SULLA GUERRA IN IRAN TRUMP VUOLE CHIUDERLA, NETANYAHU NO
Trump annuncia la fine della guerra. Netanyahu sembra smentirlo.
La verità è che i loro obiettivi — già diversi fin dall’inizio — sono ormai sideralmente lontani.
Il tycoon, infatti, mal sopporta il premier israeliano. Lo dimostrano diversi episodi: dal celebre “Fuck him” rivolto a Netanyahu in un’intervista concessa nel 2021 al giornalista Barak Ravid per Axios, fino alle critiche mosse dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, quando Donald Trump accusò Benjamin Netanyahu di aver commesso gravi errori nella gestione della sicurezza israeliana, arrivando perfino a definire “molto intelligenti” i miliziani di Hezbollah.
A queste tensioni si sono aggiunte nel 2024 le dure critiche rivolte al governo israeliano per non aver concluso rapidamente la guerra a Gaza, danneggiando — secondo Trump — l’immagine internazionale di Israele. E se non fossero intervenuti gli Epstein files, con ogni probabilità la Casa Bianca non si sarebbe schierata con tanta decisione a fianco di Israele nell’ultima escalation contro gli ayatollah. Ma tant’è.
Certo, gli Stati Uniti da questa operazione hanno tratto anche alcuni vantaggi strategici: indebolire militarmente un alleato della Russia, cioè l’Iran; distogliere parte dell’attenzione e delle risorse internazionali dalla guerra in Ucraina, spostando il baricentro della crisi dalle rive del Dnepr ai monti Zagros; e, infine, favorire un aumento del prezzo del petrolio, beneficio condiviso paradossalmente anche con Mosca.
Tuttavia esistono limiti oltre i quali nemmeno Washington può spingersi.
Se, ad esempio, come minacciato da Teheran il prezzo del greggio dovesse arrivare a 200 dollari al barile, l’urto economico sarebbe devastante anche per gli alleati occidentali degli Stati Uniti — a cominciare dall’Unione Europea — con il rischio di trascinare nella crisi anche l’economia americana.
Se dovessero morire altri soldati americani e altri bambini, come è accaduto alle giovani scolari della scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh nella città iraniana di Minab, Trump potrebbe dire sinceramente addio alle elezioni di medio termine.
E se le milizie curde decidessero davvero di intervenire mettendo gli scarponi a terra, la Turchia potrebbe essere indotta a reagire a favore dell’Iran, destabilizzando non solo il quadro di alleanze all’interno della NATO, ma l’intera regione.
Per queste — e per molte altre ragioni meno dichiarate — gli Stati Uniti cercano oggi una via d’uscita dall’impasse iraniana. E per farlo hanno finito per riaprire uno spazio diplomatico anche alla Russia, riammettendola di fatto nella comunità internazionale nel ruolo di possibile mediatrice nel dossier iraniano.
Dal canto suo, il sionismo israeliano vorrebbe non solo abbattere il regime degli ayatollah per reinsediare i Pahlavi, ma anche dividere l’antica Persia in almeno tre Paesi distinti e ridisegnare completamente la carta del Medio Oriente.
L’idea di ridisegnare i confini della regione, del resto, non è affatto una fantasia complottista: basti ricordare la celebre carta del “Nuovo Medio Oriente” pubblicata nel 2006 dall’analista militare Ralph Peters, che ipotizzava la frammentazione di Stati come Iraq, Siria e Iran.
Un piano, quello di Tel Aviv, senz’altro ambizioso ma che non dice nulla di nuovo, giacché un tentativo simile fu fatto già durante l’epoca del Grande Gioco. Con la convenzione anglo-russa del 1907, infatti, la Persia fu di fatto divisa in tre zone: una sotto influenza russa a nord, una sotto influenza britannica a sud e una centrale formalmente neutrale ma sotto sovranità persiana. Non funzionò allora. Difficile pensare che possa funzionare oggi.
In fondo la situazione ricorda, per certi aspetti, la vecchia “Questione d’Oriente” che accompagnò il declino dell’Impero ottomano: anche allora le grandi potenze discutevano apertamente come ridisegnare l’equilibrio regionale e spartirsi le sfere di influenza di un impero ritenuto ormai al tramonto.
Questo gli americani lo sanno e così hanno tentato, con questa guerra, di fare ciò che pochi mesi fa erano riusciti a fare in Venezuela: assoggettare il vecchio regime ai propri desiderata senza sostituire la classe politica dominante.
Ma l’Iran non è il Venezuela.
È una nazione che esiste ininterrottamente da almeno 2700 anni e la cui rivoluzione — con tutti i limiti e le problematiche che sta vivendo, dall’altissimo astensionismo elettorale all’inflazione mostruosa, fino alla diaspora di metà della popolazione per dissidenza politica e alla presenza di una parte importante della società civile contraria agli ayatollah — ha radici profondissime e quindi difficilmente sradicabili dall’esterno.
Anzi, gli attacchi esterni, in un contesto simile, non fanno altro che rafforzare la teocrazia, anche grazie a una narrativa del regime verso l’interno e verso l’esterno costruita con grande abilità, come dimostra il post diventato ormai virale in cui la crisi iraniana è stata reinterpretata tramite l’intelligenza artificiale sotto forma di cartone Lego.
Certo, il cartone realizzato dagli iraniani prospetta scenari evidentemente impossibili, come la distruzione dello Stato d’Israele e della Casa Bianca attraverso gli Shahed, gli economicissimi droni iraniani dal costo di circa ventimila euro l’uno. Droni che, pur potendo essere prodotti in grandi quantità nei numerosi laboratori sotterranei della Persia, hanno comunque uno stivaggio limitato di esplosivo — al massimo cinquanta chilogrammi — una quantità che già ai tempi della Seconda guerra mondiale veniva considerata modesta, figurarsi oggi di fronte a potenze atomiche come Israele e gli Stati Uniti.
Ma la propaganda non mira alla verità. Mira alla mobilitazione.
E la cosa che ha fatto davvero sbarellare Trump è stata un’altra: gli iraniani non hanno accettato il suo invito — piuttosto sbruffone — a concordare con Washington il nome del nuovo leader. Anzi, in aperto sfregio alla Casa Bianca, hanno scelto qualcuno della famiglia del defunto Khamenei: il figlio.
Un affronto politico. Ma anche un messaggio.
Volete il ritorno della monarchia in Iran? Bene. Ve la diamo noi.
Trasformando la Repubblica islamica in una monarchia islamica.
A questo punto sembra sempre più evidente che l’unica via d’uscita che Washington possa seriamente tentare sia una mediazione del Cremlino, capace — dando un colpo al cerchio e uno alla botte — di trovare una soluzione accettabile nel nuovo equilibrio russo-americano della regione.
Perché la verità, in fondo, è semplice.
Per Israele è una guerra necessaria.
Per gli Stati Uniti è una guerra da chiudere.
Lorenzo Valloreja













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