QUELL’ENORME TRONCO D’ALBERO DI SEIMILA ANNI FA CHE SMENTISCE TUTTA LA NARRAZIONE DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO

Più volte qui a L’ Ortis abbiamo manifestato propensione  a ritenere il progressivo, indubitabile, riscaldamento ambientale, dovuto anche all’attività umana ma soprattutto a modelli errati di urbanizzazione e edilizia, e anche e fondamentalmente a una particolare congiuntura storico-ciclico-climatica.

Crediamo insomma che la “transizione ecologica” sia o (nel migliore dei casi) un enorme abbaglio ideologico, o (nel peggiore cioè disonesto) tutto un enorme business di smantellamento delle attività umane più tradizionali e redditizie ( mezzi di trasporto, industrie, energia).

Uno dei maggiori allarmismi, che dovrebbero confermare la indiscutibilità e inevitabilità della “transizione ecologica” sarebbe proprio la progressiva, apparentemente inarrestabile contrazione e riduzione dei ghiacciai.

Ma uno studio dell’ Università austriaca di Graz a proposito di un certo rinsecchitissimo ma glorioso albero afferma qualcosa di molto diverso . Ecco una sintesi in un post circolante, in stile certo più polemico che accademico.

“IL TRONCO CHE SMENTISCE LE PROFEZIE: 6.000 anni fa, a oltre 2000 metri nelle Alpi, cresceva un pino cembro enorme. Un albero maturo, robusto, alto diversi metri.

Oggi a quella quota non ce la fa più: fa troppo freddo.

Quel tronco è stato sepolto dal ghiacciaio della Pasterze e nel 2015 è riemerso, intatto, pesante quasi due tonnellate. Datazione chiara: circa 6000 anni.

Specie: Pinus cembra.

Quando era vivo, lì faceva più caldo di adesso.

 Punto.

 Non “forse”, non “secondo alcuni modelli”.

Lo dicono gli anelli, il radiocarbonio e decenni di studi sui limiti del bosco nelle Alpi.

 Era l’Ottimo Climatico dell’Olocene:

temperature più alte, ghiacciai più piccoli, vegetazione che saliva di 150-300 metri rispetto a oggi.

E tutto questo con la CO₂ atmosferica intorno ai 260-280 ppm, non ai 420 di adesso.

Madre Natura non ha letto i report dell’IPCC.

 Ha fatto il suo lavoro da sola: cicli orbitali, insolazione, feedback naturali.

 Il clima è sempre stato ciclico. Ha oscillato, riscaldato, raffreddato, fatto avanzare e ritirare i ghiacciai senza bisogno di parlamenti, tasse o slogan.

Eppure oggi ci raccontano che siamo in un’emergenza senza precedenti, che la Terra sta per bruciare, che ogni estate calda è la prova del collasso.

Quel tronco di 6000 anni fa è un pezzo di legno scomodo.

Dice che temperature più alte di quelle attuali (o comunque confrontabili) si sono già verificate in piena era preindustriale.

Che i ghiacciai alpini sono stati più piccoli di oggi per lunghi periodi.

 Che il “mai visto prima” è una formula retorica, non un dato scientifico.

I ritrovamenti come quello della Pasterze non sono isolati.

Nelle Alpi ne escono di continuo: legni, torbe, resti di foreste a quote oggi proibitive.

La letteratura scientifica li conosce da decenni. Ma nei talk show e nei titoli a effetto spariscono.

 Restano solo le curve apocalittiche e le promesse di salvezza attraverso politiche sempre più costose. Il clima cambia.

Sta cambiando anche ora, e il contributo umano c’è. Ma trasformare ogni oscillazione naturale in prova di catastrofe imminente non è scienza: è propaganda.

Quel tronco non è un’opinione

È un pezzo di realtà fisica che ha resistito millenni sotto il ghiaccio e oggi ci guarda in faccia.

Chi preferisce ignorarlo per salvare la narrativa, sta scegliendo la fede al posto dei fatti.

La natura non ha bisogno di essere “salvata” da noi con slogan.

Ha già dimostrato di saper regolarsi da sola.

 Noi, invece, faremmo meglio a guardare i dati invece di gridare al disastro ogni volta che un ghiacciaio si ritira”.

A. Martino

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