LA GRANDE BELLEZZA IN SALSA OLIMPICA: QUANDO LA FORZA SI FA GRAZIA. FORSE
È dal lontano 1936, nella Berlino del regime, che le Olimpiadi rappresentano il miglior pretesto sportivo per mettere in bella mostra il regime o il sistema di valori che, in un determinato momento storico, governa il cosiddetto Paese ospitante. Allora come oggi, i paragoni tra le Nazioni concorrenti risultano spesso impietosi. Così accade che considerazioni e confronti tra la cerimonia di apertura di Parigi 2024 e quella di Milano-Cortina 2026 impazzino.
Non è infatti passata inosservata la cerimonia di apertura del 26 luglio 2024, quando, lungo un fiume Senna fortemente inquinato, in un segmento dello spettacolo intitolato Festivité, vari artisti drag queen e performer sono comparsi attorno a un lungo tavolo in una scena che richiamava in modo evidente l’iconografia de L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, realizzata a Milano e, per questo, sostanzialmente scollegata dalla Francia, a meno che i nostri cugini d’Oltralpe non intendano comportarsi come gli spagnoli con Cristoforo Colombo. Con la variante che, al di là delle pose riconducibili a Cristo e agli apostoli, la rappresentazione scivolava apertamente verso una messinscena pagana, con la presenza di divinità olimpiche quali Dioniso e Sequana. Una performance evidentemente fuori luogo, per quanto appena spiegato, che rasentava quantomeno il cattivo gusto, se non anche la blasfemia.
Ma la vetta del cattivo gusto è stata raggiunta quando, in un altro momento della cerimonia, si è assistito alla rievocazione della decapitazione di Maria Antonietta: una rappresentazione dai toni quasi horror, affidata a un performer che appariva come la regina francese decapitata e che, reggendo la propria testa tra le mani — come facevano i rivoluzionari nel mostrare il capo dello sventurato alla folla — cantava a squarciagola La Marsigliese.
In quelle performance vi era, in filigrana, l’intero concentrato del macronismo contemporaneo: il laicismo esasperato dello Stato, le velleità di grandeur, l’apologia della violenza rivoluzionaria declinata in chiave LGBT, la cancel culture, il culto dell’eccesso fine a se stesso. Un “troppo” che, alla fine della fiera, come l’uroboro, compie un giro completo su se stesso, tornando al punto di partenza: senza aver migliorato di un solo granello la vita di quegli ultimi che quella rivoluzione avevano agognato come spiraglio di libertà e che, rinunciando alla propria fede e alle proprie tradizioni, non si sono ritrovati nulla, se non un nuovo potere, non meno oppressivo di quello precedente.
Al contrario, per una volta tanto, l’Italia, con la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali del 2026, ha stracciato la Francia proprio sul terreno della grazia, dell’eleganza e della classe. Come nella statua dell’Augusto di Prima Porta, la cerimonia italiana del 6 febbraio scorso ha saputo fondere Forza e Potere con Mitezza e Grazia. Da degni eredi di Roma, con quella propaganda non abbiamo detto al mondo intero “temeteci”, ma “siate tranquilli”: ammirate la nostra armonia, ammirate la nostra bellezza.
Un’armonia e una bellezza sottolineate soprattutto durante la sfilata dedicata a Giorgio Armani, nella quale hanno sfilato circa sessanta modelle, vestite con completi pantalone monocromatici nei colori della bandiera italiana — verde, bianco e rosso. Le modelle hanno preceduto la portabandiera, la supermodella Vittoria Ceretti, che ha accompagnato il Tricolore verso il palco d’onore, dove ad attenderla vi erano i Corazzieri, ultima, solenne cornice di una rappresentazione fondata sulla misura e non sull’eccesso.
Persino nei fuochi pirotecnici accesi a San Siro, intorno ai cerchi — simbolo universale del Comitato Olimpico — si è avvertito il senso della misura: oro e argento, come in una festa rinascimentale. Una grazia sobria che non è passata inosservata nemmeno oltreconfine e che è stata riconosciuta da numerosi commentatori francesi, i quali, fuori dai canali ufficiali, hanno scelto i social per annunciare, quasi con sorpresa, la “buona novella”.
E tuttavia, se davvero vogliamo dirci italiani fino in fondo, esiste un’altra virtù che ci appartiene storicamente e che, ahimè, i nostri vicini d’Oltralpe sembrano praticare con minore frequenza: la capacità di autocritica.
Non renderemmo dunque un buon servizio al Paese — né agli italiani — se ci limitassimo a ripeterci che è andato tutto bene. No, davvero.
Veniamo dunque, come una medicina necessaria, alle dolenti note.
La prima riguarda una scelta che lascia, quantomeno, perplessi: aver affidato Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno a Mariah Carey. Non perché la cantante statunitense non sia all’altezza — parliamo di una star internazionale dalla carriera straordinaria — ma perché il brano di Modugno non è una semplice canzone. È un’icona dell’italianità, un patrimonio simbolico e culturale intimamente legato alla storia e all’immaginario del nostro Paese.
Affidarne l’interpretazione a un’artista che, per quanto eccellente, non ha alcun legame con l’Italia, appare una scelta incoerente con il senso stesso di una cerimonia di apertura olimpica, che dovrebbe rappresentare anzitutto la Nazione ospitante. La domanda, allora, sorge spontanea: davvero in Italia non esistono artisti in grado di interpretare degnamente Volare? Eppure ne abbiamo, eccome: cantautori e interpreti contemporanei come Diodato, Brunori Sas o Marco Mengoni, capaci di restituire al brano quella miscela di emozione, misura e identità che la canzone di Modugno richiede.
La seconda dolente nota riguarda l’Inno di Mameli. Aver consentito una sua rielaborazione stilistica è stata una scelta, a mio avviso, completamente sbagliata. Non perché Laura Pausini abbia cantato male — tutt’altro: l’interpretazione è stata tecnicamente impeccabile — ma perché l’Inno nazionale non è un brano come gli altri e non si presta a riletture che ne snaturino il carattere.
A dirlo non è soltanto chi scrive, ma anche un musicista ed esperto come Morgan, che ha definito quell’esecuzione “completamente sbagliata”, spiegando come l’Inno sia stato “modificato a tal punto da renderlo irriconoscibile, svuotato di italianità, trasformato in qualcosa che non ci appartiene”.
Con tutto il mondo che ci guarda, ha osservato Morgan, non dovremmo rinunciare al nostro carattere musicale, né scimmiottare modelli estranei alla nostra tradizione. Perché in quei momenti non si tratta solo di cantare bene, ma di dire chi siamo.
L’ultima dolente nota, infine, non dipende dall’organizzazione italiana, bensì dal Comitato Olimpico Internazionale. Mi riferisco al fatto che anche in questa edizione gli atleti di nazionalità russa e bielorussa siano stati ammessi alle competizioni esclusivamente con lo status di AIN (Athlètes Individuels Neutres), privi di bandiera e di inno nazionale.
Una scelta che, al di là delle motivazioni ufficiali, appare difficilmente conciliabile con il trattamento riservato ad altre delegazioni nazionali come quella di Israele che, pur provenendo da Paesi oggi coinvolti in conflitti armati con conseguenze umanitarie drammatiche e sotto gli occhi di tutti, continuano a partecipare alle competizioni internazionali con pieno riconoscimento simbolico.
Un’incongruenza che non è sfuggita nemmeno al pubblico, il quale — al di là di ogni lettura ideologica o strumentale — ha manifestato in modo spontaneo il proprio disagio di fronte a una disparità di trattamento percepita come ingiusta. Non per motivi etnici o religiosi, ma per un elementare senso di equità, che spesso appartiene più a chi non conta nulla che ai grandi consessi decisionali.
Perché la giustizia, quando manca nei palazzi, continua a farsi strada negli sguardi e nelle reazioni dei più umili.
E allora sì: la grandezza va bene, la dimostrazione di capacità organizzativa anche. Ma non possono mai essere disgiunte dalla realtà. Altrimenti, per dirla con le parole antiche, rischiano di restare soltanto cembali che tintinnano, privi di armonia e di verità.
Lorenzo Valloreja













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