NICOLE MINETTI FRA GRAZIA E DISGRAZIA, IN UN GIRONE INFERNALE DI GIORNALISTI-INQUISITORI, DI TYCOONS E DI UOMINI DI GOVERNO, E DOVE NON MANCA ADDIRITTURA JEFFREY EPSTEIN. E LA VERITA’ E’ IN TASCA A OGNUNO.

L’ affaire “grazia a Nicole Minetti” sta ormai tracimando dall’ordinaria polemica mensile italiana, a qualcosa che potrebbe dare serie grane a pezzi del nostro governo, se non impedirgli il tanto agognato quanto un po’ vanitoso primato di longevità repubblicana.

L’impressione poco o per nulla edificante è la conferma di uno degli sport più antichi d’ Italia, peraltro e presumibilmente, molto diffuso in tutto il resto del mondo: lo scaricabarile.

Questo il fatto in sintesi, credo ormai noto a letteralmente mezza Italia. Il presidente Sergio Mattarella ha recentemente firmato alcune grazie (provvedimenti estintivi della pena residua da scontare), fra cui una all’amica dello scomparso leader di partito e governo Silvio Berlusconi. La signora Minetti (ex consigliera regionale della Lombardia) aveva riportato una condanna definitiva a quasi quattro anni, peraltro già in parte scontata.

La si è ritenuta colpevole di fattispecie prostitutive (per il nostro codice penale, la prostituzione è reato, fin dall’abolizione delle case chiuse, esclusivamente quando si induce o sfrutta quella di un’altra persona). Nello stesso pantano creato dal ginepraio “cene galanti” e “olgettine” alla corte di Berlusconi affondò anche, persino, l’anchor man di Rete 4 Emilio Fede così tribolandosi impensabilmente gli ultimi anni della sua vita e invecchiando malissimo anche nell’ aspetto fisico.

Le motivazioni della grazia sono state di natura eminentemente umanitaria, in quanto al nostro capo dello stato è stato sottoposto un dossier da cui risultava che l’affrancamento da ogni residuo gravame penitenziario a piede totalmente libero o no, avrebbe dato a Nicole Minetti la possibilità di dedicarsi a tempo pieno alle cure e all’accudimento di un bambino uruguaiano ammalato e adottato da lei e dal compagno Giuseppe Cipriani, magnate degli alberghi e della ristorazione.

Si tenga presente che la grazia può essere sollecitata persino dallo stesso presidente della repubblica, ma la delicata e complessa pratica è istruita dal ministero di Giustizia (un tempo si chiamava infatti di Grazia e Giustizia) e certo, una volta arrivata la pratica sulla prima scrivania del Quirinale, concederla o meno è una decisione assolutamente libera e insindacabile del primo cittadino d’ Italia. Ovviamente, a essere determinanti saranno, in pratica, i rapporti sulla personalità attuale del condannato, i suoi precedenti, la  condotta post sentenza et cetera. Rapporti e valutazioni provenienti tanto dalla magistratura di sorveglianza quanto dalla polizia giudiziaria, almeno secondo prassi fisiologica.

Ebbene, il giornale Il Fatto quotidiano, da subito critico della decisione, ha svolto indagini impegnative per dimostrare che l’iter adottivo è stato illegale, che la Minetti poi non si occupa così tanto di questo bambino e così via. Premesso che non si può davvero chiedere al presidente della repubblica di disporre ulteriori accertamenti, e che ovviamente il capo dello stato un po’ (anzi molta) fiducia in questo stato la deve avere per coerenza di mestiere, è partito appunto un palleggiamento di responsabilità tra governo nel suo complesso, ministro Nordio, e istanze di seconda fila coinvolte nel dossier. Temo che alla fine, qualche firma travolgerà uno o più anelli della catena, ma di maggiore debolezza.

Il clamoroso allargamento del fronte, consistente in una incauta insinuazione del celebre giornalista d’ inchiesta (e d’assalto) Sigfrido Ranucci, per cui il ministro Nordio si sarebbe addirittura recato, durante un viaggio istituzionale in Uruguay, nel ranch della Minetti e di Cipriani (legati udite udite secondo lui al famigerato Epstein) è opportunamente rientrato con scuse del Ranucci. Almeno per il momento.

Il Corriere della sera ha intervistato il compagno di Nicole Minetti, che si trova in Uruguay a Punta del Este. Questa l’intervista apparsa nel numero del 4 maggio scorso.

 Giuseppe Cipriani, prevedendo tutto questo, oggi adotterebbe di nuovo?
«Certo, ci mancherebbe. Subito. Anzi, io e Nicole stiamo pensando d’adottare un altro bambino, sempre qui in Uruguay. Non abbiamo ancora fatto le carte. Speriamo che si calmino le acque».

Questa bufera non vi ha scoraggiato?
«Ha distrutto Nicole. Le han detto di tutto, poveretta, peggio di così… Lei è una madre fantastica, che sta facendo il suo dovere di mamma e crescendo questo figlio in maniera speciale. Ma dall’Italia, le è stato davvero gettato addosso un mare di merda. Notizie false».

False?
«Tutte. A partire dall’adozione, che definiscono illegale. Ci abbiamo messo quasi quattro anni, per rispettare la procedura: giudici, assistenti sociali, psicologi… L’Uruguay non è un Paese delle banane, è un posto serio dove vengono fatte le cose seriamente. E i soldi non servono a niente, anzi: è un Paese socialista, certe cose non si comprano».

Non vi aspettavate le polemiche?
«Nessuno poteva aspettarsi una bufera del genere. E queste poi non sono polemiche: sono bassezze. Tutta la vicenda non ha gambe per camminare, è una cosa pazzesca: non rispettare la privacy d’un bimbo, la privacy familiare… Credo che bisognerà trarre delle conclusioni e agire, quando le cose si saranno calmate. Chiederemo i danni. Dare la notizia va benissimo, ma qui s’urla al vento per cose che non esistono. Si danno le notizie e poi, però, s’ammette che non sono confermate».

Le inchieste giornalistiche però sono approfondite. Tanto che è intervenuto il Quirinale…
«Ma bastava guardare le carte presentate in Uruguay, al ministero della Giustizia e alla presidenza della Repubblica, per capire che è stato solo un atto d’amore! Da un atto d’amore, è venuta fuori una cosa che non ha proprio senso. Senza precedenti. Qui sembra valere tutto: allora anch’io posso dire che lei è pedofilo, e magari mi credono».

Ma non siete stati voi a invocare la privacy, chiedendo la grazia? Se fossero bastate le carte, non sarebbe stato meglio giocare a carte scoperte?
«Non è che Nicole dovesse andare in galera. Doveva stare a Milano per tre anni. Ma questo bimbo doveva essere monitorato personalmente da lei: se avesse avuto l’affidamento in prova, non sarebbe potuta andare all’estero, né stare con suo figlio. Credo che sia stata fatta una cosa fantastica: è stato un atto d’amore del presidente Mattarella, che ha capito benissimo la situazione e, per questo, ha concesso la grazia».

Ma che bisogno c’era di venire in Italia? Non l’avevano già operato negli Usa?
«Noi lo portiamo a Boston ogni sei mesi, per i controlli. E sarà così fino ai 18 anni. Questa malattia è come togliere un chewing-gum dai capelli: devi tirare, sperando di non strappare tutto. E quindi dev’essere assolutamente controllato, serve una persona sempre con lui: la mamma è la persona più vicina a un bambino, mi sembra una cosa abbastanza logica. In Italia non abbiamo strutture all’altezza per questa malattia, che da noi non è comune e che invece lo è in Africa: il medico che cura il bimbo ha fatto volontariato in Africa per cinque anni, di queste operazioni ne ha fatte migliaia. Siamo andati dal miglior esperto al mondo».

Pensa che Mattarella sia stato ingannato?
«Macché. Tutte le carte che abbiamo mandato erano chiare. Credo che neanche lui s’aspettasse una simile gogna mediatica. Non lo conosco, anche se mi piacerebbe: vorrei dirgli un grande grazie e che mi spiace sia successo tutto questo, solo per un suo atto d’amore».

Ma perché in Uruguay hanno ignorato i precedenti di Nicole Minetti?
«Lo vada a chiedere ai giudici e all’ istituto delle adozioni, l’ Inau.Noi abbiamo detto tutto quel che eravamo. Sapevano tutto. Anche se bastava andare su Google, per sapere».

E le rivelazioni sul vostro stile di vita? Che cosa succede la notte, al Gin Tonic?
«Che cosa vuole che succeda? È una casa normalissima, dove ricevo ospiti da trent’anni. Ci son passati tutti: bambini, attori, persone comuni, amici. Facciamo le feste? Vada su Instagram: le foto in cui son tutti vestiti in bianco, sono immagini d’un normale Capodanno».

Accusano Nordio d’essere amico suo e di suo padre, d’ essere venuto al ranch in Uruguay. Vero. E non è neanche stato a casa mia. Ma come fate a usare la parola “amico”, per questo genere di rapporti? Nordio ha vissuto tanti anni a Venezia e sarà andato all’Harry’s Bar qualche volta, immagino, come ci passano milioni di persone. Com’è possibile che si dicano tutte queste schifezze, che si dia del pedofilo a una persona come se niente fosse?».

Nessuno l’ha mai detto.
«Come no? Han detto che Epstein è mio socio, che ho dato fuoco agli avvocati della controparte… E poi che cosa d’altro?».

La morte dell’avvocata del bambino, bruciata in una casa di campagna, è un giallo. Viene collegata alle strane morti di molti bambini dell’Inau, che in questi anni aspettavano l’adozione…
«Non penso abbia niente a che vedere. Credo sia morta in un incidente domestico. L’avevo conosciuta, la povera avvocata, d’ufficio rappresentava il bambino. E aveva dato anche parere favorevole all’adozione».

La conoscenza con Jeffrey Epstein nacque dai soldi che doveva prestarle?
«Non mi ha mai fatto un finanziamento. Mai. Voleva investire in un nostro locale, vent’anni fa a Londra, ma non se ne fece niente. Anche quella è una grandissima balla, basta andare anche sugli Epstein file e vedere: c’è una corrispondenza fra avvocati suoi e miei che poi non s’è conclusa. Nei nostri ristoranti serviamo sette milioni di persone, delinquenti e presidenti, e ci veniva anche Epstein. Ma non è mai stato mio socio. Tra l’altro, non m’è mai stato neanche molto simpatico».   

Sapeva che c’era un’altra famiglia, uruguaiana, pronta a adottare il bambino? No, quando si adotta la privata del bimbo è segretata. Che devo dire? Probabilmente, s’è creato un legame maggiore con noi che con l’altra famiglia. Sapevamo della madre naturale, che peraltro non c’è mai stata: è una poveretta accusata d’omicidio e spaccio, faceva la prostituta. E drogandosi durante la gravidanza, ha causato la malattia del bambino».

Che cosa vi colpì di quel bambino così malato?
«A Natale venivano sempre da noi i bambini dell’Inau di Maldonado e facevamo l’albero, la festa, stavano nella nostra piscina, erano giornate serene. In uno di questi incontri, abbiamo visto quel sorriso. Un bimbo che portava allegria, metteva pace. Siamo rimasti affascinati tutt’e due, Nicole e io. Certo, è stata una scelta difficile».

Che cosa l’ha ferita di più, in questa storia?
«L’invidia. Che nel nostro Paese, purtroppo, non ci permette di crescere. Io vengo in Uruguay da 40 anni anche perché qui, questo limite, non c’è. Stiamo rifacendo un hotel che dà lavoro a 700 persone al giorno, abbiamo 6 mila dipendenti nel mondo, a livello internazionale siamo rimasti l’unico marchio d’eccellenza dell’ospitalità italiana. Ma il nostro è un Paese d’invidiosi, si cerca sempre il male pure dove non c’è. A mio figlio, quando sarà grande, spiegherò che questa schifezza è stata solo una storia d’invidia. Il male peggiore».

Se la grazia resiste, Nicole Minetti avrà ancora voglia di vivere in Italia?
«Penso ne abbia molta meno. La sua preoccupazione adesso è per nostro figlio: va a scuola, ha gli amici, e tutta questa eco non gli fa bene».

Cos’altro dire? Ognuno si faccia la sua opinione, creda alla buona o mala fede di questo o quel protagonista di una vicenda talmente strana che potrebbe portare alla surreale revoca della grazia (probabilmente la prima nella storia d’ Italia, e ancora più probabilmente l’ultima).

Qualche domanda però, credo sia lecito sollevare. Ad esempio: era proprio necessario istruire una grazia per una pena in fondo non scontata in galera ma persino con soggiorni, presumo lunghi, oltre l’Atlantico?

Nicole Minetti, si sapeva, è una ex igienista dentale che doveva il suo seggio in consiglio regionale lombardo solo grazie all’inserimento in lista chiusa da parte di Berlusconi. La sua statura politica era, e figuriamoci se ancora non lo è, pari a zero: tanto accanimento da parte de Il Fatto quotidiano, con dispendio di energie e risorse, non è come sparare a una zanzara?

A. Martino

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