiane.
A questo punto, è evidente: non si tratta più di episodi isolati.
La ripetizione di questi comportamenti — visibili, documentati, diffusi — lascia intravedere qualcosa di più profondo: un clima, un malessere, una tensione che non può essere liquidata come marginale.
Anche perché Israele non è solo uno Stato: è anche una meta di pellegrinaggio, un Paese che accoglie ogni anno milioni di cristiani nei luoghi santi.
Proprio per questo, il rispetto verso i pellegrini non è solo una questione morale, ma un principio fondamentale di coerenza.
Se la Terra Santa è aperta ai cristiani, allora deve essere anche un luogo sicuro e rispettoso per chi la visita.
In caso contrario, occorrerebbe avere il coraggio, da parte delle autorità israeliane, di dirlo chiaramente.
Perché la chiarezza, in questi casi, è preferibile all’ambiguità.
E l’ambiguità, alla lunga, rischia di isolare anche chi, fino a ieri, si è mostrato e presentato come difensore, senza esitazioni, dei valori occidentali.
Perché, alla fine, il punto è semplice:
non si può continuare a chiedere rispetto… senza darlo.
E non si può chiedere comprensione quando si rinuncia alla razionalità.
E se questo equilibrio si rompe, allora non è più una questione di geopolitica.
È solo una questione di credibilità.
E la credibilità, una volta persa, non si compra più.
Lorenzo Valloreja













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