RUSSI, NAZIONALISTI, ANTIEUROPEISTI: “IL LORO OBIETTIVO È LO STESSO”. CARA URSULA, IO SONO UNO DI QUELLI
«I nomi possono essere diversi, ma il loro obiettivo è lo stesso». Non è una frase pronunciata dal dittatore Adam Sutler in V per Vendetta. Non viene neppure da uno di quei cinegiornali di guerra nei quali il nemico, esterno o interno che fosse, doveva necessariamente avere un solo volto, una sola intenzione e una sola colpa. Sono parole pronunciate da Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo Stato dell’Unione. E i “nomi diversi” sono gli ultranazionalisti, gli antieuropeisti, l’interferenza russa e la disinformazione. Tutti infilati nello stesso ragionamento perché, secondo la Presidente della Commissione europea, «disprezzano i nostri valori» e vogliono spezzare l’unità europea. Non è una mia interpretazione del testo: l’accostamento è nel testo. La mia interpretazione comincia immediatamente dopo, ed è molto semplice: quando un potere comincia ad attribuire al nemico esterno e al proprio oppositore interno il medesimo fine, io comincio a preoccuparmi. Soprattutto se quello stesso potere, poche pagine dopo, parla di “guerra cognitiva”, di minacce alla democrazia provenienti anche dall’interno e arriva persino a domandarsi se istituzioni e procedure costruite sulla ricerca del consenso e del compromesso siano ancora adatte alla nuova realtà.
Perché io sono orgogliosamente ed esattamente una delle persone delle quali Ursula von der Leyen sta parlando. Sono un nazionalista, sono contrario a questa Unione Europea, sono Presidente dell’Associazione degli Italiani Amici della Russia e considero profondamente sbagliata la politica condotta dall’Europa nei confronti di Mosca. E allora? Fino a prova contraria non lavoro per la Federazione Russa, non sono un agente del Cremlino e non considero l’interesse russo superiore a quello italiano. È vero esattamente il contrario: sono prima di tutto un patriota italiano e ritengo che ricostruire i rapporti economici, energetici, culturali e politici con la Russia sia nell’interesse dell’Italia. Si può sostenere che io abbia torto. Si può combattere politicamente la mia posizione. Si può votare per chi propone l’esatto contrario. Ma una democrazia degna di questo nome deve riconoscermi il diritto di sostenere persino lo scioglimento dell’Unione Europea attraverso gli strumenti della politica e del consenso popolare. Altrimenti la parola democrazia diventa curiosa: siete liberi di scegliere, purché scegliate di conservare ciò che esiste.
È anche per questo che trovo paradossale il processo mediatico intentato in queste ore a Matteo Salvini per avere incontrato a Milano gli imprenditori italiani che continuano a lavorare in Russia, alla presenza dell’ambasciatore russo Aleksej Paramonov. Salvini ha parlato della necessità di far tacere le armi, restituire spazio alla diplomazia e ricostruire in prospettiva rapporti commerciali con Mosca; Paramonov ha parlato di un ritorno al «realismo, al pragmatismo e al buon senso». Certo, l’ambasciatore russo fa l’ambasciatore russo. Ha tutto l’interesse diplomatico e politico a valorizzare un incontro del genere e sarebbe sorprendente il contrario. Ma resta quella parola: realismo. È davvero inopportuno parlare con la Russia? È davvero una manifestazione di debolezza? Dovremmo fare la pace con Mosca senza parlare con Mosca? Dovremmo ricostruire un giorno relazioni economiche con la Russia evitando accuratamente di incontrare i russi?
Il problema è che siamo ormai prigionieri di una concezione ideologica dei rapporti internazionali nella quale persino la diplomazia rischia di essere interpretata come cedimento. Eppure la diplomazia non è stata inventata per parlare con gli amici. Con gli amici basta telefonarsi. La diplomazia esiste soprattutto per parlare con chi sta dall’altra parte della barricata. Se davvero l’obiettivo europeo è la pace, prima o poi qualcuno dovrà sedersi davanti a qualcuno. Se invece l’obiettivo è la resa incondizionata dell’avversario, allora diciamolo chiaramente, perché è un’altra cosa. Gli Alleati nel 1945 non negoziarono con la Germania una pace di compromesso: ne imposero la resa. Ma se oggi nessuno pensa seriamente di ottenere la resa incondizionata della Federazione Russa, potenza nucleare, prima o poi bisognerà tornare esattamente a quella cosa che sembra essere diventata quasi sconveniente pronunciare: trattare.
Nel frattempo sul terreno la guerra continua. Alla Russia manca ormai, grosso modo, il 10% del Donbass per completarne la conquista e la valutazione che faccio mia, sulla base delle analisi militari che ascoltiamo quotidianamente, è che nell’arco di un altro anno potrebbe arrivare al controllo completo dell’area. È una previsione, naturalmente, non una profezia. Ma proprio questo rende ancora più drammatica la domanda: quanti ucraini devono morire perché fra dodici mesi si arrivi a un tavolo al quale si sarebbe potuti arrivare prima? E soprattutto fino a quale punto l’Europa intende aumentare la propria partecipazione indiretta senza mettere in conto che Mosca possa decidere, prima o poi, di considerare parte della guerra anche le infrastrutture europee che contribuiscono materialmente allo sforzo bellico ucraino?
Perché le parole hanno conseguenze. E se un giorno la Russia compisse il salto che tutti dicono di voler evitare, colpendo una struttura militare o industriale sul territorio europeo, magari una fabbrica coinvolta nella produzione di armamenti destinati all’Ucraina, improvvisamente finirebbe la guerra delle dichiarazioni. Comincerebbe quella delle decisioni. A quel punto vorrei vedere quanti governi sarebbero davvero disposti a mettere a rischio le proprie città e i propri cittadini per trasformare in guerra diretta contro una potenza nucleare tutte le promesse formulate fino al giorno precedente. Non perché le alleanze non valgano nulla, ma perché un trattato scritto sulla carta e la disponibilità concreta a morire per un alleato non sono la stessa cosa. Gli Stati intervengono quando ritengono che il proprio interesse vitale giustifichi il prezzo da pagare. Quando quel rapporto tra costo e interesse viene meno, anche le alleanze più solenni cominciano improvvisamente a riempirsi di interpretazioni, distinguo e clausole.
Non dobbiamo neppure andare molto indietro nel tempo. Guardiamo quello che sta accadendo in Yemen. L’offensiva degli Houthi ha messo l’Arabia Saudita in una posizione difficilissima e Mohammed bin Salman ha chiesto a Donald Trump assistenza militare diretta. Trump non ha accettato di aprire un altro fronte, limitando l’assistenza americana all’intelligence e all’individuazione degli obiettivi. Eppure l’Arabia Saudita dispone di rapporti strategici solidissimi con Washington e ha appena costruito con Pakistan e Turchia un accordo di difesa reciproca secondo il quale un attacco contro uno dovrebbe essere considerato un attacco contro tutti. Alla prova dei fatti, però, Islamabad ha cercato innanzitutto di mediare e l’accordo non ha prodotto automaticamente l’ingresso in guerra degli alleati. Non perché i trattati siano necessariamente carta straccia, ma perché fra una firma e una guerra esiste sempre quella cosa antichissima che si chiama interesse nazionale.
Noi italiani dovremmo saperlo meglio degli altri. Il 30 agosto 2008, a Bengasi, l’Italia firmò con la Libia di Gheddafi un Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione. Non era una stretta di mano davanti alle telecamere. L’articolo 4 stabiliva che l’Italia non avrebbe utilizzato né consentito l’utilizzo del proprio territorio per atti ostili contro la Libia e viceversa. Tre anni dopo, mutato completamente il quadro internazionale e intervenuta la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, l’Italia partecipava alle operazioni contro il regime di Gheddafi. È uno dei casi che meglio spiegano quanto valgano le solenni architetture diplomatiche quando gli interessi, gli equilibri e i rapporti di forza cambiano.
Ed è precisamente l’interesse nazionale che io vedo completamente rimosso dal dibattito italiano sulla Russia. L’Italia è un Paese povero di materie prime, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche e nel quale il gas continua a produrre quasi la metà dell’elettricità: la quota più alta dell’Unione europea. Nel 2026 la nostra bolletta energetica d’importazione è nuovamente esplosa e il governo sta cercando di accelerare persino l’estrazione nazionale di petrolio e gas. Abbiamo infrastrutture costruite in decenni di rapporti energetici con l’Est e abbiamo a Tarvisio una delle porte storiche attraverso cui il gas russo può raggiungere il nostro sistema. E allora io pongo una domanda elementare: terminata la guerra, se acquistare nuovamente gas russo attraverso quelle infrastrutture risultasse più conveniente per le famiglie e per l’industria italiana, per quale ragione l’Italia dovrebbe rinunciarvi? Per fare un favore a chi?
La crisi iraniana, Hormuz, Bab el-Mandeb, i costi del trasporto marittimo, la necessità di rigassificare il GNL e l’instabilità delle rotte energetiche ci stanno ricordando una banalità geografica che l’ideologia aveva fatto dimenticare: le molecole non leggono le risoluzioni del Parlamento europeo. Arrivano attraverso gasdotti, navi, terminali e rotte che hanno costi e vulnerabilità differenti. Non sostengo che una fonte debba essere l’unica: sarebbe altrettanto folle sostituire una dipendenza con un’altra. Sostengo una cosa molto più semplice: l’Italia deve poter comprare energia dove le conviene comprarla, diversificando senza amputarsi volontariamente una possibilità soltanto perché qualcuno ha deciso che commerciare con un determinato Paese sia moralmente sconveniente.
Del resto è esattamente quello che l’Italia ha fatto per decenni. Abbiamo commerciato e dialogato con l’Iran, con la Libia, con l’Egitto e con governi che certamente non corrispondevano al modello della democrazia liberale occidentale. La politica mediterranea italiana, da Mattei in avanti e poi attraverso stagioni differenti della nostra Repubblica, nasceva dalla consapevolezza che la nostra geografia produce interessi specifici. Noi siamo proiettati nel Mediterraneo, nei Balcani, nel Nord Africa, nel Medio Oriente. La Francia ha la propria storia, le proprie reti e i propri interessi. La Germania ne ha altri. La Gran Bretagna ne ha altri ancora. Gli Stati Uniti, naturalmente, perseguono quelli americani. A volte questi interessi coincidono con i nostri. Altre volte no. L’eccezione non è che divergano: l’assurdità sarebbe pretendere che coincidano sempre.
È questo uno dei motivi profondi per cui non mi riconosco nell’europeismo: considero un errore madornale immaginare che secoli di storia, geografia, rapporti economici, proiezioni mediterranee e sfere d’interesse possano essere sciolti in un indistinto “interesse europeo” definito a Bruxelles. L’interesse della Germania non è per definizione l’interesse dell’Italia. Quello francese non è automaticamente il nostro. E quello italiano non diventa illegittimo quando diverge dagli altri. Una cooperazione fra nazioni sovrane può nascere proprio dal riconoscimento delle differenze. Una costruzione che pretende invece di trasformare la differenza in devianza politica imbocca una strada completamente diversa.
Persino quello che sta accadendo in queste ore con il bollo automobilistico è, ai miei occhi, politicamente significativo. Il governo Meloni ha deciso di abolirlo dal 2027 per circa 14,5 milioni tra automobili e motocicli, mentre contemporaneamente interviene ancora sulle accise perché i prezzi dei carburanti stanno mordendo famiglie e imprese. Il bollo è una delle tasse più odiate dagli italiani e cancellarlo produrrà certamente un beneficio per milioni di persone. Ma resta una tassa che si paga una volta l’anno. Il carburante lo paghiamo ogni volta che mettiamo la pistola della pompa nel serbatoio. E allora la mia lettura politica è questa: mentre non possiamo incidere alla radice sul costo dell’energia tornando liberamente ad approvvigionarci anche dove ci sarebbe conveniente, si interviene dove è immediatamente possibile intervenire, offrendo agli automobilisti un beneficio molto visibile. Vedremo se basterà quando arriveranno le bollette dell’inverno e quando per un anno intero gli italiani continueranno a fare rifornimento.
E qui torniamo a Ursula von der Leyen, perché tutto si ricongiunge. Più l’Europa attraversa difficoltà economiche, energetiche, industriali e politiche, più il suo linguaggio sembra radicalizzarsi. Nel discorso sullo Stato dell’Unione la Presidente parla di un mondo «apertamente ostile», di una «battaglia delle narrazioni», di preoccupazioni reali «strumentalizzate» dall’esterno e «troppo spesso dall’interno»; quindi mette in sequenza ultranazionalisti, antieuropeisti, interferenza russa e disinformazione, concludendo: «I nomi possono essere diversi, ma il loro obiettivo è lo stesso». Successivamente parla esplicitamente di «guerra cognitiva» e di forze antidemocratiche e antieuropee che crescono all’interno dell’Unione. Non siamo più semplicemente nel campo della polemica politica. Siamo dentro un vocabolario di sicurezza.
Ed è proprio questo che considero pericoloso. Non sto dicendo che domattina verranno congelati i conti correnti degli antieuropeisti o che dopodomani verrà impedito loro di candidarsi. Sto dicendo qualcosa di precedente e, proprio per questo, a mio giudizio più importante: prima delle misure vengono sempre le categorie con cui una società impara a considerarle accettabili. Prima si definisce il pericolo. Poi si individua chi ne fa parte. Infine si costruiscono gli strumenti per combatterlo. Se oggi l’antieuropeista, il nazionalista, l’interferenza russa e la disinformazione possono essere collocati nello stesso periodo perché «il loro obiettivo è lo stesso», io voglio sapere dove finisce la legittima lotta contro un’operazione di intelligence straniera e dove comincia il diritto altrettanto legittimo di un cittadino europeo di voler abbattere politicamente questa costruzione europea attraverso il voto.
La storia del Novecento dovrebbe averci insegnato almeno questo. Le guerre mondiali non furono soltanto guerre per chilometri quadrati: furono anche giganteschi conflitti ideologici, nei quali sistemi politici, economici e sociali contrapposti finirono per trasformare l’avversario esterno e il dissidente interno in categorie sempre più vicine. Nei regimi nazifascisti i comunisti, i socialisti e i partigiani divennero nemici interni; nelle democrazie belligeranti la guerra produsse a sua volta misure eccezionali contro popolazioni considerate potenzialmente legate al nemico: basti pensare all’internamento dei nippo-americani negli Stati Uniti. Non sto dicendo che l’Europa del 2026 sia l’Europa del 1940. Sto dicendo che la logica dell’“o con noi o contro di noi” appartiene alla cultura della guerra, ed è precisamente quella logica che dovremmo evitare se continuiamo a ripeterci che il nostro obiettivo è la pace.
Perché se la Russia è il nemico con cui non bisogna parlare, chi propone di parlarci diventa sospetto; se commerciare con Mosca significa indebolire il fronte, chi propone di commerciare diventa sospetto; se criticare l’Unione significa perseguire, pur con un nome differente, «lo stesso obiettivo» dell’interferenza russa, anche l’antieuropeista diventa sospetto. È questo passaggio che contesto. Non ho bisogno che Ursula von der Leyen mi conceda il diritto di essere europeista. Rivendico il diritto opposto: quello di essere antieuropeista. Rivendico il diritto di sostenere che questa Unione abbia danneggiato gli interessi italiani, che la rottura con la Russia sia stata un errore, che le sanzioni abbiano prodotto costi anche per noi, che la guerra debba terminare attraverso un negoziato e che l’Italia debba tornare a perseguire una propria politica estera fondata innanzitutto sulla propria convenienza nazionale.
E rivendico anche il diritto di presiedere un’associazione di amicizia con la Russia senza che qualcuno possa per questo, come è già successo in passato, minacciarmi e considerarmi meno italiano. Per me è esattamente il contrario. L’Associazione degli Italiani Amici della Russia non nasce per fare gli interessi della Russia contro l’Italia. Nasce dalla convinzione che avere buoni rapporti con la Russia sia nell’interesse dell’Italia. È una posizione politica. Dunque la si contesti. È una posizione politica. Dunque, la si contesti. La si combatta. La si sconfigga pure nelle urne, se si hanno più voti, ma non la si ostracizzi. Questo si chiama democrazia. Ma proprio perché l’Europa pronuncia continuamente quella parola — democrazia — deve accettarne fino in fondo la conseguenza più scomoda: in democrazia deve essere consentito anche voler cambiare radicalmente il sistema nel quale si vive, purché lo si faccia attraverso gli strumenti democratici. Un’Unione che considera democratiche soltanto le forze che desiderano conservarla non difende il pluralismo: definisce preventivamente il perimetro entro il quale è consentito dissentire.
Per questo considero tutt’altro che “inopportuno” quello che Salvini ha fatto a Milano. Io lo chiamo realismo. Non perché lo abbia detto l’ambasciatore russo, ma perché prima o poi qualcuno dovrà ricominciare a parlare con Mosca, qualcuno dovrà tornare a comprare e vendere, qualcuno dovrà ricostruire ciò che questa guerra ha distrutto. E quando quel giorno arriverà scopriremo forse che chi aveva mantenuto aperto almeno un canale non aveva tradito l’Occidente: aveva semplicemente ricordato una regola antica quanto la politica internazionale.
Gli Stati non hanno amicizie eterne né inimicizie eterne. Hanno interessi. Io vorrei soltanto che, ogni tanto, l’Italia tornasse ad avere i propri.
Lorenzo Valloreja













Lascia un commento