MA NON T’ARRENDI PROPRIO MAI?! DA MACRON ALLA PESTE POLMONARE, PUTIN E QUELLE PROVOCAZIONI CHE RISCHIANO DI FARCI AMMAZZARE TUTTI

In State buoni se potete di Luigi Magni, Johnny Dorelli, nei panni di San Filippo Neri, ogni volta che incontrava il Diavolo — che continuava a tornare, sotto diverse sembianze, per tentarlo e infastidirlo — gli diceva: «Ma non t’arrendi proprio mai?! Mortacci tua!».

Ebbene, dev’essere più o meno la stessa battuta che Putin si ritrova a ripetere ogniqualvolta deve confrontarsi con quelle provocazioni occidentali che sembrano avere un obiettivo preciso: trascinarlo nella trappola di una guerra preventiva.

Infatti, se anche questa settimana proviamo, come al solito, a mettere in ordine i puntini dei diversi eventi, ci accorgiamo che, per quanto apparentemente lontani tra loro, finiscono ancora una volta per condurre nella stessa direzione. Verso un’unica mano o, se preferite, un’unica intelligenza.

E così, mentre Macron, fregandosene delle piazze in rivolta, continua a chiedere sacrifici ai francesi e a stringere i cordoni della spesa pubblica, la Francia trova invece miliardi da destinare al riarmo. E, quasi a voler rendere plastico il concetto, il 6 ottobre il presidente francese ha assistito personalmente al lancio dell’M51.3, il nuovo missile balistico strategico destinato a trasportare testate nucleari. Il missile lanciato era naturalmente privo della carica atomica, ma il messaggio politico che accompagnava la prova non poteva essere più esplicito: «Per essere liberi bisogna essere temuti. E per essere temuti bisogna essere potenti», ha dichiarato Macron.

Un messaggio che, nel clima attuale, è difficile non leggere anche in direzione della Russia e di Putin: noi non abbiamo paura di voi, possediamo una deterrenza nucleare, siamo determinati a mostrarla e vogliamo che sappiate che, se ce ne fosse bisogno, esiste proprio per essere usata.

E proprio mentre dalla Francia arrivava questa ostentazione di potenza nucleare, in Siberia accadeva qualcosa di decisamente inquietante. Una lavoratrice dell’Irkutsk Antiplague Research Institute, uno dei centri russi che si occupano di agenti patogeni particolarmente pericolosi, era morta dopo essere stata ricoverata con una grave polmonite. Le prime notizie parlavano addirittura di un possibile caso di peste polmonare conseguente a un incidente di laboratorio. Circa duecento persone sono state poste in quarantena e l’OMS ha chiesto spiegazioni a Mosca.

La Russia chiaramente nega, rimbalzando al mittente le richieste di chiarimento degli Stati Uniti e ricordando a Washington che proprio in America, negli ultimi anni, si sono verificati casi di peste, bubbonica ma anche polmonare.

Ora, credere che in un istituto specializzato proprio nello studio della peste una provetta contenente un agente patogeno altamente pericoloso possa semplicemente cadere a terra, quasi fosse la conserva di pomodoro sfuggita dalle mani della casalinga, lascia quantomeno perplessi. Non perché un incidente di laboratorio sia impossibile — gli incidenti, ahimè, possono avvenire anche nelle strutture sottoposte ai più rigidi protocolli di sicurezza — ma perché, se davvero di peste polmonare si fosse trattato, bisognerebbe innanzitutto capire che cosa sia realmente accaduto dentro quel laboratorio.

Perché, qualora fosse confermato che la donna è stata effettivamente contagiata dal batterio della peste e che non si sia trattato di un incidente, personalmente prenderei seriamente in considerazione anche l’ipotesi di un’azione deliberata. Un sabotaggio. Magari realizzato da qualche servizio straniero, britannico o di altra provenienza. Con ciò non sto affermando che questo sia accaduto: affermo però che, in un Paese in guerra e dentro un istituto che custodisce agenti patogeni pericolosissimi, sarebbe un’ipotesi che un servizio di controspionaggio avrebbe il dovere di verificare.

E, se davvero fosse accaduto qualcosa del genere, si comprenderebbe perfettamente anche l’interesse di Mosca a negarlo finché non avesse prove certe. Ammettere che un agente straniero sia riuscito a penetrare un simile apparato sarebbe come riconoscere che il proprio controspionaggio si è formato all’Accademia di Topolino. Non farebbe bene al morale della popolazione civile, alla credibilità dei vertici della sicurezza e, immagino, neppure al buon umore di Putin, che proprio il 7 ottobre ha compiuto gli anni.

Ma soprattutto aprirebbe una questione molto più seria: quale sarebbe la risposta russa? Perché, se Mosca arrivasse realmente alla conclusione di essere stata oggetto di un attacco deliberato di natura biologica, entrerebbe immediatamente in gioco quella logica della risposta simmetrica e proporzionata che da anni accompagna la dottrina e la retorica strategica russa.

Ed è forse proprio qui che torna San Filippo Neri: «Ma non t’arrendi proprio mai?! Mortacci tua!». Perché provocazione dopo provocazione, missile dopo missile, incidente dopo incidente, qualcuno sembra continuare a voler verificare fino a che punto possa essere spinta la pazienza russa prima che Mosca decida che la misura è colma.

Per fortuna, a guidare ancora la Russia c’è Vladimir Putin — da molti, all’estero, detestato, da altri apprezzato proprio per quella che considerano la sua moderazione e il suo realismo — perché la vera domanda che dovremmo porci non è cosa accadrebbe se Putin reagisse. È chi reagirebbe e come, se domani al Cremlino non ci fosse più Putin.

Perché, al netto delle misure draconiane che Mosca saprà certamente mettere in campo per fronteggiare qualsiasi eventuale emergenza sanitaria, con certi agenti patogeni non si scherza. E nemmeno con le potenze nucleari.

M51.3 o non M51.3, il troppo, quando è troppo, stroppia. E qualche volta provoca anche dei morti.

Lorenzo Valloreja

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