LA BOMBA DELLA PACE: DA ORSINI A VALLOREJA, L’EQUILIBRIO CHE IL MONDO NEGA

Ha destato grande scalpore la dichiarazione del professor Alessandro Orsini durante la trasmissione Accordi & Disaccordi, quando, incalzato dal conduttore Luca Sommi, ha affermato: “Sono un grande sostenitore della bomba atomica per l’Iran e mi auguro che l’Iran riesca a costruirla, perché questo sarebbe un bene per tutto il mondo, ma non per Israele”.

Il presentatore appariva incredulo.

Io no.

Seduto comodamente nella mia poltrona di casa, annuivo soddisfatto.

Perché su questo punto il professore — pur con tutta la sua autorevolezza — arriva tardi.

Esattamente il 6 agosto 2025, in occasione degli 80 anni dello scoppio della prima bomba atomica, avevo scritto un articolo intitolato “80 anni di MAD: la pace costruita sulla paura di Hiroshima”, nel quale affermavo testualmente: “Sarei a favore dell’arma atomica per l’Iran, così come sarei favorevole affinché l’ordigno nucleare fosse dato in dotazione anche alla Repubblica di San Marino e allo Stato Vaticano, perché se tutti avessero l’ordigno nucleare nessuno potrebbe usarlo: sarebbe controproducente per tutti e, in altri termini, manterremmo lo status quo da qui all’eternità. Niente più guerre. Zero.”

E questo passaggio non è secondario.

È centrale.

Perché il punto non è l’Iran.

È il principio.

L’equilibrio assoluto.

La deterrenza universale.

Non una provocazione, ma una conseguenza logica della dottrina della Mutual Assured Destruction, che ha retto gli equilibri del mondo per decenni.

Ed è esattamente su questo terreno che, con strumenti teorici diversi, arriva anche Orsini.

E qui il suo ragionamento va compreso fino in fondo, senza semplificazioni.

Secondo la teoria liberale, un sistema è stabile solo quando il potere è distribuito.
Quando uno Stato concentra tutto il potere nelle proprie mani, si produce il totalitarismo.

Traslato sul piano internazionale, il meccanismo è identico: quando il potere è concentrato in pochi attori — nello specifico Stati Uniti e Israele — si genera uno squilibrio tale da rendere possibile una violenza senza contrappesi.

È in questo quadro che Orsini inserisce la sua affermazione più controversa: la situazione di Gaza, letta come esito di questo squilibrio, diventa il prodotto dell’assenza di una potenza regionale capace di opporsi.

E dunque la conclusione: se l’Iran disponesse della bomba atomica, gli Stati Uniti smetterebbero di bombardare, Israele smetterebbe di bombardare, e l’intero equilibrio regionale si stabilizzerebbe.

Non solo.

Secondo questa lettura, verrebbe meno anche la pressione sullo stretto di Hormuz,
con conseguenze dirette sulla stabilità energetica globale.

E c’è un secondo livello, ancora più profondo.

Se l’Iran scomparisse come attore geopolitico, verrebbe meno l’unico Stato che, in questa visione, si contrappone alla forza militare israeliana in difesa della causa palestinese.

E poiché — secondo questa impostazione — le democrazie occidentali non svolgono questo ruolo,
l’equilibrio resterebbe definitivamente spezzato.

È su questa base che Orsini arriva a sostenere che, in quel contesto specifico, la bomba atomica diventerebbe uno strumento di equilibrio, e non di escalation.

Si può essere d’accordo o meno.

Ma non si può ridurre questo ragionamento a una battuta o a una provocazione.

È un impianto teorico preciso.

Ed è qui che le nostre posizioni si incontrano.

Non nella forma.

Ma nella sostanza.

Dunque, meglio tardi che mai.

E senza alcuna invidia sulla paternità delle idee, quando queste convergono verso una medesima conclusione.

Una conclusione che oggi appare più che mai sotto attacco.

Perché, come ho già scritto nel mio editoriale “Netanyahu e il ritorno dei guelfi e ghibellini”, la vera variabile destabilizzante non è il sovranismo, ma il sionismo messianico: una visione che non persegue la pace, ma il disordine, che non tende alla stabilità, ma all’accelerazione di uno scontro finale.

E questa dinamica non è solo teorica.

L’abbiamo vista manifestarsi concretamente, in modo simbolico e inquietante, nell’immagine di un soldato israeliano intento a colpire a martellate un crocifisso nei pressi del villaggio cristiano maronita di Debel, nel sud del Libano.

Un territorio che si vorrebbe sgomberare ufficialmente per ragioni di sicurezza,
ma che nella realtà rappresenta anche un’area strategica per le risorse idriche.

Perché, al di là di ogni proclamazione ideologica, la guerra è anche — e soprattutto — accaparramento.

Ed è significativo che proprio verso quel villaggio fossero diretti, poche settimane prima, gli aiuti del nunzio apostolico Paolo Borgia, poi fermati dall’IDF.

Non è neppure la prima volta che si registrano tensioni tra l’esercito israeliano e simboli o luoghi cristiani: dagli episodi che hanno coinvolto la parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza fino alle restrizioni imposte in alcune circostanze alle celebrazioni a Gerusalemme.

Certo, le autorità religiose hanno condannato.

Hanno chiesto pace.

Ma resta una verità semplice.

Bisogna accorrere dove brucia un crocifisso.

Perché, se non si interviene in tempo, a bruciare non saranno solo i crocifissi, ma il mondo intero.

Lorenzo Valloreja

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