LA REPUBBLICA DELLE CARTE: COME L’ITALIA HA DISTRUTTO IL MERITO E LA SCUOLA
Ho 50 anni: un’età in cui non si è più giovani, ma non si è nemmeno vecchi. Anche perché l’età, da sola, non significa nulla. C’è chi è “vecchio” a vent’anni — per stanchezza, disincanto o paura — e chi a settanta conserva ancora l’energia e la curiosità di un ragazzo.
Una cosa, però, in mezzo secolo di vita l’ho capita: si diventa davvero vecchi nel momento esatto in cui si comincia a criticare i giovani, proprio come fecero con noi le generazioni precedenti. “Sono maleducati… fannulloni… pensano solo a divertirsi…”: il solito ritornello che si ripete immutabile da secoli.
Ma ciò che quasi nessuno ha il coraggio di ammettere è che, se i giovani sbagliano, la colpa non è — o non è solo — loro. La responsabilità è nostra: siamo noi che li abbiamo cresciuti, che abbiamo costruito il mondo in cui vivono, che abbiamo consegnato loro un sistema educativo incapace di prepararli alla realtà.
È semplice: è il ramo che genera il frutto, non il contrario.
Se i laureati
non trovano lavoro — nemmeno quando sono plurilaureati — di chi è davvero la
colpa?
E se in Italia c’è un avvocato ogni 250 abitanti (contro una media europea di
uno ogni 555); se nel 2024/25 oltre il 6% degli studenti universitari sceglie
ancora Scienze Politiche — splendida facoltà, e la mia stessa — pur con sbocchi
occupazionali ridotti; se un settore strategico come la Cybersecurity raccoglie
appena il 3% degli iscritti… di chi è la colpa?
È nostra.
È l’effetto di un sistema che, anche per una visione distorta imposta dall’Unione Europea, ci ha trascinati in un complesso d’inferiorità accademica: oggi l’Italia è tra gli ultimi Paesi UE per percentuale di laureati (30% contro il 45% europeo). E così si ripete ossessivamente: “Avanti tutta con i laureati.”
Con la stessa logica, negli ultimi trent’anni si è prodotta una vera inflazione dei voti di laurea. Negli anni ’90 un 110 e lode era eccezionale; oggi la media nazionale oscilla intorno ai 105/110, mentre — ironicamente — secondo vari studi un adulto italiano su tre fatica a comprendere testi complessi, persino tra i plurilaureati.
Perché?
Perché la nostra non è una Repubblica fondata sul lavoro, ma sulle carte.
Carte che generano introiti per le università e alimentano clientele, cattedre inutili, filiere familiari, favoritismi e rendite accademiche.
Essere plurilaureati — un tempo raro quanto un’eclissi — oggi è quasi la normalità per necessità. Per ottenere un semplice posto da docente nelle scuole medie o superiori — uno stipendio di circa 1.500 euro netti — non basta più una laurea magistrale. Occorrono due o tre lauree, certificazioni linguistiche C2, certificazioni informatiche, master, corsi abilitanti e un numero infinito di carte.
Carte che non misurano la competenza, ma soltanto la capacità di pagare.
Un vero “pizzo legalizzato”, imposto da università, sindacati ed enti formatori.
E non riguarda solo la scuola. Dinamiche analoghe esistono nell’esercito, negli enti pubblici locali, nelle grandi aziende con master da 30–50 mila euro che garantiscono un’assunzione quasi certa.
Come chiamare tutto questo, se non tangente legalizzata?
Siamo in una piena cleptocrazia. E chi l’ha costruita, se non noi, le vecchie generazioni?
L’unica attenuante è che questa deriva non è solo italiana. Anche nel mondo anglosassone dominano le lettere di referenza — vere raccomandazioni legalizzate — specie se firmate dal senatore X o dal Lord Y.
Ma la responsabilità resta nostra, perché abbiamo importato il peggio: il Grande Fratello, il politicamente corretto, la disgregazione familiare e, ora, perfino la demolizione della scuola.
Siamo così arrivati alla “riforma dei 4 anni” delle superiori e alla spinta verso gli ITS. Strumenti utili, certo, ma non infallibili. Abbiamo già visto cosa accade quando intere generazioni vengono convogliate in un settore “di moda”: come i geometri negli anni ’80 o i ragionieri negli anni ’90, solo una piccola parte lavorerà realmente nel settore studiato.
E chi può dire che la logistica — oggi essenziale per colossi come Amazon o TNT — non sarà travolta dall’automazione entro dieci anni?
La scuola — soprattutto la Secondaria — dovrebbe avere un solo grande obiettivo: formare esseri umani maturi, etici, flessibili e capaci di adattarsi al mondo. Non tecnici addestrati a svolgere un micro-compito destinato a diventare obsoleto.
La professionalità nasce da senso di responsabilità e da umiltà.
E queste qualità richiedono anni per formarsi, non un corso di due settimane.
La stessa umiltà che manca nelle famiglie, prime cellule della società, convinte di avere in casa una nuova Montessori o un nuovo Einstein. E così attaccano i docenti, contestano scelte didattiche, rifiutano diagnosi e perfino gli aiuti dello Stato, certi che i figli abbiano sempre ragione.
La superbia è dunque il male del secolo; e, come diceva Al Pacino ne L’Avvocato del Diavolo, “il mio peccato preferito”.
Ed è anche ciò che rischia di seppellire definitivamente il nostro mondo, se non ci poniamo rimedio.
Serve, in definitiva, una rivoluzione culturale prima che professionale.
Una rivoluzione difficile da comprendere, perché abbiamo barattato la realtà con un finto libero arbitrio: i presidi sono diventati “manager scolastici”, come se la scuola dovesse produrre bulloni, mentre la missione è plasmare persone; i genitori sono diventati “esperti di pedagogia” pur essendone, nella stragrande maggioranza dei casi, totalmente profani.
Ed è forse per questa superbia collettiva che, nonostante:
• manchino 200–260 mila lavoratori nelle costruzioni;
• idraulici, elettricisti e installatori siano tra le figure più introvabili
(60–70%);
• i fabbri manchino per oltre il 70% delle richieste;
• manchino 20–25 mila autisti di mezzi pesanti;
• manchino circa 100.000 lavoratori agricoli stagionali;
• l’Italia abbia quasi 8.000 km di coste e 42 istituti nautici, ma pochissimi
li scelgano;
… la stragrande maggioranza dei ragazzi continui a iscriversi ai licei non per vocazione, ma per moda, o per compiacere famiglie convinte di avere in casa un genio incompreso.
Così gli istituti professionali — ottime scuole di formazione e crescita — diventano il bacino degli studenti economicamente più fragili o meno motivati. Ne deriva un quadro falsato: sulla carta sembriamo un Paese pieno di diplomati e laureati “europei”, ma nella realtà abbiamo una massa crescente di analfabeti funzionali.
Ecco perché i giovani non trovano lavoro pur avendo i titoli: questa è una Repubblica delle carte, non delle competenze.
Ora spetta a noi, vecchie generazioni, trasformarla — finalmente — in una Repubblica delle opportunità, gettando a mare la forma per recuperare la sostanza.
Lorenzo Valloreja













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