10 FEBBRAIO: LA FERITA CHE L’ITALIA FA ANCORA FATICA A GUARDARE E CONSIDERARE

Questo è il ventiduesimo anno da quando lo Stato italiano ha istituito la Giornata del Ricordo per commemorare le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata. Eppure, nonostante il tempo trascorso, c’è ancora chi ritiene — erroneamente — che questa ricorrenza sia stata voluta dal Governo Berlusconi II e proposta dall’onorevole Roberto Menia, già deputato triestino del MSI e, all’epoca dei fatti, parlamentare di Alleanza Nazionale, al solo scopo di “bilanciare” la ben più nota Giornata della Memoria, istituita nel 2000 per ricordare le vittime della Shoah.

Nulla di più sbagliato. La data del 10 febbraio non è stata scelta per ragioni di contrapposizione simbolica, ma perché coincide con il giorno in cui, nel 1947, l’Italia fu costretta a cedere i propri territori orientali alla Jugoslavia di Tito con la firma del Trattato di Parigi. Con questa scelta, la cosiddetta Seconda Repubblica italiana ha voluto ricordare non solo le vittime di quella tragedia, ma anche l’amputazione territoriale stessa, che — al di là delle letture indulgenti di certa sensibilità contemporanea — rappresentò una vera e propria ferita inferta al sacrificio e allo sforzo bellico dei nostri nonni e antenati che combatterono durante la Prima guerra mondiale.

L’Italia, nel conflitto del 1915–1918, perse circa mezzo milione di uomini non soltanto per Trento e Trieste, ma anche per quelle terre che per oltre sei secoli erano state dominio della Repubblica di Venezia e che, fino al 1945, erano abitate in larga misura — se non addirittura in maggioranza — da popolazioni italiane. Terre che, però, la Conferenza di Parigi non assegnò completamente all’Italia, nonostante le promesse contenute nel Patto di Londra.

Fu per questo mancato rispetto dei Patti che d’Annunzio coniò il termine “Vittoria mutilata” e, con le cessioni del 1947, in senso plastico e storico, la vittoria della Prima guerra mondiale, da incompleta, fu letteralmente amputata, riportandoci all’incompiutezza dell’Unità nazionale, giacché voglio ricordare che Dante, nel IX canto dell’Inferno, scrivendo: «… ad Arli, ove Rodano stagna, sì com’a Pola, presso del Carnaro ch’Italia chiude e suoi termini bagna…», definisce i confini naturali dell’Italia non nel golfo di Trieste, ma più a est, cioè nel Carnaro. E di fronte al Carnaro c’è la città di Fiume, che proprio d’Annunzio conquistò per sanare la “Vittoria mutilata”.

Ebbene, questo deve essere lo spirito principale di questa giornata: il ricordo di un’ingiustizia perpetrata verso un Paese soccombente. Le stesse ragioni che, però — non si capisce perché — la comunità internazionale, ma soprattutto la politica nostrana, tarda ad accettare in Ucraina: ci si strappa i capelli per il Donbass, per la Crimea e per gli altri territori sottratti al controllo di Kiev quando, vergognosamente, non si è fatto nulla da parte nostra, né durante tutta la Prima Repubblica né durante la Seconda, per far sì che questi territori tornassero alla madrepatria, cioè l’Italia. Eppure, le occasioni non sono mancate:

  • La prima si è presentata con lo scoppio della guerra nei Balcani, quando la Serbia chiese all’Italia, dando quindi luce verde affinché rioccupasse i territori perduti, fiaccando così gli Stati ribelli di Slovenia e Croazia;
  • La seconda si è palesata tra il 1996 e il 2003, quando chiesero di aderire all’UE, rispettivamente e cronologicamente prima la Slovenia e poi la Croazia. Ebbene, in quella fase l’Italia avrebbe potuto tranquillamente porre il proprio veto a queste due repubbliche, a meno che le stesse non avessero riconsegnato l’Istria e la Dalmazia.

E invece no: un po’ per paura della Germania e degli equilibri europei, un po’ per convinzioni ideologiche, la nostra classe dirigente, come spesso accade, è rimasta a vedere.

Ma d’altronde, cosa potevamo aspettarci da chi, come nel 1969, ha conferito a un macellaio d’italiani — e non solo — come il maresciallo Tito il titolo di Cavaliere di Gran Croce con Gran Cordone dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, la più alta onorificenza della Repubblica?

Macellaio, sì, perché sono cosciente che anche gli italiani, durante la Seconda guerra mondiale, in quel quadrante non ci andarono leggeri; ma “c’est la guerre!”. Ergo, è altrettanto provato, con documenti e testimonianze, che gli italiani, in tempo di pace, al di là dell’imporre la propria lingua, non torsero mai un capello a nessun individuo delle popolazioni locali: nessuno fu mai infoibato né fucilato per motivi razziali o linguistici dal 1922 al 1940. I titini, invece, anche durante il periodo di pace — cioè quando le armi avrebbero dovuto tacere — perpetrarono omicidi, violenze e vessazioni perché volevano cancellare la traccia della presenza e della cultura italiana da quelle terre, a prescindere dal fatto che fossero o meno legate al fascismo.

Lo sanno bene, ad esempio, i 17 partigiani della Brigata Osoppo (cattolici, azionisti, socialisti) che, nel febbraio del 1945, vennero prima torturati e poi fucilati dai titini nella strage di Porzûs. Parliamo dunque di antifascisti, non di fascisti né di collaborazionisti, come invece accadde ai 20 mila sloveni trucidati, nella stragrande maggioranza dei casi, nella fossa di Kočevski Rog, come il padre di Janez Janša, più volte premier della Slovenia tra il 2004 e il 2022. Furono, in altri termini, eliminati tutti coloro che non erano allineati al progetto politico della nuova Jugoslavia.

Ma la strage più grave avvenne il 18 agosto 1947, su una spiaggia di Vergarolla, nei pressi di Pola (oggi Pula, in Croazia), durante una manifestazione sportiva molto partecipata dalla popolazione italiana ivi residente.

Delle mine marine inesplose furono fatte brillare dai titini nel momento di maggiore affluenza. L’esplosione causò circa 100 morti e rappresentò uno degli eventi più traumatici del dopoguerra nell’Adriatico orientale, contribuendo in modo decisivo all’esodo degli italiani dall’Istria.

Ora però, nel caso di Vergarolla, si noti bene la data della strage: 18 agosto 1947, cioè sei mesi dopo la cessione ufficiale da parte dell’Italia delle proprie province orientali. In questa fase, tra il 1945 e il 1947, chi era stato attivamente compromesso col fascismo era già stato eliminato, incarcerato o processato oppure, se si era salvato, era fuggito (Italia interna, Austria, Sud America). Dunque, chi restò a Pola dopo l’occupazione jugoslava e poi dopo il Trattato di Parigi non si percepiva come un bersaglio, perché riteneva di non avere responsabilità politiche tali da temere rappresaglie o perché, più spesso, aveva avuto posizioni moderate, attendiste o addirittura apertamente antifasciste, come nel caso dei partigiani, che però con molta probabilità erano all’oscuro di ciò che era accaduto ai loro compagni a Porzûs. Ed è proprio questo che rende Vergarolla una strage ancora più infame e vigliacca: vi era la volontà di cacciare gli italiani, e così fu.

E quella ferita oggi, a 80 anni di distanza, è più che mai aperta perché in Italia c’è chi, per motivi meramente ideologici, continua a ritenere quei morti non degni di memoria, quasi di serie B, perché l’antifascismo, in assenza di fascismo, è stato capace di addebitare a quest’ultimo qualsiasi cosa, trasformando un fenomeno serio in una vera e propria macchietta e caricatura della storia, quasi nel classico personaggio cattivo dei primi film muti.

Un personaggio anche da bastonare e sputare, come vergognosamente avvenne nella civilissima e proletaria Bologna del dopoguerra. Qui un convoglio ferroviario che trasportava profughi provenienti da Pola (dopo l’eccidio di Vergarolla e l’avvio dell’esodo istriano) fece tappa nel capoluogo emiliano e, secondo numerose testimonianze, gruppi di militanti comunisti contestarono l’arrivo degli esuli, accusandoli di essere “fascisti”, e si verificarono episodi di insulti, lancio di oggetti e sputi contro i vagoni.

Ma anche ammettendo — e anzi riconoscendo — la durezza della repressione italiana, essa non si fondò mai su un principio di sterminio razziale o di annientamento etnico programmato: fu, nel bene e nel male, una repressione contro-insurrezionale; altra cosa è la logica dello sterminio etnico e ideologico che tornerà, ahinoi, a segnare l’Europa e, nello specifico, i Balcani, non più lontano di 30 anni fa.

Perciò, cari lettori, facciamo sì che la memoria di povere vittime come la giovane Norma Cossetto non diventi il prolungamento improbabile della precedente ed importante Giornata della Memoria, ma sia elemento di riflessione per tutti noi su che cosa sia l’essere italiani e che cosa sia l’Italia ancora incompiuta.

Lorenzo Valloreja

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