AFFAIRE MINETTI, TIC-TAC. GARLASCO, FAMIGLIA NEL BOSCO: TIC-TAC. LA DISTRAZIONE È SERVITA
Tic-tac, tic-tac.
Come un orologio svizzero, puntualmente, in questo Paese — un Paese satellite degli Stati Uniti, un’Italia che è clientes di Washington e che, quindi, non ha reale libertà di manovra — accade sempre la stessa cosa.
E, come ha osservato il professor Alessandro Orsini, l’informazione è ormai asservita al potere.
Tic-tac, tic-tac.
Nella guerra tra bande che è diventata la politica italiana, arriva sempre lei: la cronaca nera. Una cronaca nera che ubriaca, dalla mattina alla sera, i palinsesti televisivi, radiofonici e digitali di tutto lo Stivale.
Serve a distrarre.
Serve a distogliere l’attenzione da ciò che davvero conta: dal prezzo della benzina, venduta al litro come fosse vino millesimato, ai problemi strutturali di bilancio di questo Paese.
I casi di cronaca nera diventano così un’arma di distrazione di massa, una droga somministrata senza sosta alla popolazione.
Si creano miti.
Si creano fazioni.
Si creano tifoserie.
E queste tifoserie si affrontano — nelle aule dei tribunali, davanti alle procure, nei talk show, nei giornali che nascono a iosa per raccontare, in modo sempre più macabro e pruriginoso, queste vicende.
Carriere costruite sul dolore.
Carriere di giornalisti, di opinionisti, di avvocati che, più che nei tribunali, vivono nei salotti televisivi, tra ospitate, libri, interviste e compensi.
Uno spettacolo che definire indecente è poco.
Ebbene, come un orologio svizzero, proprio allo scoppio dello scandalo “madre” — quello che forse più di tutti poteva mettere in difficoltà il governo guidato da Giorgia Meloni — accade qualcosa di significativo.
Mi riferisco all’affaire di Nicole Minetti.
Il 25 aprile 2026, giorno della Liberazione, un’inchiesta de Il Fatto Quotidiano porta alla luce incongruenze nella concessione della grazia all’ex consigliera regionale lombarda, già vicina a Silvio Berlusconi.
Un terremoto mediatico.
Ma dura poco.
Pochissimo.
Perché, nel giro di ore — o al massimo di pochi giorni — il 27 aprile torna improvvisamente alla ribalta il caso dell’omicidio di Chiara Poggi.
Il cosiddetto caso Garlasco.
Emergono nuovi elementi, si rilanciano ipotesi già note, viene riportato al centro del dibattito il nome di Andrea Sempio.
Elementi, in parte, non nuovi.
Ma la tempistica sì.
Perché questa riaccensione avviene a distanza di pochissime ore dallo scandalo Minetti.
E non è un caso isolato.
Già durante la campagna referendaria sulla giustizia, gli stessi episodi erano stati richiamati nel dibattito politico.
La stessa Giorgia Meloni aveva evocato casi come Garlasco e quello della cosiddetta “famiglia nel bosco”, sostenendo che una riforma avrebbe impedito il ripetersi di simili vicende.
In quel contesto riemergeva anche il caso di Beniamino Zuncheddu, simbolo di errore giudiziario.
E la sequenza si ripete.
Il 28 aprile, nel pieno del caos mediatico sull’affaire Minetti, torna al centro della scena anche la vicenda della “famiglia nel bosco”: una perizia stabilisce che i genitori non sarebbero idonei.
Ancora cronaca.
Ancora indignazione.
Ancora distrazione.
Ma, al di là di tutto questo, c’è un aspetto ancora più inquietante.
Ed è quello che riguarda la tecnologia.
Perché oggi emerge un dato che non possiamo ignorare: qualsiasi traccia digitale può essere recuperata, analizzata, reinterpretata.
Commenti scritti anni
fa.
Messaggi dimenticati.
Parole lasciate in rete senza pensarci troppo.
E allora la domanda diventa inevitabile.
Siamo davvero liberi?
Perché se ogni parola che scriviamo può essere ripescata tra dieci, venti o trent’anni e utilizzata in un contesto completamente diverso, allora il problema non è più solo giudiziario.
È sistemico.
È il segno di una società in cui siamo costantemente osservati, profilati, registrati.
E in un contesto già dominato dalla pressione mediatica, il rischio è evidente: non la ricerca della verità, ma la ricerca del mostro.
Io mi auguro — davvero — che qualsiasi sviluppo giudiziario futuro si basi su prove solide, concrete, inequivocabili.
Non su un nuovo impianto indiziario.
Perché un errore giudiziario distrugge vite.
E nessun risarcimento potrà mai restituire ciò che è stato tolto.
Ma soprattutto, ciò che dovrebbe preoccuparci è altro.
Non solo la cronaca.
Non solo il processo.
Ma il fatto che ciò che accade a un altro, un giorno, potrebbe accadere anche a noi.
Perché in questo sistema — tra controllo tecnologico, pressione mediatica e costruzione del consenso — nessuno è davvero al sicuro.
E forse è proprio questo il punto più inquietante di tutta la vicenda.
Lorenzo Valloreja













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