L’ANTIEUROPEISMO DELLA DOMENICA
All’assemblea di Confindustria, forte del risultato ottenuto alle ultime amministrative, Giorgia Meloni ha rispolverato il proprio tradizionale linguaggio anti-europeista, accusando Bruxelles di una burocrazia asfissiante e sostenendo la necessità di un cambio di marcia da parte dell’Unione Europea.
Parole che hanno immediatamente provocato la reazione del centrosinistra, il quale ha ricordato come la Meloni governi il Paese ormai da quasi quattro anni.
Ma, a dire il vero, non bisogna essere all’opposizione per cogliere l’incongruenza politica di questa uscita.
Perché Giorgia Meloni non soltanto governa l’Italia da anni, ma è stata ed è una delle principali interlocutrici europee di Ursula von der Leyen. E soprattutto, dall’elezione di Donald Trump in avanti, l’Italia ha svolto un ruolo centrale nel mantenimento dell’asse euro-atlantico.
A differenza di leader come Viktor Orbán o Robert Fico, l’Italia non ha mai realmente contestato nessuna delle principali linee strategiche dell’Unione Europea.
Eppure disponeva di tutti gli strumenti politici per farlo:
- il veto;
- il peso economico;
- il ruolo mediterraneo;
- la centralità industriale;
- la posizione geopolitica.
Non li ha mai utilizzati.
Per paura dello spread.
Per paura dell’isolamento.
Per paura di Washington.
Ma isolati da cosa?
Perché uno Stato può scegliere:
o liquefarsi lentamente dentro una struttura sovranazionale,
oppure tornare protagonista della propria politica nazionale.
E non si venga a dire che questo sarebbe impossibile.
La Turchia, che non è più ricca né più industrializzata dell’Italia, conduce da anni una politica estera autonoma:
- tratta con la Russia;
- resta nella NATO;
- interviene nel Mediterraneo;
- si muove nel Caucaso;
- difende i propri interessi energetici.
Perché la sovranità non si proclama.
Si esercita.
Ed è qui che emerge il vero problema.
L’euroscetticismo italiano sembra ormai essersi trasformato in una sorta di anti-europeismo della domenica:
retorico, intermittente, elettorale.
Un anti-europeismo che riappare nei convegni industriali, nelle campagne amministrative o nei talk televisivi, salvo poi dissolversi puntualmente davanti ai grandi nodi strategici.
E francamente, per un anti-europeista autentico come il sottoscritto, tutto questo appare ormai stucchevole.
Sono più di vent’anni che in Italia si sentono le stesse parole.
Era il 2003 quando nacque il movimento No Euro.
Poi arrivarono:
- i sovranisti;
- i populisti;
- l’Italexit;
- le imitazioni italiane di Nigel Farage.
Ricordo perfettamente quando Gianluigi Paragone conduceva “La Gabbia”, trasmissione che attaccava quotidianamente l’establishment europeo.
Ricordo i libri di Mario Giordano contro l’eurocrazia.
Ricordo la nascita di Italexit.
Ed io stesso, da convinto anti-europeista, partecipai a quell’esperienza politica, arrivando ad esserne candidato al Senato.
E qui emerge forse il dato più drammatico del sovranismo italiano degli ultimi vent’anni.
Persino un movimento chiamato Italexit sembrava quasi vergognarsi delle proprie stesse parole d’ordine.
Il progetto nacque teoricamente per affrontare:
- sovranità monetaria;
- uscita dall’euro;
- autonomia energetica;
- indipendenza geopolitica;
- rapporto con la NATO;
- interesse nazionale italiano.
Eppure, col passare dei mesi, tutto questo venne progressivamente oscurato.
Ci si vergognava di parlare di uscita dall’euro.
Ci si vergognava di mettere in discussione la NATO.
Ci si vergognava perfino di porre il tema della sovranità nazionale.
E così il movimento finì per concentrarsi quasi esclusivamente sulla questione No Vax, abbandonando progressivamente la propria battaglia originaria.
A quel punto tanto valeva chiamarsi diversamente.
Perché un movimento che si chiama Italexit e non parla più dell’uscita dall’assetto europeo finisce inevitabilmente per perdere la propria ragione storica.
E così, ancora una volta, il sovranismo italiano si fermò sulla soglia del potere.
Perché questa è la verità:
in Italia cambiano i governi, cambiano i partiti, cambiano gli uomini… ma il Paese continua ad essere più realista del re.
Ed è proprio qui che emerge una curiosa analogia storica.
Da monarchico convinto, e avvicinandoci ormai al 2 giugno, questo sovranismo di maniera mi ricorda tremendamente il vecchio Partito Monarchico del dopoguerra.
Dal 1946 fino agli anni Sessanta e Settanta, il monarchismo italiano fu spesso utilizzato più come bacino elettorale che come autentico progetto politico.
Molti dirigenti monarchici sapevano perfettamente che restaurare davvero la monarchia fosse quasi impossibile, e probabilmente non avevano neppure particolare interesse a tentare seriamente quella strada.
L’obiettivo reale era pescare voti in quel mondo nostalgico, conservatore e identitario.
E questa cosa la sapeva benissimo persino Umberto II di Savoia, che infatti non sposò mai realmente il Partito Monarchico come proprio strumento politico.
Ebbene, facendo le dovute proporzioni, oggi il sovranismo sembra essere diventato esattamente la stessa cosa:
un laghetto elettorale nel quale pescare consenso.
Ma non è furbo chi pesca.
Sono ingenui i pesci che continuano ad abboccare, pur sapendo perfettamente che certi pescatori non hanno alcuna intenzione reale di cambiare davvero il sistema europeo.
E forse i pesci hanno davvero poca memoria.
Perché ogni volta dimenticano ciò che è accaduto il giorno prima.
E soprattutto continua ad esserlo nel settore decisivo:
l’energia.
All’assemblea di Confindustria la Meloni ha parlato del costo dell’energia, della necessità di investire, di sforare i parametri europei non solo per il riarmo ma anche per la crescita industriale.
Ma la vera domanda è un’altra:
perché l’Italia continua ad accettare una politica energetica che va contro il proprio interesse nazionale?
Ed è proprio sul terreno energetico che emergono le contraddizioni più evidenti del sovranismo italiano di governo.
Giorgia Meloni oggi rilancia il nucleare come soluzione strategica per l’Italia.
Tema certamente importante, ma che richiederà tempi lunghissimi prima di produrre effetti concreti.
Nel frattempo però l’Italia continua a trascurare una delle poche grandi risorse energetiche realmente nazionali di cui dispone:
l’idroelettrico.
E non è l’opposizione a dirlo.
È lo stesso mondo di Fratelli d’Italia.
Fabio Rampelli, storico dirigente meloniano e uomo tra i più vicini alla presidente del Consiglio, ha denunciato apertamente come le politiche europee e le scelte del governo Draghi abbiano ostacolato lo sviluppo dell’idroelettrico italiano, bloccando di fatto una delle poche vere risorse energetiche autonome del Paese.
Eppure, nonostante queste denunce, nulla cambia.
Si continua a parlare di sovranità energetica senza utilizzare realmente gli strumenti già disponibili.
Ed è qui che torna drammaticamente attuale la figura di Enrico Mattei.
Mattei aveva compreso una verità semplicissima:
un grande Paese industriale deve acquistare energia dove costa meno.
Non dove è ideologicamente più conveniente.
Non dove lo impongono gli equilibri geopolitici internazionali.
Ma dove conviene economicamente alla propria nazione.
Quando gli Stati Uniti accusarono Mattei di facilitare la penetrazione sovietica attraverso gli accordi petroliferi con Mosca, egli rispose in maniera chiarissima:
“L’Italia è un grande paese consumatore ed è giusto che acquisti il petrolio dove lo paga meno.”
Mattei non era un antioccidentale.
Non era un ideologo filorusso.
Era semplicemente un nazionalista economico italiano.
E soprattutto rifiutava che l’Italia pagasse il prezzo degli interessi strategici altrui.
Esattamente ciò che invece è accaduto negli ultimi anni.
Perché seguendo la linea euro-atlantica dell’era Joe Biden, l’Europa — e con essa l’Italia — ha progressivamente tagliato i rapporti energetici con la Russia, accettando costi enormemente superiori per famiglie e imprese.
E allora il punto non è più Bruxelles.
Il punto è che nessuno, oggi, sembra avere davvero il coraggio politico di fare ciò che faceva Mattei:
comprare energia dove conviene all’Italia.
Ed è per questo che l’uscita della Meloni appare non soltanto retorica, ma profondamente artificiale.
Perché l’Italia possiede ancora oggi tutti gli strumenti per rallentare, bloccare o contestare concretamente molte delle derive burocratiche europee.
Non lo fa.
E mentre si denunciano genericamente gli eccessi regolatori di Bruxelles, l’Europa continua a produrre norme sempre più invasive e spesso perfino grottesche.
Oggi, parlando con operatori del settore funerario e della gestione delle acque reflue, ho scoperto ad esempio che le acque utilizzate per lavare i carri funebri devono essere trattate come rifiuti speciali, poiché quei mezzi trasportano cadaveri.
Eppure in Italia le bare viaggiano chiuse.
I corpi non sono esposti.
Non esiste alcun contatto diretto con l’esterno.
Ma la macchina burocratica continua comunque a produrre vincoli, procedure, costi e adempimenti sempre più scollegati dal buon senso.
È questa l’Europa che si dice di voler cambiare?
Perché se davvero si volesse cambiare, l’Italia avrebbe già da tempo iniziato a usare il proprio peso politico.
Il vero problema dell’Italia non è Bruxelles.
Il problema è che la classe dirigente italiana teme la sovranità più di quanto tema la dipendenza.
Lorenzo Valloreja













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