GLI ITALIANI NON SI FIDANO PIÙ: PER QUESTO VINCONO SEMPRE I NO

Alla fine il NO ha vinto e il SÌ ha perso. E non per un soffio.

Dopo due mesi di campagna referendaria, per la terza volta una riforma costituzionale sottoposta al vaglio dell’elettorato viene respinta: prima Silvio Berlusconi nel 2006, poi Matteo Renzi nel 2016, ora Giorgia Meloni. A distanza quasi regolare di dieci anni. Più che una coincidenza, una costante.

L’affluenza si è attestata al 58% degli aventi diritto: tutt’altro che trascurabile. E il margine – 54 a 46 – è troppo ampio perché il voto estero possa mutare l’esito.

Il punto, però, è un altro: una parte significativa del Paese non si fida.

Non si fida di una classe politica che da decenni annuncia riforme decisive senza riuscire a tradurle in risultati concreti. Non si fida di chi propone cambiamenti profondi mentre fatica a gestire l’ordinario.

E allora prevale una scelta che è insieme razionale e difensiva: restare fermi.

Votare NO, oppure non votare affatto.

In fondo, come osservava Giulio Andreotti, “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Una battuta, certo, ma anche una chiave di lettura sorprendentemente attuale.

Il resto contribuisce a rafforzare questa tendenza: l’idea, sedimentata nel tempo, di una Costituzione difficilmente modificabile; la distanza tra una classe dirigente altamente istruita e un elettorato meno attrezzato su temi tecnici; le difficoltà economiche che rendono sospetto tutto ciò che implica nuovi assetti e possibili costi aggiuntivi.

Il risultato è una spinta conservativa: meglio ciò che si conosce di ciò che è incerto.

I dati territoriali lo confermano. Dove lo Stato è percepito come presente ed efficiente, la partecipazione regge. Dove arretra, si indebolisce.

In Emilia-Romagna e Toscana si supera il 66%. In Calabria e Sicilia si scende sotto il 50%.

Ci sono poi casi emblematici.

A Niscemi, colpita dal ciclone “Harry”, ha votato appena il 33% degli aventi diritto. Qui la bassa affluenza non è soltanto una difficoltà contingente: è il segnale di una distanza profonda tra cittadini e istituzioni, di una partecipazione che si ritrae quando viene meno il senso di appartenenza.

In Bolzano la dinamica è diversa, ma l’esito analogo: una partecipazione ridotta che riflette una distanza politica e culturale dal contesto nazionale.

E nei piccoli comuni più isolati il fenomeno si accentua. A Pietrabbondante ha votato il 40,95% degli aventi diritto, contro il 54% del Molise; a Pizzoferrato il 44%, contro il 60,5% dell’Abruzzo; a Ponza appena il 41%, contro il 61,7% del Lazio.

Più che disinteresse, è distanza.

Il risultato complessivo è netto: NO in 17 regioni su 20. Anche in territori amministrati dal centrodestra, come Abruzzo, Sicilia e Calabria.

Il SÌ prevale soltanto nel Nord-Est – Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia – raccogliendo complessivamente poco più di 12 milioni di voti, un dato sostanzialmente in linea con quello delle elezioni politiche del 2022.

Il che suggerisce che il consenso non si sia ampliato.

Anzi, è plausibile che una parte dell’elettorato di riferimento non abbia sostenuto fino in fondo la riforma.

A questo punto, una conclusione si impone.

Continuare con riforme promosse da una sola parte politica e sistematicamente respinte dall’elettorato significa produrre stallo.

Se si intende davvero intervenire sull’assetto costituzionale, è necessario un approccio diverso.

Non una nuova bicamerale, ma un percorso più ampio e condiviso: una Assemblea Costituente.

Perché l’alternativa non è conservare “la Costituzione più bella del mondo”.

L’alternativa è rimanere fermi.

E un Paese che resta fermo, nel tempo, smette di contare.

Lorenzo Valloreja

One Response to GLI ITALIANI NON SI FIDANO PIÙ: PER QUESTO VINCONO SEMPRE I NO

  1. Nicolino Di Quinzio ha detto:

    Condivido in pieno le conclusioni del. Bravissimo prof. Valloreja.

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