L’ITALIA DECLASSATA A “PICCOLA PATRIA”: VOGLIAMO DAVVERO SALIRE SUL PATIBOLO PER KIEV?

Si sapeva: la parata del 2 giugno 2026 doveva essere, per forza di cose, straordinaria. Quest’anno, infatti, ricorre l’ottantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Italiana e, lungo via dei Fori Imperiali, si è assistito a una partecipazione più ampia del consueto: dai reparti speciali ai sindaci, dai mutilati di guerra e di servizio fino ai cappellani militari.

Quest’ultima presenza, peraltro, non si era mai vista prima. Una novità che, tuttavia, più che trovare il proprio significato nella narrazione della Repubblica Italiana quale approdo istituzionale comune di tutti gli italiani, sembra inserirsi in una prospettiva diversa.

A lasciarlo intendere sono state le parole del professor Vittorio Emanuele Parsi, compagno della Panella, conduttrice di punta de La7, intervenuto come ospite nella telecronaca di Rai 1 dedicata all’evento.

Secondo questa impostazione, infatti, la difesa delle Forze Armate non sarebbe più rivolta esclusivamente alla Patria italiana, ormai considerata una sorta di “Piccola Patria”, bensì all’Unione Europea, elevata a “Grande Patria” comune.

In tale prospettiva, i confini da difendere non sarebbero più quelli di Trieste o di Bolzano, ma quelli dei Paesi baltici, della Romania e dell’Ucraina.

Ed allora, diciamolo chiaramente: ci viene chiesto, a passo di tamburo, di porgere la gola al carnefice con il sorriso sulle labbra. Perché, volenti o nolenti, è quella la direzione verso cui saremo spinti se non desisteremo dal voler legare i nostri destini e i nostri interessi a quelli di realtà che, con noi, non hanno in comune neppure la cheratina di cui sono fatte le unghie.

Eppure c’è chi si affretta a vedere nel drone caduto nella città di Galați la prova della volontà della Russia di Putin di attaccare l’Europa. Allo stesso modo, vi è chi accetta senza alcun senso critico la versione del Cremlino, secondo la quale il velivolo sarebbe precipitato in territorio romeno a causa di un errore della contraerea ucraina.

Entrambe le interpretazioni, tuttavia, finiscono per mancare il punto essenziale.

Perché, indipendentemente da chi abbia ragione sull’episodio specifico, il risultato non cambia: la guerra continua e con essa continua ad aumentare il rischio di un’escalation incontrollata.

Chi oggi coltiva l’illusione di poter proseguire il conflitto fino al crollo della Federazione Russa sembra ignorare una realtà elementare. Ogni grande potenza, quando percepisce minacciata la propria sopravvivenza strategica, tende a spostare sempre più avanti il limite di ciò che è disposta a fare pur di evitare la sconfitta.

Nel caso della Russia, ciò potrebbe significare una revisione della propria dottrina nucleare e il ricorso ad armi nucleari tattiche.

Uno scenario che trasformerebbe l’Ucraina e diverse città europee in possibili teatri di devastazione, con centinaia di migliaia di vittime civili.

Si tratta di una questione che ho già affrontato approfonditamente nell’articolo pubblicato lo scorso maggio e intitolato “KARAGANOV, PUTIN E IL VASO DI PANDORA APERTO DALL’OCCIDENTE“, ma che, ahimè, nella follia e nella frenesia generale, sembra essere stata compresa da ben pochi.

Eppure le profonde differenze che separano i popoli europei dovrebbero essere evidenti a chiunque.

Esistono nazioni, come la Polonia, che amano rappresentarsi come il “Cristo delle Nazioni”, e altre, come l’Ucraina, che si percepiscono come una “Nazione martire” o addirittura come lo “Scudo d’Europa”.

Popoli che, per ragioni storiche, culturali e identitarie, sarebbero probabilmente disposti a sopportare sacrifici che noi italiani non dovremmo neppure prendere in considerazione.

Anzi, talvolta si ha quasi l’impressione che vi sia chi sarebbe disposto a farsi vaporizzare.

Pur di dimostrare al mondo intero che i propri timori nei confronti della Russia erano fondati.

Peccato che, come ebbe a dire il soldato Joker in Full Metal Jacket, “i morti sanno una cosa sola: che è meglio essere vivi“.

E proprio per questo mi trovo profondamente d’accordo con il professor Alessandro Orsini quando sostiene che, qualora si arrivasse davvero a un’escalation nucleare sul continente europeo, nessuno muoverebbe un dito per salvare nessuno.

La storia, del resto, è un film già visto.

Lo imparò Napoleone.

Lo imparò Hitler.

E qualcuno, come l’europeista e filo-ucraino Carlo Calenda, sembra quasi desideroso di riproporre per la terza volta la medesima sceneggiatura.

Non con la mia pelle.

Non con la testa dei miei figli.

E non per vigliaccheria.

Io il mio dovere l’ho sempre fatto e, da militare, non mi sono mai sottratto alle mie responsabilità.

Ma proprio per questo diffido di coloro che non hanno mai indossato un’uniforme, non hanno mai svolto il servizio militare e oggi pretendono di spiegare agli altri quanto sia nobile morire per la cosiddetta civiltà occidentale.

D’altronde, di cosa dovremmo stupirci?

Neppure il guerriero mediatico Zelensky ha mai svolto il servizio militare e ciò non sembra impedirgli di giocare ogni giorno con il fuoco, come dimostrano anche gli ultimi sviluppi del conflitto e l’attacco contro il Forum Economico di San Pietroburgo.

Nel frattempo, a morire continuano a essere gli altri.

Lorenzo Valloreja

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