GARLASCO DIMOSTRA CHE LA GIUSTIZIA NON ESISTE. ESISTONO LE SENTENZE. E, SOPRATTUTTO, LA NECESSITÀ DI TROVARE UN COLPEVOLE
La Giustizia non esiste. Esistono i tribunali, i magistrati, gli avvocati, i Carabinieri, i RIS, i periti, le Corti d’Appello e la Cassazione; esistono le assoluzioni, le condanne e persino le sentenze definitive. Esiste, insomma, un gigantesco apparato attraverso il quale lo Stato tenta ogni giorno di ricostruire fatti ai quali non ha assistito e di stabilire responsabilità che non può conoscere direttamente. Ma la verità è un’altra cosa e forse nessuna vicenda italiana degli ultimi decenni riesce a dimostrarlo quanto quella di Garlasco.
Chiara Poggi è morta una volta sola, la mattina del 13 agosto 2007. È questo l’unico dato sul quale non esiste possibilità di appello, revisione, perizia o controperizia. Ciò che è accaduto quella mattina è accaduto in un solo modo, eppure, diciannove anni dopo, continuiamo a discutere su chi l’abbia uccisa, su come sia stata uccisa, su quanto sia durata l’aggressione, su quando sia morta, sulle impronte, sulle scarpe, sul DNA e persino sul significato da attribuire oggi ad analisi scientifiche effettuate nel 2007.
Nel frattempo un uomo, Alberto Stasi, è stato condannato definitivamente per quell’omicidio. Un altro uomo, Andrea Sempio, dopo essere già finito in passato sotto indagine, si trova oggi nuovamente al centro dell’inchiesta: la Procura di Pavia ha chiuso per la seconda volta le indagini nei suoi confronti e potrebbe chiederne il rinvio a giudizio per l’omicidio di Chiara Poggi. Sempio è naturalmente presunto innocente e la sua difesa contesta l’impianto accusatorio.
Non ho alcuna intenzione di sostituirmi ai magistrati e stabilire da queste colonne se Stasi sia innocente oppure Sempio colpevole. Il problema che pongo è un altro ed è infinitamente più grande: com’è possibile che esista una verità giudiziaria definitiva e che, diciannove anni dopo il delitto, lo stesso Stato continui a investigare un altro uomo per quello stesso omicidio? Perché se la verità è una, le ricostruzioni degli uomini possono evidentemente essere molte. Ed è qui che comincia a vacillare una parola alla quale abbiamo attribuito un significato quasi sacrale: “definitivo”.
Definitiva è una sentenza, non la verità. Una sentenza diventa definitiva perché un ordinamento giuridico deve necessariamente stabilire il momento nel quale un processo finisce; diversamente giudicheremmo all’infinito e nessuna società potrebbe sopravvivere a un diritto incapace di produrre decisioni. Ma definitivo è un concetto giuridico, non metafisico. La Cassazione può chiudere un processo, non può tornare al 13 agosto 2007 e osservare ciò che accadde dentro quella villetta.
E Garlasco oggi ci presenta il conto di questa differenza. Prendiamo uno degli elementi riemersi proprio in questi giorni: il DNA sui pedali della bicicletta di Stasi. Il 19 settembre 2007 un’analisi aveva prodotto un profilo attribuito allora a Chiara Poggi; il giorno successivo furono effettuate altre due corse elettroforetiche sul medesimo campione e queste risultarono negative. Secondo quanto comunicato dalla Procura di Pavia, di quelle due controanalisi non è stata rinvenuta traccia negli atti del procedimento e del processo celebrato contro Alberto Stasi.
Ora, io non sto dicendo che qualcuno abbia deliberatamente nascosto una prova, perché non ne ho gli elementi; non sto dicendo che Alberto Stasi sia stato condannato per questo e non sto neppure dicendo che il primo risultato fosse necessariamente falso. Sto dicendo qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, molto più inquietante: nel 2026 stiamo ancora cercando di capire quale significato attribuire correttamente ad analisi scientifiche effettuate nel 2007 nell’ambito di un’indagine che avrebbe poi contribuito alla vicenda processuale conclusasi con la condanna definitiva di un uomo.
E allora permettetemi una domanda: dov’è la certezza? Perché io ho sempre pensato che la giustizia degli uomini, non potendo raggiungere il vero assoluto, dovesse almeno raggiungere il verosimile, quella ricostruzione dei fatti che, valutate le prove e superato ogni ragionevole dubbio, appare talmente aderente alla realtà da consentire allo Stato di privare un essere umano della propria libertà. Garlasco oggi mi costringe a dubitare persino del verosimile. Quando diciannove anni dopo ridiscutiamo il DNA, reinterpretando impronte, riesaminando scarpe e modificando la ricostruzione temporale dell’aggressione; quando scopriamo controanalisi che non risultano essere entrate negli atti del processo e quando un altro uomo viene nuovamente indagato per l’omicidio per il quale ne abbiamo già condannato definitivamente uno, non è più soltanto la verità assoluta a sfuggirci. Comincia a sfuggirci persino quella ragionevole approssimazione alla verità sulla quale dovrebbe fondarsi una condanna.
Ed è a questo punto che dobbiamo porci una domanda ancora più scomoda: perché abbiamo tanta fretta di trovare un colpevole? Forse perché ormai i processi non si celebrano soltanto nei tribunali, ma anche, e qualche volta soprattutto, in televisione. Una giovane donna viene massacrata nella propria abitazione e, comprensibilmente, il Paese vuole sapere chi sia stato. Arrivano le televisioni, gli inviati, le dirette davanti alla villetta, i criminologi, gli psicologi, gli opinionisti e gli ex investigatori; si analizza una parola, uno sguardo, un’intervista, una telefonata. Ogni giorno deve produrre una novità e ogni novità deve necessariamente diventare una svolta. La televisione ha bisogno di un racconto e ogni racconto ha bisogno dei suoi personaggi: la vittima, il sospettato, il colpevole, l’investigatore, il colpo di scena.
La scienza, però, non funziona così. La scienza dovrebbe potersi permettere di dire semplicemente “non lo sappiamo”; dovrebbe poter chiedere di ripetere un esame, verificare un risultato, spiegare che una traccia è compatibile ma non necessariamente identificativa e, soprattutto, dovrebbe potersi permettere di pronunciare la frase più insopportabile per un’opinione pubblica sconvolta da un delitto efferato: non sappiamo ancora chi sia stato.
Mentre la scienza ha bisogno del dubbio, la televisione ha bisogno della certezza. Mentre un investigatore dovrebbe avere tutto il tempo necessario per verificare anche l’ipotesi contraria alla propria, il sistema mediatico pretende una svolta e, mentre il processo può richiedere anni, il palinsesto pretende una risposta prima della pubblicità. E allora la domanda che pongo non è se qualcuno abbia falsificato qualcosa, ma se la pressione mediatica possa modificare, anche inconsapevolmente, il modo nel quale un’indagine viene condotta. Può nascere il bisogno di chiudere rapidamente un caso che occupa ogni sera televisioni e prime pagine? Può accadere che, una volta costruita un’ipotesi investigativa, gli elementi che la confermano assumano progressivamente maggiore importanza mentre quelli che la contraddicono vengano percepiti come anomalie da spiegare o accantonare?
La psicologia conosce perfettamente questo fenomeno e lo chiama bias di conferma. Non occorre essere corrotti per esserne vittime, non occorre essere incapaci e non occorre neppure essere in malafede. Occorre semplicemente essere uomini.
Ed è proprio qui che diventa interessante la figura del generale Luciano Garofano. Non stiamo parlando di un investigatore improvvisato, ma di uno degli uomini che per anni hanno rappresentato nell’immaginario italiano l’eccellenza dell’investigazione scientifica, comandante del RIS di Parma dal 1995 al 2009. Il suo nome attraversa due dei casi giudiziari più clamorosi e mediaticamente invasivi dell’Italia contemporanea, Erba e Garlasco, e non scrivo questo per accusare Garofano di alcunché. Al contrario, è proprio l’autorevolezza del personaggio a rendere la questione interessante.
Nell’inchiesta odierna su Garlasco è stato ascoltato come testimone dalla Procura di Pavia. Alberto Marino, l’allora capitano del RIS che si occupò degli accertamenti genetici sui pedali, interrogato sulla possibilità di avere riferito a Garofano delle due corse negative del 20 settembre 2007, ha risposto: «Presumo di sì». Marino ha anche spiegato di non ricordare specificamente che cosa avesse fatto dopo il risultato nullo. Quei dati negativi, comunque, secondo quanto emerso dall’inchiesta attuale, non risultano essere entrati negli atti del procedimento contro Stasi.
Non sappiamo perché. Ed è precisamente questo il punto: perché diciannove anni dopo siamo ancora qui a domandarcelo?
E poi c’è Erba. Anche lì Garofano e il RIS entrarono nella vicenda scientifica di uno dei delitti che maggiormente hanno sconvolto l’opinione pubblica italiana. Anni dopo la lunga controinchiesta di Antonino Monteleone per Le Iene tornò a interrogare prove, reperti e ricostruzione. Garofano stesso, intervistato, ricordò che alcuni risultati del RIS non favorivano la ricostruzione accusatoria e, alla domanda sul perché non fosse stato chiamato dall’accusa, pronunciò una frase che, riletta oggi, assume quasi un valore simbolico: «Non eravamo utili alle loro conclusioni».
Questo non significa che Olindo Romano e Rosa Bazzi siano innocenti. Sono stati condannati definitivamente e Garofano stesso ha continuato a sostenere la solidità scientifica della loro condanna. Non significa che Stasi sia innocente, che Sempio sia colpevole o che Garofano abbia manipolato alcunché. Significa qualcosa di molto più interessante: persino quando ai vertici dell’investigazione scientifica ci sono uomini di altissimo livello, la prova non vive nel vuoto. Vive dentro un’indagine, l’indagine vive dentro un processo e il processo vive dentro una società che, soprattutto quando viene assassinata una giovane donna in maniera brutale, pretende comprensibilmente una risposta. E possibilmente la pretende subito.
Forse il problema sta proprio qui. Abbiamo costruito strumenti scientifici sempre più sofisticati, ma li abbiamo immersi in un sistema dell’informazione sempre più veloce. La scienza diventa più precisa mentre il tempo che siamo disposti a concederle diventa sempre più corto. Il DNA dovrebbe essere freddo, così come un’impronta, una corsa elettroforetica o una scarpa, ma intorno alla provetta ci sono uomini; intorno agli uomini ci sono magistrati e investigatori; intorno a loro ci sono giornalisti e intorno ai giornalisti ci sono milioni di persone che chiedono chi sia stato. Prima o poi qualcuno deve rispondere.
È questo che mi inquieta molto più dell’ipotesi del grande complotto, perché un complotto avrebbe bisogno di uomini disonesti, mentre un errore collettivo ha bisogno soltanto di uomini convinti di stare facendo bene il proprio lavoro. E una volta che una ricostruzione diventa dominante può innescarsi un meccanismo terribile: la prova rischia di non servire più soltanto a scoprire la verità, ma a confermare la verità che abbiamo già cominciato a raccontarci.
È accaduto a Garlasco? Non lo so. Ed è proprio perché non lo so che pongo la domanda. Ma quando un’indagine vecchia di diciannove anni viene riaperta e la Procura torna a interrogare gli investigatori dell’epoca; quando riemergono analisi negative non rinvenute negli atti del processo; quando la stessa Procura costruisce oggi un’ipotesi accusatoria nei confronti di un altro uomo e nuove consulenze tornano a discutere persino la durata dell’aggressione, la domanda non è più scandalosa. Diventa necessaria.
E allora torniamo all’inizio. La Giustizia non esiste, non quella con la G maiuscola almeno. Esiste la giustizia degli uomini e proprio perché è fatta dagli uomini può essere intelligente, rigorosa, coraggiosa e straordinariamente sofisticata, ma può anche sbagliare. Può avere fretta, innamorarsi di un’ipotesi, sottovalutare un elemento e sopravvalutarne un altro; può essere influenzata dall’ambiente nel quale opera senza che nessuno impartisca un ordine, senza che nessuno falsifichi una prova e senza che nessuno percepisca neppure di essere influenzato.
Questa consapevolezza non distrugge lo Stato di diritto, semmai lo rende adulto. Uno Stato di diritto non è quello nel quale i magistrati non sbagliano, ma quello nel quale sappiamo che possono sbagliare e costruiamo gli strumenti necessari affinché i loro errori possano essere riconosciuti e corretti. È per questo che trovo quasi religiosa la venerazione che talvolta accompagna l’espressione “sentenza definitiva”: definitivo significa che il processo è terminato, non che Dio abbia firmato in calce.
Alberto Stasi è stato assolto, poi nuovamente assolto; la Cassazione ha annullato, è stato nuovamente giudicato, condannato e quella condanna è diventata definitiva. Oggi un altro uomo è indagato per lo stesso omicidio e noi continuiamo a parlare di verità giudiziaria. Ma quale verità? Il 13 agosto 2007 non è cambiato. Chiara Poggi non è morta in maniera differente ogni volta che un giudice ha pronunciato una sentenza. È accaduta una cosa sola. A cambiare siamo stati noi: le nostre convinzioni, le nostre interpretazioni, le nostre tecnologie, le nostre perizie e le nostre sentenze.
Forse proprio questo dovrebbe suggerirci un po’ di umiltà quando consegniamo allo Stato il potere più terribile che possa esercitare dopo quello di togliere la vita: privare un uomo della libertà dicendogli che sappiamo, oltre ogni ragionevole dubbio, ciò che ha fatto. Non sto chiedendo di abolire i processi né di delegittimare i magistrati; sto chiedendo di smettere di confondere i processi con la verità e di considerare una sentenza come se fosse una certificazione d’infallibilità.
E soprattutto sto chiedendo al giornalismo di ricordarsi quale dovrebbe essere il proprio mestiere. Non costruire colpevoli, non celebrare processi paralleli e non trasformare una perizia in una sentenza o un’indiscrezione in una prova. Perché quando la televisione celebra il processo prima del tribunale, il rischio che dovremmo almeno avere il coraggio di considerare è che il tribunale finisca per lavorare dentro un processo che l’opinione pubblica ha già celebrato.
Ed è questa, forse, la domanda più inquietante che Garlasco ci lascia dopo diciannove anni. Non soltanto chi abbia ucciso Chiara Poggi, ma quanto della nostra necessità di trovare rapidamente un colpevole possa essere entrato, direttamente o indirettamente, nella ricerca della verità. Non conosco la risposta, ma so che oggi abbiamo un uomo definitivamente condannato, un altro uomo nei confronti del quale la Procura ha nuovamente chiuso le indagini per lo stesso omicidio e una serie di elementi che, quasi vent’anni dopo, continuiamo ancora a interpretare, discutere e contrapporre.
Forse, allora, il vero scandalo di Garlasco non è che dopo diciannove anni continuiamo a domandarci che cosa sia realmente accaduto. Il vero scandalo è che per lunghi anni abbiamo creduto di saperlo.
Una sentenza può chiudere un processo, la televisione può costruire nell’immaginario collettivo un colpevole e lo Stato può mettere un uomo in carcere. Ma nessuno di loro può ordinare alla realtà di essere andata come abbiamo deciso noi.
Perché la verità non diventa definitiva.
Definitive diventano soltanto le sentenze. E, qualche volta, i nostri errori.
Lorenzo Valloreja













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