LA CREDIBILITÀ NON SI RIMPATRIA: IL RITIRO DA ERBIL È UNA RESA ITALIANA

È ufficiale: i militari italiani presenti a Erbil, in Iraq, e in altre basi della regione saranno rimpatriati per non ritrovarsi coinvolti in una guerra da noi né voluta né cercata, ma soprattutto ritenuta scatenata in oltraggio a tutte le norme del diritto internazionale.

Ma tutto questo può bastare davvero per evitare l’ennesima figuraccia sul piano militare e mettere a bilancio l’ennesimo sperpero di denaro pubblico, visti i risultati che raccogliamo noi e le popolazioni che abbiamo preteso di proteggere?

Non è la prima volta che denuncio episodi simili: basti pensare a quando si palesò una simile ipotesi a seguito degli attacchi israeliani contro le basi dell’UNIFIL lungo la Blue Line, nel Libano meridionale, nell’ottobre 2024; oppure a quando, sempre in un contesto legato alle forze israeliane, nel gennaio 2026 due carabinieri italiani furono fermati e costretti a inginocchiarsi nei pressi di Ramallah, in Cisgiordania.

Se d’Annunzio fosse ancora vivo, sono convinto che dalle pagine di tutti i quotidiani sputerebbe fuoco e fiamme contro questa situazione e contro il ministro della Difesa, che non esiterebbe a definire – come fece con Nitti – «Cagoia».

Ma che fine ha fatto l’Italia de «La viltà è l’ombra della servitù» e de «Io ho quel che ho donato»?

Certo, anche il Vate lo diceva: «Il coraggio non si eredita: si conquista». Ma, francamente, da un governo che ha fatto degli eroi della Grande Guerra la propria stella polare ci si sarebbe aspettati qualcosa di più.

Vogliamo dunque morire per la sconsideratezza dei nostri alleati? Certo che no. Ma neppure possiamo scappare, sottrarci al fuoco, perché in un luogo che occupiamo per nostra scelta piovono bombe.

Forse in quel luogo non saremmo mai dovuti essere: ma questo è un altro discorso. Ora però che ci siamo, e che ci siamo per presidiare, non possiamo tirarci indietro, altrimenti sarebbe la fine di ogni residuo di credibilità che ci rimane.

Potevamo andarcene prima, decidere di non esserci più, prima che esplodesse questa crisi. Ma adesso non possiamo sottrarci al nostro destino, altrimenti daremmo il segnale che chiunque, al primo colpo di testa, possa pensare di percuoterci, perché tanto noi scapperemmo, dandola vinta al bullo di turno. E questo, per me, da ex paracadutista della Folgore e da sovranista convinto e sincero, è semplicemente impensabile.

Quindi, che cosa dovremmo fare?

Per una volta tanto, senza liquefarci, dovremmo fare nostro il comando impartito al Regio Esercito in quel tremendo e fatidico 8 settembre 1943: «Le forze italiane reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

Perché, mettendo letteralmente in pratica questo principio, non saremmo contro nessuno ma semplicemente a favore di noi stessi, come la storia e il diritto ci insegnano. Al netto dei “profumieri” che vorrebbero vendere la qualunque al popolo – dal sinistro Sánchez alla maldestra Meloni passando per il Churchill dei poveri Calenda – la politica internazionale ha sempre funzionato così.

Basti pensare alla Spagna di Franco, che rimase formalmente fuori dalla Seconda guerra mondiale ma collaborò con l’Asse e inviò volontari sul fronte orientale, per poi diventare, nel dopoguerra, uno dei pilastri dell’anticomunismo occidentale sotto l’ombrello strategico degli Stati Uniti. Oppure alla Francia di Vichy di Pétain, riconosciuta inizialmente da diverse potenze e impegnata a difendere i propri territori coloniali senza entrare formalmente nel conflitto al fianco della Germania.

La stessa logica vale oggi per molti Paesi europei membri della NATO che, come la Spagna e la Francia degli anni Quaranta, concedono basi, offrono supporto logistico e pattugliano gli spazi aerei e marittimi comuni. Ma questo non significa automaticamente essere in guerra con qualcuno: significa semplicemente fare il proprio dovere e difendere i propri interessi.

Vale a dire: se in questi giorni gli israeliani hanno attraversato la Blue Line per occupare il sud del Libano, gli italiani avrebbero dovuto opporsi militarmente a tali azioni, perché noi siamo lì con uno specifico mandato dell’ONU, affinché le parti in lotta – israeliani e libanesi – restino distanti e distinte.

Non si tratta di muovere guerra a nessuno, ma di far rispettare il nostro mandato. Diversamente, i 3,5 miliardi di euro spesi dall’Italia in diciannove anni di missione – cioè circa 170 milioni di euro l’anno – sono stati davvero soldi buttati dalla finestra; soldi con i quali, come dicono taluni, avremmo potuto rimettere seriamente mano alla sanità e all’edilizia scolastica.

Altro che riarmo: questo sì che è stato uno spreco, se non siamo in grado non solo di fermare un esercito straniero, ma neppure di pronunciare una parola che non sia timida e pavida.

Se gli iraniani bombardano Erbil con i droni, ebbene, noi non dovremmo limitarci a nasconderci nei bunker, ma abbatterli con i nostri sistemi antidroni, che sono all’avanguardia e che, tra l’altro, vengono prodotti nel mio Abruzzo.

Il militare non è un mestiere qualsiasi e non può essere vissuto come un posto per comprare casa o far studiare i figli. Il mestiere delle armi è una missione che richiede, sempre e comunque, fede e una buona dose di follia, unita anche a un pizzico di irresponsabilità verso se stessi.

Diversamente stiamocene a casa e sbaracchiamo questo teatrino: faremmo tutti una figura migliore. D’altronde, uno Stato che non sa difendere né il proprio mandato né i propri uomini non dà prova di prudenza: dà prova di irrilevanza.

Lorenzo Valloreja

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